La preinchiesta, ovvero: le menzogne non sono tutte uguali
Nella preinchiesta i testimoni sono sette: due civili; tre soldati, ma uno addetto alla logistica e senza armi, l’altro occupato per lo più a rac- coglier legna per i boschi, e l’ultimo la cui unica funzione è quella dell’autista; e altri due soldati con delle responsabilità: uno comandante o vicecomandante di una compagnia, o di un plotone (le sue versioni sul proprio ruolo militare sono particolarmente variabili), l’altro probabil- mente a capo delle guardie del comando di compagnia, a Mašete (Bo- jska). Paraga in questa fase afferma che è stato tutto un malinteso, uno sfortunato scambio di persone, perché lui, quel 29 maggio 1993, era al- trove. I sette testimoni lo smentiscono nel modo più inequivocabile e univoco – c’era ed esercitava le funzioni di comando proprie al suo ran- go gerarchico, di comandante del battaglione. L’accusa sembra aggiunge- re sul banco degli imputati anche “Rasema”, la donna che accompagnava Paraga, e “Dino”, indicato come uno dei due esecutori. Su di loro invece i testimoni (eccetto uno) si tirano indietro: i due civili (Ragib e Atif) non citano mai nella loro deposizione né “Rasema” né “Dino”, mentre l’autista (Hamdija) non cita “Dino” e aggiunge che una donna l’ha vista solo una volta (ma non dice quando); l’addetto alla logistica (Fahrija), pur particolarmente loquace, nella ricostruzione della giornata del 29 maggio 1993 cita “Rasema” solo arrivati alla sera tardi, tra le 22.00 e le 24.00, e cita en passant “Dino” all’inizio della sua ricostruzione, verso le ore 12.00, salvo poi dimenticarsene nel modo più totale per quanto riguarda il resto della giornata; il raccoglitore di legna (Meho) mentre tace su “Dino”, par- la di “Rasema” e “forse” la riconosce da una fotografia che la Procura gli fa vedere; infine il comandante delle guardie (Dževad) parla di entrambi, ma fornisce quasi casualmente un alibi a “Dino”. L’unico ad accusare esplicitamente “Rasema” e “Dino” è Nihad Ohran, il comandante o vi- cecomandante di qualcosa. La Procura di Travnik identifica formalmente
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“Dino” e “Rasema” come Sabahuddin Prijić e Rasema Handanović, ri- spettivamente, al tempo, in Canada e negli Stati Uniti.
I testimoni si sono accordati tra loro sulla versione da dare, o qualcuno l’ha fornita loro. Il problema è che la versione è relativa a delle dinamiche generali – tizio incontra caio, e poi vanno qui o là; non è stata affinata per quanto riguarda i dettagli, lasciati alla libera inventiva di cia- scuno, e così, inevitabilmente, discordanti.
Così Meho, il raccoglitore di legna, va dall’autista, Hamdija, e gli dice di andare al Querceto; qui Hamdija prende in carico il camion e lo porta insieme a Nihad Ohran a Bojska, per lo scarico; dopodichè sempre Hamdija e Nihad Ohran portano via il camion vuoto, e in questa opera- zione sono impegnati fino a sera tardi. Questa è la versione concordata tra i testimoni, o dettata loro. Ma poi le effettive deposizioni divergono su tutti i dettagli: Meho dice che è andato da Hamdija sulla base di un ordine, datogli al Querceto da Pokvic, il comandante della Polizia milita- re, e l’ordine era che doveva far venire Hamdija perché serviva come au- tista del camion; Hamdija dice che Meho non gli ha fatto parola del ca- mion quando l’ha visto; Meho dice che Hamdija ha prontamente obbedi- to all’ordine e si è recato al Querceto per guidare il camion; Hamdija dice invece che scopre solo al Querceto che deve guidare il camion e che non ne aveva nessuna intenzione, ma viene obbligato da Pokvic; per l’addetto alla logistica, Fahrija, l’ordine di spostare il camion è forse di Pokvic, ma forse invece di Fuad Zec, il vice di Paraga; e Dževad, il comandante delle guardie, dice che è Paraga a dare l’ordine di scaricare il camion; mentre Meho, Hamdija e Fahrija concordano che Nihad Ohran sale sul camion (anche il diretto interessato conferma), Dževad no, e dice che sul camion c’è solo Hamdija; e poi: chi c’è al Querceto quando arrivano Meho e Hamdija? Chi c’è a scaricare il camion a Bojska? Viene scaricato solo a Bojska, oppure parzialmente a Bojska e parzialmente a Borovica (un al- tro posto vicino a Bojska), oppure esclusivamente a Borovica? Il rimor- chio, a Bojska e/o a Borovica, è già totalmente svuotato o solo parzial- mente? Dove viene portato il camion? A che ora avviene questo o quel fatto? Chi dà gli ordini dei vari spostamenti del camion, del suo scarico, di dove devono essere portare le merci? Su tutti questi dettagli le varie deposizioni sono tutte fra loro discordanti. Le ricostruzioni su tutte que- ste fasi hanno un peso decisivo, visto che lo spostamento del camion e il suo scarico a Bojska e/o a Borovica sono contemporanee all’eccidio de- gli italiani, tra le 18.00 e le 20.00 (estendendosi anche a una fascia oraria successiva, tra le 20.00 e le 23.00), e chi era presente a queste operazioni
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si ritrova con un sicuro alibi. Su questo tutti capiscono la posta in gioco delle deposizioni, con l’eccezione di Dževad che riesce a dire al contem- po che il camion viene spostato quando non faceva ancora buio (il che era sicuramente vero), e che Paraga, “Rasema” e altri arrivano a Bojska prima del camion (il che è impossibile, perché Paraga e “Rasema” erano con gli italiani); probabilmente era difficile per Dževad ricordarsi il co- pione da recitare, tant’è che è stato anche l’unico testimone soldato a di- menticarsi che Nihad Ohran doveva essere sul camion insieme ad Ham- dija. Solo su una cosa tutti concordano: il destino del rimorchio.
