del bono Il portico di Palazzo Loggia, stamane alle 5, era bagnato dallo champagne (ma forse era Franciacorta brut) spruzzato da un Emilio Del Bono raggiante sui suoi fan verso le due, quando è apparsa chiaramente la vittoria travolgente del sindaco del PD, eletto al primo turno col 54% dei voti. Umiliata la “sfidante” n.1, la scialba forzitaliota Vilardi, e praticamente annichilito il candidato “grillino”, mentre il quarto candidato, il “nostro” Alberto Marino, si fermava sotto l’uno per cento, seguito dal candidato del PCI e dai tre fascisti. Ma veniamo alle cifre assolute (con riferimento alle elezioni politiche di tre mesi fa). Ìl primo dato è il calo dei votanti: in tre mesi si passa da oltre 107 mila votanti a poco più di 83 mila. Un’astensione che ha colpito un po’ tutti i partiti (escluso il PD), ma che sembra aver svuotato soprattutto i “grillini”. Il centro-sinistra, unico indiscusso vincitore, passa dai  33 mila voti di tre mesi fa ai 41 mila di oggi (con un PD stagnante, ma col “boom” delle liste di appoggio a Del Bono) e addirittura supera i 44 mila se si guarda il risultato personale del sindaco. In termini percentuali poi, visto il calo di votanti, la coalizione “rosa” passa dal 32 al 54%: un vero trionfo. La destra perde oltre 10 mila voti (da 42 mila a 31 mila), con la Lega che funziona da “asso pigliatutto” nella coalizione perdente. Il partito di Salvini perde quasi 5 mila voti (da oltre 23 mila a meno di 19 mila), ma, rispetto al disastro forzitaliota (da quasi 13 mila a meno di 6 mila!) e postfascista (il partito della Meloni dimezzato: da quasi 5 mila a poco più di 2.500 voti) fa la figura dell’orbo nel regno dei ciechi. Ancor più disastrosi i risultati del M5S. Qui la debacle è senza appello: gli oltre 18 mila voti di 3 mesi fa si riducono a poco più di 4 mila. Un vero e proprio esodo verso le liste di appoggio a Del Bono o verso l’astensione. I tre partitelli fascisti ottengono risultati irrisori, anche rispetto a quelli già scarsi di tre mesi fa, particolarmente negativi per Casa Pound (che perde i due terzi dei suoi scarsi voti: da quasi 900 ai 300 di oggi), mentre la coalizioncina imperniata su Forza Nuova si limita a perdere una trentina di voti.

Ma veniamo a noi, ed a ciò che resta della sinistra. Potere al popolo sconta (come già ho scritto in un articolo la scorsa settimana) sia la rottura col PCI (non presente tre mesi fa) sia l’effetto polarizzante verso il centro-sinistra della “paura della destra” (soprattutto dopo la nascita dello sciagurato governo giallo-verde-nero). Meno di 700 voti, che uniti ai 360 del PCI ci portano poco oltre la soglia dei 1.000 voti (quasi 300 in meno rispetto a tre mesi fa, e più di 350 se si fa il paragone col risultato dell’uninominale). È una magra consolazione il fatto che, in termini percentuali, si passi dall’1,3 del 4 marzo all’1,4 di oggi (0,9 Pap, 0,5 PCI). Resta il fatto indubbio che la nostra campagna non è riuscita ad intercettare il prevedibile voto dei “delusi” del M5S né quello degli astenuti. Sempre nell’ambito della sinistra (questa volta moderata) non è andata per niente bene alla coalizione incentrata su Fenaroli e su LeU: i 4.500 voti del 4 marzo sono diventati 2.500 (dal 4,4 al 3,2%), nonostante tre mesi fa LeU fosse “in alternativa” al centro-sinistra, e non interna alla coalizione (cosa che, teoricamente, avrebbe dovuto favorire invece che penalizzare un’area molto sensibile al discorso del cosiddetto “voto utile”). Anzi, bisogna ammettere che, dei vari “cespugli” del centro-sinistra, la sinistra moderata è l’unica a perdere in termini di voti assoluti e di percentuale. Il fatto che il centro-sinistra bresciano appaia più in continuità con la stagione “ulivista” che con quella renziana è probabilmente all’origine di questa performance negativa della sua costola “sinistra” (e, en passant), anche di quella della “sinistra radicale”. Se ne discuterà approfonditamente nell’assemblea provinciale di Potere al Popolo, indetta alle 20,30 di mercoledì 13, nella sede della Federazione del PRC, in via Eritrea.

Vittorio Sergi

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