Ci avviciniamo alle elezioni amministrative previste la prossima primavera 2019 e come di rito e da vecchia scuola anche a sinistra ripartono “i balletti”: riunioni, incontri bilaterali, feste ad hoc, lettere aperte etc.etc.
Come se nulla fosse, in nome dell’opposizione al governo, si grida: “tutti insieme madama la marchesa”, senza un’autocritica, senza un’analisi di ciò che è stato, senza una minima riflessione sulle scelte politiche che nei fatti si sono drammaticamente dimostrate totalmente succubi alle logiche del profitto.

Negli ultimi 20 anni il centrosinistra, come e più del centrodestra, ha via via smontato, pezzo dopo pezzo, il patrimonio pubblico regalando assetti strategici per il futuro del Paese, privilegiato l’interesse privato, teorizzato che un aumento delle disuguaglianze distributive sarebbe stato un potente motore di crescita, addirittura l’unico possibile. Jobs act, legge Fornero, eliminazione dell’Art. 18, tagli alla sanità e ai servizi sociali gestiti dagli enti locali, non sono che il frutto avvelenato di questo pensiero dominante. Si è a piene mani coltivata la resa: “non esiste alcuna alternativa al capitalismo, ci dobbiamo accontentare al massimo di una contrattazione al ribasso degli spazi individuali”. Insomma, non si discutono i 12 biscotti su 13 che si mangia il capitale, ci si scanna per l’unico biscotto rimasto perché non c’é alternativa. Sono precisamente queste le scelte politiche che hanno aperto la strada alla pratica della “guerra tra poveri”,  tanto cara quanto utile alla Lega e a tutta la destra di questo Paese.

Vogliamo davvero ricostruire? Bene, e allora ripartiamo dal totale ribaltamento di queste politiche. La pesante sconfitta della sinistra prima a livello nazionale e poi locale, attiene in primis  a questa scellerata gestione del potere che ha indotto alla resa i lavoratori e prodotto una trasformazione culturale profonda nell’elettorato. Accantoniamo quindi per favore qualsiasi pratica “campista” – fuori luogo e fuori tempo – tra un’opposizione erettasi a paladina delle maggiori privatizzazioni compiute e una maggioranza pronta sì a rivederne alcuni aspetti – vedi il funzionamento della rete autostradale – ma convertita ormai a sostenere più che mai le grandi opere a discapito della sicurezza del territorio.

Attraverso quale lente vogliamo leggere il mondo e compiere le scelte politiche sul nostro territorio?

Vogliamo fare nostro il credo secondo cui le nostre miserie derivano dall’invadenza dello stato quando ormai è chiaro che sono invece l’affidamento al privato e le esternalizzazioni,  a produrre precarizzazione dell’esistenza, scempio ambientale e distruzione del patrimonio pubblico?

Noi pensiamo che senza chiarezza ideale la volontà di ricostruire, in questo quadro politico e culturale, invocando scelte di campo con finalità puramente elettorali sia inutile, sbagliato e offra spazi a Lega e destra che sono lì buoni buoni e non aspettano altro.

Fondamentale sarebbe, invece, concentrarsi sul radicamento sociale, sulla ricostruzione di un sindacalismo di classe e di massa, sulla ripresa del protagonismo di lavoratori e lavoratrici e sull’unità dal basso. L’occasione elettorale deve essere ausiliaria e strumentale a questi obiettivi. Riteniamo quindi utile pensare a una  presenza di opposizione in Consiglio Comunale senza seminare illusioni  su vittorie elettorali impossibili o possibili solo  a discapito di quello che serve davvero a sinistra:  prima di tutto la rivendicazione di un ruolo diverso dello Stato centrale che attraverso la partecipazione democratica ripensi all’economia partendo dalla politica, il finanziamento di opere pubbliche per il risanamento del territorio, il sostegno al conflitto, perché una sinistra vera possa avere speranza di successo elettorale deve essere chiaramente un “partito ribelle” e non alla continua ricerca di alleanze asimmetriche e improbabili. Una sinistra che non sia ribelle ma compromessa con vecchie modalità di strategie politiche sotto l’egida del “volemose bene” è destinata a fallire, come del resto abbiamo già visto.

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