Un quarto di secolo è passato da quel 29 maggio 1993. Quel giorno, a Gornji Vakuf, in Bosnia-Erzegovina, il nostro compagno Guido Puletti, con altri due volontari, Sergio Lana e Fabio Moreni, veniva assassinato da membri dell’esercito bosniaco-musulmano, capeggiati da Anefija Prijic, detto “Paraga” (dal nome del capo delle milizie croate d’estrema destra). I tre volontari (con altri due bresciani, sopravvissuti, Christian Penocchio e Agostino Zanotti) stavano portando viveri e medicinali a Vitez e a Zavidovici (la prima in mano croata, la seconda in mano musulmana). Vennero fermati e, in seguito, misteriosamente assassinati. Il compagno Ilario Salucci, fino a qualche tempo fa principale animatore del Centro Studi “Livio Maitan” di Brescia, ha scritto un saggio su questa orribile vicenda, che pubblichiamo di seguito, a puntate, vista la lunghezza del saggio.

 

Gornji Vakuf (Bosnia), 29 maggio 1993
Una storia semplice

Ilario Salucci
Gornji Vakuf (Bosnia), 29 maggio 1993. Una storia semplice Brescia, giugno 2018

Indice
Introduzione                                               Pag.1

Brescia, 2015-2018                                      pag.2

Travnik, 1999-2008                                      pag.5

Bosnia centrale, 1993-1994.                       pag.37

Europa, 1989-1993                                       pag.59

Gornji Vakuf (Bosnia), 29 maggio 1993   pag.83

Conclusione                                                   pag.87
Appendice
Rasema Handanović e Rasema Oručević pag.90