Questa confusione regna anche sulla fase precedente, quella dello scarico (totale o parziale che fosse) del rimorchio del camion, effettuato al Querceto a partire dalle 17.30. E la posta in gioco è identica a quella della fase relativa allo spostamento del camion: il rimorchio viene svuota- to dopo che Paraga era partito con gli italiani in direzione di Radovan. Il numero dei trattori, di chi erano, chi aveva impartito l’ordine di scaricare il rimorchio, chi era presente al Querceto, l’ora in cui avvenivano queste operazioni: su queste cose le versioni sono tutte discordanti.
Che tutto questo era una versione concordata o imposta risulta chiaro non solo dalla estrema variabilità dei dettagli forniti da ciascun te- stimone, ma anche dalle deposizioni dei civili nel corso della preinchiesta, e dalle deposizioni che questi stessi testimoni hanno fatto anni dopo, nel 2008, in una situazione ben più tranquilla. I due civili sono Atif e Ragib: il secondo dice solo che ha fatto da guardia al camion con rimorchio a Bojska tra le 20.00 e le 23.00 / 24.00, che il camion era vuoto, e che in questa fascia oraria non c’era nessuno, salvo Pokvic (dice di aver incon- trato Paraga e altre due persone mentre tornava a casa); Atif conferma, dicendo che il camion era stato spostato il giorno dopo, il 30 maggio. Queste due testimonianze negano in modo radicale tutte le altre, che concordano invece sullo spostamento del camion la sera stessa, ben do- po le 20.00. Per quanto riguarda i dettagli di questi veri o presunti spo- stamenti del camion, Fahrija, l’addetto alla logistica, fa scomparire Nihad Ohran dal camion guidato da Hamdija in tutte le sue deposizioni succes- sive (nell’inchiesta del 2000-2001, al processo del 2001 e nella deposizio- ne del 2008). Meho, il raccoglitore di legna, candidamente dice nel 2008 che stava scendendo con il suo trattore lungo il sentiero che collega il Querceto con Guser quando incrocia sul sentiero il camion che faceva il percorso inverso; che riusce a girare il trattore (il sentiero era troppo stretto per far passare sia il camion che il trattore) e ritorna quindi al Querceto precedendo il camion; che qui partecipa alla scarico del rimor-
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chio e che non era andato ad avvisare Hamdija, ma semplicemente lo ve- de al Querceto al ritorno dal suo primo viaggio, dal magazzino dove la merce veniva depositata.
Versione (mal) concordata tra i testimoni o loro imposta? Propen- do per la seconda ipotesi, per due motivi. Se fosse stata concordata tra loro dai testimoni, quale sarebbe stato il loro interesse? Nascondere una loro compartecipazione all’eccidio? È improbabile, visto il bassissimo profilo militare dei testimoni, con l’eccezione di Nihad Ohran e forse di Dževad, il comandante delle guardie un po’ confusionario. Non avevano propri interessi da difendere tali da giustificare le menzogne dette. Ma oltre a questo, se la versione fosse stata concordata nel loro stesso inte- resse, i testimoni non avrebbero cercato di inficiare la versione stessa, inserendo una serie di dettagli finalizzati a negare validità alla versione che pur stavano raccontando. E invece è proprio questo che è avvenuto: sempre mentendo, ma in modo diverso da quello prima ricordato.
L’atteggiamento dei testimoni a prima vista è enigmatico: smonta- no la versione difensiva di Paraga, nei fatti accusandolo, ma difendono gli esecutori, tacendo su di loro o fornendo loro un alibi. L’identificazione di “Rasema” con Rasema Handanović era errata, e così la sua copertura da parte dei testimoni può significare la difesa di una persona innocente (per i fatti relativi al 29 maggio). Hamdija, l’autista, quello che ha visto “Rasema” una sola volta, si azzarda a dire che aveva i capelli rossicci / castani, tagliati corti, in netto contrasto con l’immagine di Rasema Handanović, capelli scuri, neri, portati sempre lunghi; cono- sceva forse sia la “Rasema” di Paraga, sia la Handanović? Fatto sta che nessuno comunque identifica la vera “Rasema”. I sei testimoni coprono “Rasema” e “Dino” perché innocenti? La vera “Rasema” di certo era con Paraga al momento dell’eccidio; “Dino” è forse colpevole, o forse inno- cente, ma viene comunque coperto; l’altra persona forse colpevole – for- se innocente è Nihad Huntić (al tempo responsabile militare dell’unità speciale denominata “PDO” sul territorio di competenza del 3° Batta- glione, e che emergerà solo successivamente, durante la fase dell’inchiesta), ma anche lui è coperto dai testimoni, che stanno ben at- tenti a non pronunciare mai il suo nome. E che dire di Nihad Ohran? Per lui l’alibi quando si consuma l’eccidio è corale nella preinchiesta, ma dalle testimonianze dei civili e dai ripensamenti successivi degli altri testimoni, risulta un alibi falso. Perché inventarsi un alibi per una persona innocen- te, e che per di più diventa il testimone chiave per la Procura, l’unico che accusa “Rasema” (la falsa “Rasema”) e “Dino”? In prima approssima-
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zione si può ben dire che, al minimo, anche Nihad Ohran entra nel no- vero dei “forse colpevoli – forse innocenti”. I sei testimoni accusano Pa- raga, ma non vogliono accusare nessun altro. Pur coprendo Nihad Oh- ran, recitando una parte patentemente falsa, non lo seguono nelle sue ac- cuse ad altri.
