Le deposizioni del 2008: silenzi, ripensamenti e rivelazioni

L’ultimo incartamento include una serie di deposizioni del 2008 relative a un procedimento giudiziario nei confronti di Sabahuddin “Dino” Prijić, sospettato di essere uno dei due esecutori. Di questo procedimento non si ha nessuna informazione al di fuori di queste deposizioni, salvo una richiesta fatta nel luglio 2016 da parte bosniaca alla Procura bresciana di riconoscimento di uno dei due esecutori da parte dei due sopravvissuti italiani (una replica di quanto già era avvenuto nell’ottobre 1999). Sia nel 1999, sia nel 2016, è stato affermato da parte della Procura bosniaca che la fotografia (o le fotografie) che i due sopravvissuti hanno identificato come quella di uno degli esecutori ritrae Sabahuddin “Dino” Prijić. Il gruppo di deposizioni fornite dalla Procura di Travnik include tutti e sette i testimoni della vecchia preinchiesta del 1999, ma omette le deposizioni di quattro testimoni sugli otto che si aggiunsero all’inchiesta e al processo. Sorprendentemente manca la deposizione di Hanas Zulum, l’unico che nell’inchiesta e nel processo aveva accusato esplicitamente Sabahuddin “Dino” Prijić, ma vi compare quella di un certo Hasan Zulum, che non compariva nei precedenti procedimenti, e che in sostanza dice di non sapere nulla di tutta la vicenda.

Nihad Ohran, il testimone che aveva accusato “Dino” nella preinchiesta e che poi aveva ritrattato nell’inchiesta e al processo, nel 2008 non dice nulla e rinvia alle sue precedenti deposizioni. Anche Fuad Zec fa scena muta. Invece Ragib, il civile, conferma per la quarta volta la sua versione (incluso che non conosce “Dino”); e anche Nihad Huntić e Edhem Šehić confermano le loro precedenti versioni, che cioè non c’erano (Edhem Šehić aggiunge di non conoscere “Dino”). Anche Hamdija, l’autista, conferma la deposizione fatta all’inchiesta e al processo (salvo dimenticarsi il presunto spostamento del camion la sera del 29 maggio 1993 da Gracanica a Bunta), incluso il fatto che non conosce “Dino”. Le altre cinque deposizioni invece riservano qualche sorpresa.

Come già prima ricordato, Meho, il raccoglitore di legna, e Besim Zulum cambiano la loro versione. Meho era certo impegnato a raccoglier legna, ma poi aveva incrociato il camion che si stava dirigendo al Querceto e lui, col suo trattore, era allora tornato al Querceto; qui aveva fatto due viaggi col trattore per scaricare la merce dal rimorchio del camion e portarla al magazzino; e solo al ritorno del primo viaggio aveva visto al Querceto Hamdija, pronto a spostare il camion. Besim Zulum non dice più di esser stato ospedalizzato, anche se, per altri motivi, lui comunque non c’era. Invece Fahrija, l’addetto alla logistica, integra le sue precedenti versioni: nomina i due corrieri che la mattina del 29 maggio 1993 gli avevano portato l’ordine dal Comando di Mašete di recarsi al Comando con il trattore; aumenta fino a 20 persone quelle che si erano spostate da Mašete a Guser, sia sul suo trattore sia su un secondo trattore, guidato da Kurbegović; conferma quanto affermato al processo, che cioè se ne era andato via dal Querceto, in specifico su ordine di Nihad Ohran, prima che Paraga e gli altri si dirigessero a Radovan, ma aggiunge che gli dissero che gli italiani erano stati portati via con il trattore di Kurbegović. Infine dice di non conoscere “Dino”, mentre nella preinchiesta ne parlava, anche se solo en passant.

Due persone, Meho e il secondo civile, Atif, ci tengono a specificare che “Rasema” era piccola, bassina, con i capelli rossi, e che aveva circa 30 anni (per il resto Atif conferma le sue precedenti deposizioni, sorvolando sui punti discordanti, e conferma di non conoscere “Dino”). Ancora Meho e Dževad, il comandante delle guardie, aggiungono che Paraga era sempre con un piccolo gruppo di persone, che includeva Sabahuddin e Suad Prijić, Edhem Šehić e “Rasema” (Dževad sulla ricostruzione degli avvenimenti dice poco o nulla, mentre Meho aggiunge che a suo parere Paraga è innocente).

In tre specificano “chi sa” cosa successe il 29 maggio 1993: Besim Zulum parla genericamente degli uomini di Paraga”; Dževadnomina Paraga, Fuad Zec, l’autista Hamdija, Nihad Ohran e Meho Duvnjak; Fahrija come al solito è il più loquace, ed elenca chi ha informato sull’arrivo del camion (in modo generico), i centralinisti Emir Ohran, Eniz Zulum e Almir Švago, chi era sulla strada principale e ha fermato il camion (in modo generico), e infine Paraga, Pokvic, Fuad Zec e i quattro o cinque di Voljice. Dževad aggiunge che Paraga era una persona selvaggia e maltrattava i locali, non era mai sulla linea del fronte, e che denaro e potere gli avevano dato alla testa.