Ostacoli all’inchiesta bresciana e depistaggi pag.96

Introduzione
Quello che segue non è un giallo. Non ci sono rivelazioni clamo- rose, descrizioni di trame per definizione oscure, complotti finalmente rivelati. È inutile andar subito alle conclusioni, per sapere chi è l’assassino. È un tentativo di capire cosa successe a Gornji Vakuf venti- cinque anni fa, in memoria di Guido Puletti, amico e compagno, nelle discussioni, nelle analisi, nel partito, nelle lotte. E in omaggio agli amici e compagni, alle amiche e compagne, di domani.
Scrivendo della Bosnia uso il termine “musulmani” esclusivamente in senso nazionale, senza alcun riferimento alla religione. Non affrontan- do mai quest’ultimo aspetto non sono obbligato a differenziare una na- zionalità (Musulmana con la maiuscola) dalla religione (musulmana con la minuscola). Questo termine era di uso comune negli anni 1990-1993, il periodo a cui mi riferisco nel testo. Successivamente è stato rimpiazzato dal termine “bosgnacchi”.
Nel testo vengono citati Slobodan Milošević (1941-2006), Franjo Tudjman (1922-1999), Alija Izetbegović (1925-2003) e Mate Boban (1940-1997). Erano rispettivamente a capo del partito nazionalista domi- nante in Serbia (Partito socialista di Serbia – SPS), in Croazia (Unione democratico croata – HDZ), tra i musulmani di Bosnia (Partito d’azione democratica – SDA) e tra i croati di Bosnia (HDZ bosniaco e la sua ala militare, il Consiglio di difesa croato, HVO).
Il titolo è stato scelto in omaggio a Leonardo Sciascia.
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Brescia, 2015-2018
Venticinque anni fa venivano uccisi tre volontari in Bosnia, presso Gornji Vakuf, il 29 maggio 1993. Erano Guido Puletti, Fabio Moreni e Sergio Lana. Altri due riuscivano a salvarsi, Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Portavano aiuti umanitari a Vitez, città in mano croato- bosniaca, e a Zavidovići, città musulmano-bosniaca. “Volontari” è un termine generico, che non rende giustizia alla diversità di interessi e mo- tivazioni di queste persone: Moreni e Lana, mossi da una profonda reli- giosità; Zanotti, il rappresentante dell’organizzazione non governativa che aveva costruito un progetto di accoglienza nella provincia di Brescia di vedove e orfani di guerra di Zavidovići; Penocchio, fotografo di uno dei due giornali di Brescia; Puletti, italo-argentino, militante rivoluziona- rio e giornalista, con un passato da desaparecido in Argentina, uno dei po- chi a emergere vivo da quella terribile esperienza.
Quel giorno il piccolo convoglio degli italiani, composto da un fuoristrada e da un camion con rimorchio, venne fermato sulla Diamond route (la strada che collega Gornji Vakuf a Novi Travnik), in una località denominata Guser, da un’unità militare dell’Esercito bosniaco. Vennero successivamente spostati, uomini e mezzi, in una località denominata Hraskršče (d’ora in poi “Querceto”), dove vennero fatti salire sul rimor- chio di un trattore e trasportati in un’altra località, denominata Radovan. In quest’ultimo trasferimento vi erano cinque bosniaci: il comandante dell’unità militare dell’Esercito bosniaco, una donna con uniforme milita- re che lo accompagnava, due soldati e l’autista del trattore. Giunti a Ra- dovan i cinque italiani venivano incolonnati dai due soldati lungo un sen- tiero di montagna. Dopo un centinaio di metri i due soldati aprirono il fuoco a sangue freddo contro gli italiani. Il comandante di quell’unità mi- litare dell’Esercito bosniaco si chiama Hanefija “Paraga” Prijić, e ricopri- va il ruolo di ufficiale a capo del terzo battaglione della Brigata con sede a Gornji Vakuf, la 317a; nell’ottobre 2000 venne arrestato, e nel 2001 un processo in Bosnia, a Travnik, lo condannò per quell’eccidio a quindici anni di carcere, ridotti a tredici l’anno successivo, in sede d’appello.
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Fin dal 1993 si era aperta un’inchiesta a Brescia per quell’eccidio, e contro Paraga era stato spiccato un mandato di cattura internazionale nel settembre 2000, rinnovato nell’agosto 2015. Paraga era divenuto libero in Bosnia solo nel febbraio 2014, in quanto in carcere era stato condannato a 4 mesi aggiuntivi per aver partecipato a una rivolta nel carcere di Zeni- ca1. Viene nuovamente arrestato sulla base del mandato di cattura italia- no nell’ottobre 2015, in Germania. È successivamente estradato in Italia nel febbraio 2016, dove viene tenuto il processo di primo grado tra l’ottobre 2016 e il gennaio 2017. L’imputato sceglie il rito abbreviato. La responsabilità di Paraga, già accertata dal processo di Travnik del 2001, viene ribadita, e Paraga viene condannato all’ergastolo. Il processo di ap- pello, pur ribadendo appieno la responsabilità di Paraga, riduce la pena a 20 anni per una serie di tecnicismi: contro questa sentenza fa appello alla Cassazione sia il Procuratore generale, sia la difesa di Paraga. La Cassa- zione, nel maggio 2018, respinge entrambi gli appelli e conferma la pena di 20 anni.
Il responsabile quindi giudicato, secondo giustizia. Vicenda chiusa. Ma con un aspetto irrisolto: perché? Fu detto fin da subito che si trattava di un eccidio paradossale, fatto da forze musulmane ai danni di chi por- tava aiuti agli stessi musulmani. E come se questo non bastasse l’unico caso in tutta la guerra bosniaca di uccisione a sangue freddo di volontari stranieri. I processi hanno ipotizzato vari motivi, uno più risibile dell’altro, ma tanto sono solo ipotesi, e tutti le possono fare. Si dice quindi che solo Paraga potrebbe spiegare il perché di quell’eccidio, e vie- ne fatto appello alla sua coscienza: ma non lo fece a Travnik, e non l’ha fatto a Brescia. Ma c’è un bisogno psicologico di dare comunque una “qualche” risposta a questo interrogativo, e si esprime in modo più o meno conscio. Così l’iniziativa del Comune di Brescia, della Casa della memoria, dell’ADL Zavidovići, e da altri, fatta in una sala del Comune il 29 maggio 2018 è stata convocata con un testo in cui si parla del “para- militare Hanefija Prijić”, allorquando Paraga è stato condannato, sia a Travnik che a Brescia, in quanto ufficiale dell’Esercito – fosse stato un “paramilitare” vi sarebbero stati problemi probabilmente insormontabili per la sua condanna. Un lapsus calami o freudiano? Propendo per la se- conda spiegazione. Se Paraga fosse stato davvero stato un “paramilitare” allora sarebbe tutto più semplice: bandito, brigante, imprevedibile.
Nota 1 Un dettaglio comprensibilmente “dimenticato” dalla difesa di Paraga allorquando ri- chiede di computare i 4 mesi nella pena scontata per l’eccidio del 1993, e di considerare tutto il periodo detentivo in Bosnia come “di buona condotta”. Meno comprensibile che la stessa cosa venga ripetuta da altri.
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Che poi sia stato solo lui a far quello che fatto in Bosnia sarebbe da ascrivere al destino, al caso. Ci si dà una risposta, e poi si sbaglia a scrivere. Succe- de, è normale. Così i genitori di Sergio Lana, che aveva solo 21 anni quando venne ucciso, hanno perdonato Paraga. Il perdono è privato, frutto di una propria profonda religiosità. Ma perché allora a fronte della sua difesa (“non sono colpevole”) dicono che “il perdono ha avuto un riscontro”? Ciascuno si dà una risposta, e ciascuno la dà diversa. Ed emerge, inattesa, legittima, perché frutto di un bisogno psicologico in- sopprimibile.
Alla fine è davvero una storia semplice, ma ci sono state tre vitti- me, e per questo anche a distanza di venticinque anni permangono ferite e profonde esigenze negli animi di chi è rimasto.
Tuttavia. Tuttavia qualcosa non quadra. Di tutta la vicenda del 29 maggio 1993 si può esser certi, a mio avviso, solo di due cose: la respon- sabilità di Paraga e che la donna che era con lui non era Rasema Handa- nović2. Eppure proprio a Brescia Paraga dice per la prima volta che la donna era proprio la Handanović. Una menzogna in più? Ma perché a Travnik si era rifiutato di dirlo? Giudici, pubblici ministeri e avvocati non hanno fatto caso a questo dettaglio, e hanno continuato a scrivere e a di- re: Rasema Handanović. In realtà erano interessati solo a Paraga, e non hanno fatto caso a tutto il resto. Per loro era marginale. Per me può esse- re un buon motivo invece per rileggere le carte di Travnik, ovviamente tenute in alta considerazione dall’accusa. La verità forse può non aspetta- re le parole di un Paraga ravveduto.
Nota 2 Si veda l’appendice “Rasema Handanović e Rasema Oručević”.