Forse si può dare una logica a questo atteggiamento considerando due elementi. I testimoni sapevano chi erano gli esecutori: al Querceto, quando Paraga parte con gli italiani verso Radovan, c’erano Fahrija, l’addetto alla logistica; Meho, il raccoglitore di legna; Nihad Ohran, il comandante o vicecomandante di qualcosa. Hamdija, l’autista, arriva al Querceto dopo, ma si inventa un falso alibi tra le 20.00 e le 23.00; e Dževad, il confusionario, pur non andando al Querceto, anche lui si co- pre con un alibi tra le 20.00 e le 23.00. Solo i due civili, Atif e Ragib, sono estranei. Ma i testimoni, pur conoscendo gli esecutori, li coprono. Non coprono invece “gli uomini di Paraga”, quelli che “sanno”: e questa spe- cificazione “quelli che sanno”, così diffusa nelle deposizioni del 2008, non riguarda perciò gli esecutori, ma quelli che sanno il perché dell’eccidio. Sono quelli che accompagnano sempre Paraga, le sue “guardie”. Sono quelli con cui Paraga si consulta prima di partire per Radovan. Sono quelli che hanno bloccato il convoglio degli italiani sulla Diamond route. I testimoni hanno un’alta considerazione della giustizia: considerano loro i colpevoli insieme a Paraga, non i due meri esecutori. Il secondo elemen- to è che in questo “campo di battaglia” gli attori non sono due, da un la- to la Procura e dall’altro i testimoni (differenziati al loro interno tra chi accusa e chi no e tra soldati e civili). La Procura di Travnik non può esser stata l’artefice della versione che i testimoni recitano più o meno bene, con maggiore o minore ritrosia, per il semplice motivo che se così fosse stato non avrebbe avuto senso da parte dei testimoni introdurre elementi nelle loro deposizioni a questa stessa Procura che indicavano i veri colpe- voli, contro la versione ufficiale, che incriminava insieme a Paraga, Ra- sema Handanović e Sabahuddin Prijić. I testimoni pensavano che la Pro- cura era un soggetto indipendente, che grazie a una serie di indicazioni poteva capire, e venire a capo di quello che era successo. L’artefice della versione imposta ai testimoni era un altro. Gli attori nella preinchiesta erano almeno tre.
I testimoni adottano una serie di strategie per minare dall’interno la versione a cui sembrano adattarsi. La più ovvia, e già evidenziata, è quella di tacere: tacere su “Rasema”, su “Dino”, sugli esecutori. La giusti- ficazione può essere una memoria difettosa, e in questo Meho è senza
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alcun dubbio insuperabile, riuscendo a dichiarare che “in quel periodo facevo parte della truppa di Bojska, in quei giorni forse ero centralinista, forse ho dato il cambio ad un collega o forse ero in prima linea o forse quel giorno ero libero”. Un’altra strategia è quella di dire la verità: o tout court, come già si è visto con Hamdija, riguardo a “Rasema”, oppure inse- rendo una verità in una menzogna, come Dževad, che forse così confu- sionario non era, che dice che Edhem Šehić (una delle “guardie” di Para- ga) aveva la barba rada e rossiccia – uno dei due esecutori aveva davvero la barba rada e rossiccia, e così accusa implicitamente Edhem di essere uno degli esecutori, ma questa è probabilmente un’accusa falsa. Questa tipo di menzogna è particolare e viene usata da altri testimoni, come Fahrija, che sostiene che verso Radovan sulla Lada Niva insieme a Paraga c’erano “quelli di Voljice” (le sue guardie), e sul trattore con gli italiani c’era Hanas Zulum, forse Mujo Muminović, forse Meho Duvnjak, forse Himzo Zec, e che il trattore era guidato da un Kurbegović, cugino di Hanas Zulum. È sicuramente, almeno in parte, una menzogna, ma che avrebbe dovuto portare la Procura a indagare su queste persone: si mente per fare emergere una verità che non si può dire. Un’altra strategia ancora è dare dettagli che permettono di dire chi sono i veri responsabili, quelli che “sapevano”: così ancora Fahrija dice che gli uomini che avevano blocca- to il convoglio italiano sulla Diamond route erano comandati da Dafo Zulum, e che Paraga prima di partire per Radovan si era consultato con Pokvic, Hanas Zulum, Fuad Zec e Meho Zulum. Hamdija dice che il braccio destro di Paraga era Čaušević, di Voljice, detto “Memo”. Tutti insistono su “quelli di Voljice”: Edhem Šehić, Suad Prijić, Nermin Prijić; anche Sabahuddin Prijić ne faceva parte, ma come si è visto la sua incri- minazione lo “assolve” agli occhi dei testimoni; Edin Prijić non lo nomi- na nessuno, di certo assolto per la sua tenera età (al tempo aveva 17 an- ni). Un’altra strategia ancora è quella di moltiplicare nomi su nomi: tutti ne fanno tanti, ma Fahrija è imbattibile, snocciolando nelle sue varie de- posizioni i nomi di più di 35 persone. L’ultima strategia è infine quella di ricordare i nomi e cognomi dei civili presenti quel 29 maggio, che come si è visto nella preinchiesta erano più liberi dalle costrizioni a cui i soldati erano invece soggetti.
Ma quale era la “versione ufficiale” che i testimoni accettano con così tanta riluttanza? Accusare Paraga e accusare altre due persone non punibili, di cui una di certo del tutto estranea a quanto avvenuto il 29 maggio 1993; non fare luce sugli esecutori potenziali e reali; “oscurare” tutti i momenti critici, tra cui abbiamo scoperto esserci anche la fascia temporale dalle ore 20.00 alle ore 23.00 di quel giorno. Paraga, gli italiani
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e gli altri si avviano per Radovan verso le 17.30, e vi giungono dopo un’ora; l’eccidio e la ricerca dei sopravvissuti durano a lungo, non sap- piamo quanto, ma al minimo una mezz’ora; un’altra ora è necessaria a Paraga e agli altri per tornare verso il Querceto. Si arriva così alle ore 20.00. Ma Paraga riappare a Mašete, al comando militare, non prima delle 23.00. Che cosa è successo? Si possono solo fare ipotesi. Una andata en masse dei soldati a Radovan a cercare i superstiti? I soldati sono stati con- vocati per ricevere istruzioni da Paraga? Una punizione pubblica, esem- plare e atroce dei due soldati che avevano fallito nel loro compito, quello di uccidere tutti e cinque gli italiani?3 Al di là di queste vaghe ipotesi non si può dire nulla, visto che nessun testimone, né allora, né in seguito, ha mai voluto sollevare il velo su quelle tre ore.