La Procura con le spalle al muro: giustizia senza verità

I testimoni hanno dato molteplici versioni degli avvenimenti, perché era loro richiesto, o per opporsi a quanto loro richiesto, o perché la situazione obiettiva era mutata. La metafora del campo di battaglia è attinente: si cambiano manovre e tattiche a seconda di quelle di avversari e alleati, niente è statico e dato una volta per tutte; la posta in gioco, se mai per qualcuno è stata la vittoria, era quantomeno una sconfitta onorevole, con salva la vita. A questa regola non poteva sfuggire la Procura di Travnik, che sul campo di battaglia del 29 maggio 1993 fu una protagonista decisiva.

La Procura di Travnik, al termine della preinchiesta, ha di fronte una situazione complessa: contro Paraga ha le testimonianze dei sopravvissuti italiani, le deposizioni dei testimoni che confermano la sua presenza, il suo ruolo di comando, ma nessun documento ufficiale da fonte ministeriale che specifichi il suo grado militare, il suo ruolo. Nessun testimone dichiara o ammette di esser stato presente all’eccidio, o almeno dice chi erano quelli che se ne andarono con gli italiani verso Radovan – salvo Fahrija la cui ricostruzione è tuttavia contrastante con quella dei sopravvissuti. “Rasema” sarebbe Rasema Hadanović, ma i due sopravvissuti italiani non la riconoscono dalle fotografie; uno dei due esecutori sarebbe “Dino”, Sabahuddin Prijić, e in questo caso i sopravvissuti confermano, davanti a una fotografia fornita non sappiamo da chi alla Procura. Tuttavia solo Nihad Ohran dice che quando si era accorto che Paraga non era più al Querceto era assente anche “Dino”, e gli altri testimoni giurano che non sanno chi sia. La Procura di Travnik chiede le carte in possesso alla Procura di Brescia, ma non ottiene nulla. Un punto fermo è invece l’identificazione di uno dei due sopravvissuti del trattorista dal Querceto a Radovan, Nijaz Kurbegović, confermata in tutto o in parte da due testimoni, Fahrija e Dževad. Il lavoro investigativo che aspetta la Procura di Travnik è oneroso, ma il presupposto legale è l’autorizzazione da parte del Tribunale internazionale dell’Aja. Il documento che elabora a questo fine la Procura si concentra su Paraga, e concede la presenza di Rasema Handanović e di Sabahuddin Prijić al momento dell’eccidio. È una concessione parziale e senza conseguenze: “Dino” non viene indicato come esecutore, ma solo come presente sulla scena dell’eccidio; e viene affermato esplicitamente che comunque i due non sono perseguibili, essendo residenti all’estero. La sospirata autorizzazione giunge nel maggio 2000, e ufficialmente la vera e propria inchiesta inizia a settembre. La Procura non è stata tuttavia solo in attesa. Ha di certo svolto delle indagini, anche se non risultano dalle carte in nostro possesso: a settembre programma di ottenere la deposizione di Nihad Huntić, che nessun testimone aveva fino ad allora nominato (il documento del Ministero della Difesa che rivela che Nihad Huntić era sospettato nel 1994 di essere uno dei due esecutori giunge alla Procura di Travnik solo nel febbraio 2001); di un Fahrudin Kurbegović e di un omonimo di Dževad (Dževad Zulum) anch’essi mai nominati; e oltre a questi viene aggiunto anche Nermin Kurbegović, citato fugacemente nella preinchiesta dal solo Dževad. A settembre sceglie una limitata rosa di nomi da includere come nuovi testimoni – questa selezione tra le persone citate dai testimoni della preinchiesta può oggi essere criticata, per la presenza o l’assenza di questa o quella persona, ma include comunque il “punto fermo”, il trattorista Nijaz Kurbegović, testimone oculare dell’eccidio. Si programma di avere nuove deposizioni da parte dei sopravvissuti italiani, e deposizioni come persone informate dei fatti di Rasema Handanović e di Sabahuddin Prijić. Naturalmente la Procura reitera la richiesta al Ministero della Difesa della documentazione attinente a Paraga e all’eccidio.