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Travnik, 1999-2008
L’integralità delle carte dell’inchiesta e del processo di Travnik non è disponibile: una parte venne consegnata dalla Procura di Travnik alle parti civili nel 2001 e un’altra alla Procura di Brescia nel 2016. Altri do- cumenti sono pervenuti da fonti diverse dalle Procure. Ciascuna parte di questa documentazione integra le altre, pur non fornendo, nel comples- so, la totalità degli atti.
Temporalmente vi sono quattro grandi gruppi di documenti:
1. una fase di preinchiesta, dal luglio 1999 al febbraio 2000
2. una fase di inchiesta, dal settembre 2000 al marzo 2001
3. la fase processuale, dall’aprile al giugno 2001
4. un insieme di deposizioni risalenti al 2008 relative al ruolo
di “Dino” Prijić
L’insieme di questi documenti trasmette una sensazione di stra- niamento: nel corso del tempo gli imputati sembrano cambiare, e le iden- tificazioni inizialmente eseguite vengono poi lasciate cadere, come di- menticate; le testimonianze sono contraddittorie tra loro in ciascuna fase, e da una fase all’altra per ciascun testimone, e talvolta all’interno di una stessa deposizione; vi compaiono affermazioni patentemente false che tuttavia includono dettagli sorprendentemente veri, e dinieghi a rispon- dere con motivazioni improbabili; da una serie di elementi appare una Procura disinteressata a tali contraddizioni, limitandosi a rubricare come marginali le testimonianze che negano l’insieme delle ricostruzioni altrui, non effettuando verifiche, pur possibili e semplici, su una serie di affer- mazioni, sorvolando sulle linee gerarchiche e di staff all’interno dei vari corpi militari (anche se, è d’obbligo riconoscerlo, queste linee appaiono particolarmente confuse sul terreno); da parte ministeriale dapprima vie- ne negata l’esistenza di qualsiasi documentazione, salvo poi fornirla col contagocce scaglionata nel tempo.
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L’insieme di queste carte, pur con i vuoti che ancora permangono, appare come un pot-pourri da cui ciascuno può servirsi, prendendo a pia- cere questa o quella dichiarazione, a seconda dei gusti e degli usi che se ne vuol fare. Questo caos è come quello che apparirebbe a un osservato- re estraneo di fronte a un campo di battaglia dove più eserciti si scontri- no, senza uniformi e alcun tipo di segno distintivo – ma i cui partecipanti si conoscano tra loro perfettamente, sapendo distinguere correligionari, alleati più o meno contingenti e nemici.

 

 

 

 

 

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