La versione ufficiale: al servizio dell’accusa o della difesa, ma sempre falsa
Tutto l’impianto della preinchiesta, basato esclusivamente su risul- tanze testimoniali, era comunque particolarmente debole. Le strategie dei vari attori, molteplici e contraddittorie, si erano in larga parte mutual- mente annullate. Ricostruire quanto era avvenuto, con spostamenti, alibi, ordini, sulla base delle testimonianze si era rivelato particolarmente ar- duo, cosicché ai testimoni doveva subentrare l’apporto del Ministero del- la Difesa, che fino ad allora si era rifiutato di intervenire. Questo poteva permettere di derubricare le testimonianze a pura finzione, senza alcun peso sul procedimento penale. Ma il vero coup de théâtre dell’inchiesta e del processo fu che il copione dell’accusa a Paraga diventò il copione della difesa di Paraga, integrato per riempire i tempi vuoti. Da un certo mo- mento Paraga non nega più di esser stato presente il 29 maggio 1993; smentisce le sue precedenti affermazioni, riconosce che non vi fu uno scambio di persone e che lui c’era, lì, quel giorno; e la sua ricostruzione si basa su quanto affermato nella preinchiesta da Nihad Ohran. Come è possibile che una stessa ricostruzione possa servire prima da accusa e poi da difesa? Grazie al dettaglio che viene introdotto per la prima volta
Nota 3 Nihad Ohran rimase gravemente ferito durante la guerra, con parte del braccio sinistro e della gamba destra amputati – secondo le sue dichiarazioni il suo ferimento risalirebbe al febbraio 1994; Nihad Huntić, apparentemente senza problemi fisici, dichiarò di esser rimasto gravemente ferito nel settembre 1993, rimanendo in coma per dodici giorni e immobilizzato per otto mesi; non si hanno invece notizie di ferite di guerra di Sabahud- din Prijić. La Procura di Travnik si disinteressò a queste dichiarazioni.
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nell’inchiesta, per cui Paraga, sia de iure che de facto, non comandava prati- camente nessuno: non i poliziotti militari e i membri dell’unità speciale, anche se erano di grado inferiore al suo, perché dipendevano gerarchi- camente da Gornji Vakuf; e non i soldati semplici, perché tra lui e loro si interponevano i gradi intermedi della gerarchia militare. In pratica la dife- sa di Paraga assume che poteva comandare, il 29 maggio 1993, solo il suo vice presente in zona, Fuad Zec, e il comandante della compagnia di Bo- jska, Besim Ohran, e nell’eventualità di una sua assenza il suo vice Besim Zulum. Una tesi particolarmente debole, smentita da tutte le regole mili- tari vigenti (incluse quelle bosniaco musulmane)4, ma così è stato. Per compensare questa debolezza, per creare l’illusione di un procedimento arduo e aperto, il nuovo scenario prevede delle testimonianze tutte a fa- vore di Paraga. Se nella preinchiesta veniva richiesto ai testimoni di so- stenere il ruolo di comando di Paraga, ora viene loro richiesto di negarlo (con alcuni problemi per questi testimoni, sottoposti a ordine, contrordi- ne, e, come è naturale, conseguente disordine). Il destinatario di questa messa in scena era lo stesso Paraga? Quest’ipotesi sembra plausibile.
In questa situazione Paraga ha cercato di ritagliarsi dei margini di manovra, e si è rifiutato di identificare “Rasema” con la Handanović, come avrebbe voluto l’estensore del copione. Una preoccupazione che non aveva più senso anni dopo, al processo di Brescia, quando Paraga ormai sapeva benissimo che di margini di manovra non ne aveva, non ne aveva in realtà mai avuti.
Viene introdotto un nuovo testimone, Hanas Zulum, che si auto- definisce il trattorista nel tragitto dal Querceto a Radovan, e che sostiene passo passo tutta la versione di Paraga (salvo alcuni dettagli), sostituendo Nihad Ohran nel ruolo di primo (e unico) attore, e permettendo quindi a Nihad Ohran di uscire di scena, ritrattando le sue precedenti accuse. Sal- vo che prima Nihad Ohran accusava Paraga, mentre ora Hanas Zulum, ripetendo molte delle cose dette prima da Nihad Ohran, difende Paraga.
Questa versione ufficiale si articola in questi passaggi:
Nota 4 È una questione di semplice buon senso, visto che l’unicità del comando sul terreno è essenziale per ogni operazione militare. Così il comandante a livello di Brigata dell’unità speciale PDO, Goran Čišić, rispondeva comunque a livello gerarchico al comandante in capo della Brigata, e il comandante del plotone PDO nella zona di competenza del 3° Battaglione rispondeva in ugual modo al comandante del Battaglione. Il comandante cen- trale del PDO intratteneva rapporti di staff con i suoi uomini decentrati, e poteva, con l’autorizzazione del comandante di Brigata, spostare i suoi uomini da un teatro all’altro, e mobilitarli per operazioni specifiche.
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1. Paraga si reca a Guser con, tra gli altri, il comandante della Polizia militare, Pokvic, due poliziotti militari, che non cono- sce, e un “comandante di sezione”;
2. a Guser questo “comandante di sezione” e uno dei poliziotti militari scendono sulla Diamond route;
3. quando Paraga e gli altri vedono il camion e la “Lada Niva” sul sentiero laterale, Paraga, “Rasema”, Pokvic e il secondo poliziotto militare scendono al sentiero;
4. tutta l’operazione viene gestita dalla Polizia militare e dal Re- parto speciale “PDO”;
5. nel gruppo che ferma il convoglio italiano sulla Diamond rou- te c’è “Dino”, membro del PDO e in grado di conversare in tedesco; “Dino” sale sul camion con Moreni sulla Diamond route e vi rimane nel primo tragitto da Guser al Querceto (questo era stato sostenuto da Nihad Ohran già nella prein- chiesta);
6. sul camion nel primo tragitto sale anche Nihad Ohran;
7. al Querceto Paraga ordina a Fuad Zec di andare al comando
di Mašete e poi a casa;
8. al Querceto si crea una situazione di caos: civili e militari ini-
ziano a saccheggiare il rimorchio del camion, senza che i co-
mandanti militari riescano a fermarli;
9. il secondo tragitto dal Querceto a Radovan viene effettuato
con un trattore guidato da un poliziotto militare, e non dal
proprietario, minorenne;
10. il secondo tragitto è finalizzato alla liberazione degli italiani
con la loro “Lada Niva”, perché da Radovan potevano trasfe-
rirsi alla Diamond route per tornare a Gornji Vakuf;
11. durante il secondo tragitto salgono sul rimorchio del trattore – non invitati – due soldati, entrambi del PDO: “Dino” e un
soldato sconosciuto a Paraga;
12. d’improvviso a Radovan, dopo che Paraga aveva detto agli ita-
liani come raggiungere Gornji Vakuf, i due soldati e gli italiani
scompaiono dalla vista di Paraga e avviene l’eccidio;
13. Paraga, “Rasema” e Hanas Zulum tornano al comando di Mašete (tra le 19.30 e le 20.00); qui Paraga lascia la “Lada Ni-
va”;
14. si reca a piedi in direzione di Borovice, dove è in corso lo sca-
rico del camion; sulla strada incontra Pokvic a cui consegna le chiavi della “Lada Niva”;
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15. Paraga torna a Mašete, e con la sua automobile accompagna “Rasema” a Grnica, dopodiché ritorna a Mašete;
16. a Mašete rivede Pokvic che gli comunica che lo scarico è ter- minato, e che ha fatto spostare il camion a Gracanica, ma lo stesso comandante gli comunica poco dopo di portare al ma- gazziniere una busta di soldi e di raggiungere gli uomini che avevano spostato il camion per spostarlo ulteriormente a Bun- ta;
17. Paraga parte e consegna la busta di soldi al magazziniere;
18. Paraga riparte con la propria autovettura verso Gracanica e incrocia la Golf dei due soldati che avevano portato il camion a Gracanica e dice loro di tornare indietro per portare il ca-
mion a Bunta;
19. Paraga insieme ai due soldati porta il camion a Bunta;
20. Paraga torna al comando a Mašete all’alba, e informa Gornji
Vakuf dell’accaduto;
21. verso il 10 giugno 1993 Paraga viene promosso a un altro in-
carico, presso il Comando di Gornji Vakuf.