Ma a ottobre 2000 succede qualcosa. Il mese inizia con l’arresto di Paraga, che si avvale della facoltà di non rispondere. La Procura inizia il suo programma di audizione dei testimoni il 18 ottobre con Nihad Huntić, poi il 20 ottobre arriva la prima comunicazione del Ministero della Difesa, certo molto stringata, ma il silenzio da parte di Sarajevo viene finalmente rotto. Il 3 novembre si capisce che qualcosa si è consumato nelle settimane precedenti: quel giorno c’è l’audizione di Nermin Prijić. Non era previsto a settembre, e non è in aggiunta alla lista iniziale di persone da convocare. Nijaz Kurbegović, Fahrudin Kurbegović, Nermin Kurbegović e l’omonimo di Dževad Zulum non vengono più convocati. Anche i due sopravvissuti italiani non vengono convocati, evitando in tal modo i riconoscimenti fotografici dei nuovi testimoni. Le progettate audizioni di Rasema Handanović e di Sabahuddin Prijić come persone informate sui fatti non avvengono. Il 30 novembre depone Hanas Zulum, che si autonomina come il trattorista dal Querceto a Radovan. Il 12 febbraio arriva la seconda, corposa, comunicazione da parte del Ministero della Difesa. L’inchiesta si conclude il 2 marzo: la Procura fa propria la tesi di Hanas Zulum come trattorista, e di conseguenza “il testimone Zulum Hanascon la sua osservazione diretta ha notato tanti fatti importanti[anche se] nella parte quando descrive gli avvenimenti sull’altopianodella montagna Radovan, dove è successa la uccisione dei lesi’…nasconde alcuni fatti con l’intenzione di alleggerire la responsabilità penale dell’imputato per il reato svolto”. La Procura liquida la testimonianza di Ragib, il civile, scrivendo il falso, e cioè che insieme a molti altri si sarebbe recato al Querceto. La Procura fa propria tutta la versione ufficiale, salvo ovviamente la responsabilità specifica di Paraga. Ma si oppone a coinvolgere “Rasema” e “Dino”: l’identificazione di “Rasema” come Rasema Handanović scompare nel modo più totale, mentre per quanto riguarda “Dino” si afferma esplicitamente che gli esecutori non sono stati identificati, nonostante venga data così tanta importanza alla deposizione di Hanas Zulum, che lo accusa; i loro nomi non vengono mai pronunciati al processo(solo certa stampa bosniaca li ha ricordati, nell’agosto e nell’ottobre 2000, e poi nel maggio 2001). Il Ministero della Difesa mantiene anche durante il processo la sua totale disponibilità, inviando ulteriori comunicazioni il 30 maggio e il 5 giugno 2001.

Vista la svolta della Procura, il processo viene organizzato di conseguenza. I sopravvissuti italiani, dopo la loro deposizione in apertura del processo, vengono “impacchettati” (secondo una precisa terminologia militare) e rispediti in Italia in modo da non vedere i testimoni; al processo vengono vietate riprese video, fotografie e registrazioni (una prassi di certo anomala); il processo stesso si svolge in una sorta di semiclandestinità, senza quasi alcuna copertura mediatica bosniaca.

È d’obbligo riconoscere che tuttavia la Procura di Travnik non si era sottomessa del tutto alla versione ufficiale. Come i testimoni, che apparentemente avevano accettato di recitare la propria parte, ma al contempo cercavano di smarcarsi personalmente il più possibile da questa operazione, così la Procura si rifiuta di incriminare, anche solo a livello mediatico, Rasema Handanović e Sabahuddin Prijić. È probabilmente nell’ottobre 2000 che la Procura scopre che la fotografia raffigurante “Dino” è invece di un’altra persona (su cui si veda più avanti). Ed è a ottobre 2000 che riceve la prima comunicazione del Ministero della Difesa, che certifica semplicemente che Paraga il 29 maggio 1993 era comandante del 3° battaglione, facente parte della 317a Brigata, comandata da Zejnilagić, a sua volta facente parte del 3° Corpo dell’Esercito bosniaco. E il documento si conclude con questa affermazione: “Enver Zejnilagić è morto il 10.10.1993 a causa di un ictus. Se i comandanti di plotoni, compagnie e battaglioni spesso erano uomini oscuri, il cui destino è conosciuto solo da familiari, amici, commilitoni, i comandanti di Brigata erano invece personalità pubbliche a tutti gli effetti. Zejnilagić ancor più, essendo stato il comandante della Difesa territoriale della città di Sarajevo fin dal primo giorno di guerra. Zejnilagić ha fatto poi parlare di sé opponendosi alla pace di Dayton e alla divisione della Bosnia Erzegovina. Quando è morto è stato tumulato a Sarajevo, nel mausoleo riservato agli eroi di guerra, insieme ai più alti dirigenti militari deceduti. È morto di infarto, nel dicembre 1995. Il Ministero della Difesa, concludendo nel modo che abbiamo visto la sua comunicazione dell’ottobre 2000, è come se avesse voluto comunicare alla Procura che, volendo, si poteva riscrivere la storia, e che la verità anche se risaputa non contava nulla. La Procura per poter ottenere la condanna di Paraga, responsabile al di là di ogni dubbio dell’eccidio degli italiani, accetta che la verità venga sacrificata, a condizione di non coinvolgere degli innocenti.

Continua

Annunci