Da altre testimonianze è probabile che il “comandante di sezione” sia da identificarsi in Nihad Ohran; che il primo poliziotto militare, secondo la deposizione di Nihad Ohran, era “Ruto” Kurbegović (di nome Rahmetli, secondo la deposizione di Mujo Muminović), oppure Husein Kurbegović (un nome mai citato da nessun altro), secondo la deposizione di Hanas Zulum; che il secondo poliziotto militare era Hanas Zulum, l’autista del trattore nel secondo tragitto; che il magazziniere era Fahrija, l’addetto alla logistica; e che infine i due soldati addetti allo spostamento del camion erano Hamdija, l’autista, e Nihad Ohran.
L’accusa a Paraga da parte della Procura di Travnik fa sua questa versione, contestando solo i punti (10), (11), (12) e (20).
Questa versione è totalmente falsa. I sopravvissuti italiani hanno sempre affermato che il militare che era salito sul camion e che conosce- va il tedesco era una persona diversa da quella che aveva sparato loro a Radovan; che il soldato che aveva sparato a Radovan si trovava invece con loro nel primo tragitto sul rimorchio del trattore5 (secondo i ricordi
Nota 5 Chi c’era sul trattore insieme agli italiani durante il tragitto da Guser al Querceto? Il lo- quace Fahrija nella preinchiesta cita Pokvic, Meho Duvnjak e Muminović; nell’inchiesta toglie Muminović e aggiunge Hanas Zulum, l’unico militare che nella preinchiesta era
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di Christian Penocchio); che durante la loro permanenza a Radovan non vi era stato nessuno scarico dal rimorchio del camion; che il trattorista nel secondo tragitto era un minorenne (secondo i ricordi di Christian Pe- nocchio); che a Radovan Paraga aveva parlato loro di Bugojno e Novi Travnik6, ma non della Diamond route e di Gornji Vakuf7; senza contare tutti i dettagli dei momenti immediatamente precedenti l’eccidio. Ma la cosa decisiva è che agli atti vi è il riconoscimento formale fatto nell’ottobre 1999 da parte di Christian Penocchio del trattorista del secondo tragitto, Nijaz Kurbego- vić8, già identificato in questo ruolo da Fahrija nella preinchiesta9 – è interessante notare come nonostante questa identificazione formale la Procura di Travnik al processo fece sua la versione secondo la quale il trattorista del secondo tragitto era Hanas Zulum10. Il civile Ragib smentisce nel modo più categorico che il camion fosse stato spostato quella sera, e nella
certo fosse con gli italiani sul rimorchio del trattore durante il trasferimento dal Querceto a Radovan, quindi indicandolo come uno degli esecutori. Quanto ci sia di vero in tutto questo non è dato sapere.
Nota 6 Un dettaglio che nessuno ha mai rilevato è che l’indicazione di Bugojno era senza senso, perché lo spostamento dal Querceto a Radovan allontanava da Bugojno, e aveva molto più senso, se Bugojno era la destinazione finale, portare gli italiani a Grnica, facilmente raggiungibile, e dove i trattoristi portarono parte del materiale contenuto nel rimorchio; l’indicazione per Novi Travnik è ancora più folle, perché Novi Travnik era in mano croa- ta, e per arrivarci, pure di notte, gli italiani avrebbe dovuto attraversare le linee del fronte, che si possono presumere fossero minate. Il fatto che Paraga, poco prima che i due sol- dati portassero gli italiani sul sentiero dove avvenne l’eccidio, mostrasse loro una mappa indicando Bugojno e Novi Travnik, era verosimilmente finalizzato a far sì che gli italiani andassero con le proprie gambe e in modo remissivo verso la propria tomba, illudendoli che i soldati li avrebbero accompagnati verso una di queste destinazioni.
7 La raggiungibilità della Diamond route da Radovan è talmente problematica che addi- rittura Hanas Zulum, il testimone che ripete parola per parola la ricostruzione di Paraga, non ne fa parola, citando solo Bugojno e Novi Travnik, e solo su intervento dell’avvocato si ricorda che in effetti da Radovan si può arrivare alla Diamond route.
8 Fascicolo processuale di Brescia, VII: 657, 746, 752.
9 Secondo la deposizione del 2008 di Fahrija, fin dall’inizio, cioè fin dall’andata a Guser, vi erano due trattori, il suo e quello di “Kurbegović” (senza nome). Dževad, il comandan- te delle guardie, nella preinchiesta, ricorda anche lui Nijaz Kurbegović e il suo trattore, anche se afferma che sia Nijaz Kurbegović, sia Hanas Zulum erano presenti al Querceto dopo che Paraga era andato verso Radovan.
10 Questa è una contraddizione patente. Il nome di Nijaz Kurbegović come il trattorista dal Querceto a Radovan, identificato da Christian Penocchio, compare solo nel docu- mento di ricognizione del luogo dell’eccidio, datato 11 novembre 1999. Al processo que- sto documento venne stralciato (“Il Tribunale accetta la richiesta avanzata dal difensore dell’imputato con la quale chiede al Tribunale di non ammettere come prova il verbale redatto dalla Polizia Federale e Cantonale del 15/11/1999 sul luogo del delitto”), ma per un qualche motivo, forse una semplice svista, venne incluso nella documentazione fornita dalla Procura di Travnik alla Procura di Brescia nel 2016.
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preinchiesta quelli che sostengono che il camion era stato spostato si di- vidono tra quelli che indicano Gracanica come destinazione finale, e quelli che invece indicano Bunta. Già si è visto che Nihad Ohran non ha accompagnato l’autista Hamdija neppure nel breve tragitto tra il Querce- to e Mašete / Borovica. Ma anche chi, come Nihad Ohran, afferma che il camion venne prima portato a Gracanica e poi, su intervento di Paraga, a Bunta, sosteneva nella preinchiesta che Paraga era andato a cercarli per effettuare l’ultimo spostamento con la “Lada Niva”, non con la sua au- tovettura personale. Fahrija afferma nella preinchiesta che Paraga era passato a dargli i soldi al magazzino solo alle 22.00/23.00, con “Rasema”: e quindi prima dell’ipotetico accompagnamento di quest’ultima a Grnica. E davvero è stato Rahmetli “Ruto” Kurbegović (o Husein Kurbegović) a scendere sulla Diamond route? O non è stato piuttosto Mujo Mumino- vić, come afferma lo stesso interessato, per cui nello spostamento verso Guser erano in tre della Polizia militare: il comandante Pokvic, lui e Ha- nas Zulum? E sempre Muminović afferma che “Ruto” fece la sua prima apparizione (iniziò il suo turno di lavoro) solo durante lo scarico del ca- mion a Borovica. Anche per una serie di altri dettagli le deposizioni di Hanas Zulum divergono da quelle di Paraga, per non parlare di quelle di Nihad Ohran e di Fuad Zec.
L’inchiesta e il processo: una conclusione paradossale
I sei testimoni recalcitranti della preinchiesta si trovano di fronte un nuovo scenario e viene loro richiesto, ancora una volta, di adeguarsi. Devono certo confermare che Paraga era presente, ma adesso, all’opposto che nella preinchiesta, devono dire che Paraga non ordinava niente a nessuno – al suo posto doveva subentrare il comandante della Polizia militare o tutt’al più usare la solita formula “non ricordo”. Inoltre devono confermare il copione che era stato loro proposto nella prein- chiesta sui vari spostamenti e non dire cose che potevano creare imba- razzo, come qualcuno aveva fatto nella preinchiesta. In generale questi testimoni si adeguano, modificando le loro deposizioni nel senso richie- sto. Unico a fare la voce stonata nel coro, come nella preinchiesta, è il civile Ragib, quello che con la propria testimonianza aveva azzerato le versioni di comodo sulla fascia oraria tra le 20.00 e le 23.00 del 29 mag- gio. Conferma tutto, compreso il fatto che non conosce né “Rasema”, né “Dino”. Al processo si tenta di non farlo testimoniare, in quanto cugino
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di Paraga, ma la giuria accetta la sua testimonianza in quanto “non appar- tiene alla categoria dei testimoni principali”.
Tutti gli altri cinque testimoni cambiano le loro deposizioni. L’altro civile, Atif, non cita più alcun ordine dato da Paraga, tace sul ca- mion portato via il giorno dopo, e della decina di militari che aveva citato nella preinchiesta ne rimangono solo un paio, tra cui Meho Duvnjak, im- pegnato con lui a scaricare con i trattori il rimorchio e il camion. Anche gli altri adesso sostengono che il comando effettivo non era di Paraga. Anche le affermazioni imbarazzanti scompaiono: Fahrija dice di esser andato via dal Querceto prima che Paraga andasse a Radovan con gli ita- liani, e quindi non può sapere con chi fosse andato; Hamdija, che aveva descritto la vera “Rasema” dice di non conoscere nessuna donna nell’esercito; e Dževad che aveva descritto un esecutore dicendo che era Edhem non dice più nulla a questo proposito.
Dževad è il testimone che modifica maggiormente la propria ver- sione: da comandante delle guardie diventa soldato semplice, e anziché essere in servizio sarebbe stato a casa; nega di aver visto Paraga e i “ra- gazzi di Voljice” quel giorno e di conseguenza Paraga non può aver or- dinato nulla; tace sui militari presenti al momento dello scarico del ca- mion (nella preinchiesta, tra gli altri, aveva detto che c’era anche “Dino”); sorvola sugli spostamenti presunti del camion dopo lo scarico. Il verbale dell’udienza processuale è particolarmente sobrio; da testimone oculare della sua deposizione riporto le annotazioni che allora avevo preso: “[Dževad dice che] non sa niente e non sa perchè lo chiamino a depor- re… Il giudice a latere gli chiede per due volte se ha paura: risponde che non sa perchè viene chiamato in Tribunale, ‘le persone che mi interroga- no ne sanno più di me’, ‘io non so neppure quando è successo il fatto’, ecc… La deposizione di Dževad Zulum è stata particolarmente penosa: lunghi silenzi, risposte a monosillabi, ‘si’, ‘no’, ‘non so’. A un certo punto è esploso dicendo: ‘cosa volete da me, io non so niente, non so cosa ci faccio qui’… Paraga chiede scusa al testimone dicendo che non è colpa sua se lui è lì in Tribunale”. Ordine, contrordine, disordine.
Tuttavia, oltre a Ragib che continua a rifiutarsi di dire il falso, e a Dževad, che cade in una crisi di panico, gli altri quattro testimoni non si piegano del tutto. Fahrija e Meho non ripetono più il copione su Nihad Ohran sul camion insieme ad Hamdija, anzi negano esplicitamente che fossero insieme. Il silenzio su “Dino” permane, e chi ne parla lo fa a sua difesa, come Meho, che lo ricorda al Querceto dopo la partenza di Para-
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ga con gli italiani. Altri dettagli non conformi al copione vengono soste- nuti da questi testimoni.
Il settimo testimone della preinchiesta, Nihad Ohran, al tempo l’unico accusatore di Paraga, “Rasema” e “Dino”, ritratta tutte le sue ac- cuse: anche lui, come gli altri, adesso dice che Paraga non ordinava nien- te a nessuno, e al Querceto non ha fatto caso agli italiani e non si è ac- corto di nulla, tanto meno che a un certo punto scompaiono Paraga, “Rasema” e altri soldati (“probabilmente durante l’intera durata delle operazioni di scarico e carico della merce a Hraskršče c’erano sia Paraga che Rasema, non me ne ricordo perché ero impegnato a scaricare il ri- morchio”). Mantiene invece il suo vecchio alibi, quello relativo agli spo- stamenti del camion insieme ad Hamdija.
Ai sette testimoni della preinchiesta, se ne aggiungono altri otto in questa fase, tutti militari; ben pochi rispetto alle svariate decine citati dai testimoni della preinchiesta, e soprattutto non compare Nijaz Kurbego- vić. Quattro di questi nuovi testimoni dicono molto semplicemente che loro non c’erano quel giorno, a Guser, o al Querceto, a Radovan, o a Mašete, anche se sono stati citati da questo o quello dei testimoni della preinchiesta – non si preoccupano minimamente di avere o non avere un alibi. Ben tre di loro dicono che non si sono mai recati in vita loro in uno o in tutti questi posti. Uno di questi è Edhem Šehić. Un altro è Nermin Prijić, che arriva a dire che durante tutta la guerra ha visto Paraga solo una volta. Il terzo è Nihad Huntić, del novero dei “forse innocenti – for- se colpevoli”, che afferma che con Paraga non aveva praticamente mai avuto alcun rapporto, pur avendo condiviso con lui tutto il passato mili- tare dalla primavera 1992 al marzo 1993. Giustifica i propri silenzi su domande specifiche (come quella su dove si trovava effettivamente il 29 maggio 1993) con la improbabile formula del “segreto militare”. Dice pe- rò (ed è l’unico nella fase dell’inchiesta e del processo) che “Rasema” era piccola, paffuta, sempre con i capelli corti. Il quarto nuovo testimone che “non c’era” è Besim Zulum (anche se il nuovo copione lo voleva invece presente), che afferma che era in ospedale da metà maggio al 4 agosto 1993; peccato che nella deposizione del 2008 se ne dimentica, afferman- do che il 29 maggio 1993 era in giro per compiti militari da un’altra parte – a dimostrazione che la Procura di Travnik non effettuò alcun riscontro delle testimonianze.
Altri tre testimoni, pur ammettendo di esser stati presenti, riesco- no a dire ben poco. Meho Duvnjak dice di essere arrivato al Querceto
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quando già non c’erano più né Paraga, né “Rasema”; si sarebbe occupato solo dello scarico del rimorchio e del camion, su cui c’era il solo Hamdi- ja; e siccome non ha visto Paraga non può aver ricevuto alcun ordine da lui. Nomina anche uno dei due civili presenti al Querceto, citati prece- dentemente dal loquace Fahrija. Anche Mujo Muminović c’era, ma non aveva visto gli italiani, non conosceva Paraga, e non aveva visto nessuna donna; durante le operazioni di scarico si era recato con un trattore a Mašete, dove aveva staccato il servizio, perché era finito il suo turno. Il terzo che c’era, Fuad Zec, formalmente il vice di Paraga, dice banalmente che non aveva fatto caso se c’erano o no degli italiani, e che a un certo punto, al Querceto, con ancora presente Paraga, se ne era andato a casa. Nelle deposizioni del 2008 Fuad Zec afferma di non ricordare assoluta- mente nulla; Mujo Muminović e Meho Duvnjak hanno anch’essi oppo- sto un simile silenzio nel 2008, o la minore pressione e lo scorrere del tempo han fatto sì che abbiano reso informazioni aggiuntive? Purtroppo non lo sappiamo, perché le loro deposizioni di quell’anno sono indispo- nibili.
L’unico nuovo testimone degno di nota è quindi Hanas Zulum. Anche lui difende Paraga sostenendo che non comandava, de iure e de fac- to, i soldati presenti quel giorno, ma in più ripete passo passo la versione dell’imputato, autonominandosi il trattorista che portò gli italiani fino a Radovan.
In generale nessuno si preoccupa molto delle discordanze e degli alibi, e tutti e quindici i testimoni possono a buon diritto definirsi “testi- moni della difesa” di Paraga, con l’unica notevole eccezione di suo cugi- no, Ragib, il civile.
Quello che contava era la documentazione del Ministero della Di- fesa. La prima informazione viene inviata il 20 ottobre 2000, ed è relativa alla posizione militare di Paraga al 29 maggio 1993. Altre carte vengono inviate il 12 febbraio 2001: il rapporto stilato a Bugojno il 30 maggio 1993, con le prime informazioni sull’accaduto; l’ordine del 7 novembre 1994 del vertice militare bosniaco di effettuare una indagine sull’eccidio; il rapporto della squadra investigativa del 13 novembre 1994, in cui si ipotizzava la responsabilità di Paraga e di Nihad Huntić, ma che sospen- deva qualsiasi attività investigativa per i possibili contraccolpi sull’efficienza militare delle unità dove Paraga e Nihad Huntić operavano (questo rapporto descrive una sequenza di eventi particolarmente impro- babile: il 1° battaglione di Gornji Vakuf avrebbe rifiutato gli ordini di
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combattimento in una data non definita; l’11 novembre Paraga sarebbe stato messo a capo di questo battaglione, il 12 novembre Paraga sarebbe riuscito a far rientrare questa insubordinazione, e il 13 novembre veniva stilato il rapporto della squadra investigativa che prendeva atto della in- sostituibilità militare di Paraga). Successivamente, nel corso del processo, giungono altri due documenti. Il primo è del 30 maggio, e descrive Para- ga e un gruppo di militari a lui vicini (si specifica che questo gruppo in- cludeva dieci membri del PDO) come una unità che operava in modo indipendente e arbitrario, dedicandosi esclusivamente ai furti di convogli e di mezzi11. “Il Comandante di allora della 317a Brigata, Enver Zejnila- gić, ha inviato al Comando del 3° Battaglione Muharem Dugalić… con l’ordinanza di nomina come Comandante della sopracitata unità. Dugalić non è riuscito a mettere sotto controllo Prijić e il suo gruppo e a collega- re il Comando del 3° Battaglione con il Comando della 317a Brigata. Un mese dopo al posto del Comandante del 3° Battaglione è stato inviato Fuad Zec, che ha svolto lo stesso incarico fino alla fine della guerra”. Questo stesso rapporto non cita più Nihad Huntić, ma Muharem “Ce- tin” Alić e una certa Ramiza [sic] di Hadžići, in stretti rapporti con Para- ga. Il rapporto del 5 giugno 2001 nega che negli archivi militari esista un rapporto di Paraga su quanto avvenuto il 29 maggio 1993, rapporto che invece Paraga sostiene di aver fatto, e reintroduce Nihad Huntić come comandante di un plotone PDO presente in zona, ma sotto il comando di Goran Čišić. Il tutto non è molto lineare: se nel maggio-giugno 1993 Paraga era solo un bandito, come è possibile che nel novembre 1994 fos- se diventato un elemento chiave nel dispositivo militare a Gornji Vakuf? Nel rapporto del 30 maggio il plotone del PDO obbediva a Paraga, in quello del 5 giugno a Goran Čišić – può esser la differenza tra la situa- zione de facto e de iure, ma se così era dal punto di vista de iure avrebbe da- to pienamente ragione alla difesa di Paraga. Chi lo avrebbe sostituito “dopo un mese” sarebbe stato Fuad Zec, proprio il vice di Paraga (cioè il vice del bandito…) – mentre Paraga e altri testimoni dicono che era stato sostituito dal suo altro vice, Osman Huntić. “Rasema” diventa “Ramiza” di Hadžići, il che sconferma una volta di più la identificazione di “Rase- ma” con Rasema Handanović, che invece era originaria di Sanski Most. E chi è Muharem “Cetin” Alić che nessuno aveva nominato e nessuno nominerà successivamente? Infine nel rapporto del 13 novembre 1993
Nota 11 L’immagine di Paraga come militare fuori controllo e bandito la si ritrova anche nei rapporti degli Osservatori della Comunità europea, presenti in zona nei giorni dell’eccidio, sulla base di informazioni ricevute dal comando della Brigata di Gornji Vakuf.
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Nihad Huntić viene sospettato perché lui personalmente ostentava l’emblema descritto dai sopravvissuti italiani, che non era l’emblema ge- nerico del PDO12 – e in effetti ipotizzando che anche il secondo esecuto- re fosse del PDO (come sosteneva la versione ufficiale), quest’ultimo non aveva assolutamente questo emblema. Ma allora “Dino” Prijić e Ni- had Huntić per essere interscambiabili avrebbero dovuto fregiarsi con un uguale emblema personale. Ma tutti questi dettagli non contavano, come non contavano i dettagli delle deposizioni dei testimoni. Quello che con- tava è che Paraga fosse ritratto come un militare fuori controllo, un ban- dito dedito esclusivamente alle rapine; e che come militare fosse quello con il più alto grado presente in quella zona quel giorno.
Il Tribunale di Travnik ha condannato Paraga perché era l’ufficiale con il più alto grado militare presente sulla scena dei fatti: tutti i soldati dovevano essere de iure ai suoi ordini, e alla situazione de iure corrispon- deva quella de facto13. Ironicamente questo Tribunale ha rubricato l’eccidio come finalizzato a occultare il furto14, allorquando il vertice dell’Esercito bosniaco aveva esplicitamente affermato che questa attività di Paraga sarebbe stata più che risaputa, e che quindi non vi era alcunché da occultare. Il problema è che ritrarre al contempo Paraga come militare e come bandito era contraddittorio: nella prima posizione quello che con-
Nota 12 D’altronde sarebbe ben strano che l’emblema delle ossa incrociate con il teschio fosse un simbolo di un Corpo dell’Esercito bosniaco: questo emblema è infatti quello storico dei nazionalisti di destra serbi, i četnici.
13 “Poiché sul terreno non era presente un’unità intera [delle Polizia Militare e del PDO], ma solo una sua parte (che per sua grandezza corrisponde al reparto) […] l’ufficiale con il grado più alto assume il comando. L’ufficiale con il grado più alto era appunto l’imputato Hanefija Prijić, il comandante del battaglione. Secondo le regole militari questo fatto lo mette direttamente al comando di tutte le unità presenti sul terreno, le quali sono ‘de fac- to’ subordinate a lui… Non è credibile il fatto che l’imputato alle persone che presero parte alla sparatoria, agli esecutori, non abbia dato l’ordine di farlo e che loro due non erano subordinati a lui”.
14 “Non è contestabile il fatto che il giorno in questione oltre alla merce che si trovava sul camion e sul rimorchio sono stati sequestrati i veicoli stessi appartenenti al deceduto Fa- bio Moreni, l’autovettura Lada Niva noleggiata a Spalato… e inoltre il denaro di tutte le parti lese, l’apparecchiatura fotografica e i loro oggetti personali che senza dubbio aveva- no un valore elevato. Il fatto che l’imputato, al fine di trarne profitto per sé e per altre persone, si sia impossessato dei suddetti oggetti, rappresenta un motivo valido per com- mettere il reato. Lo scopo era nascondere e distruggere le prove contro di lui… Per quan- to riguarda il reato stesso il Tribunale ritiene che era stato commesso con premeditazio- ne. L’imputato diede l’ordine sapendo che sarebbe stato rispettato ciò che induce a crede- re che voleva uccidere i cinque italiani. Le parti lese Agostino Zanotti e Cristiano Penoc- chio sono stati tratti in salvo indipendentemente dalla volontà dell’imputato e degli esecu- tori del reato”.
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tava era il grado militare, nella seconda quello che contava erano esclusi- vamente i rapporti di comando de facto, come è evidenziato dalla presunta vicenda di Muharem Dugalić. Condannare Paraga come al contempo comandante militare e bandito è stato un totale non senso. E per questo non si può neppur dare la colpa alla difesa di Paraga – sostenuta da un avvocato di livello internazionale, che riuscì a far assolvere al Tribunale internazionale dell’Aja l’ex comandante in capo dell’Esercito bosniaco, Sefer Halilović.

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