vitaPer il terzo anno consecutivo cala la speranza di vita negli USA. Dopo quelli del 2015 e 2016, anche nel ’17 prosegue, in controtendenza col resto del mondo (non solo quello “sviluppato”), il calo della speranza di vita alla nascita. La notizia è stata ripresa da qualche giornale e da RaiNews, ma non sembra aver suscitato grande interesse. E invece dovrebbe, eccome! L’aspettativa di vita è uno degli indici usati dall’ONU per calcolare il famoso ISU (Indice di Sviluppo Umano), accanto agli aspetti economici (PIL in parità di potere d’acquisto pro capite) e di istruzione (durata media degli studi pro capite). In realtà è il solo indice che abbia, in certo qual modo, una valenza oggettiva. Il PIL pro capite (sia pure calcolato a parità di potere d’acquisto) è, come si sa, relativamente indicativo, viste le disparità di classe, particolarmente acute nei paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” (e, guarda caso, negli USA). Ed anche la durata media degli studi non significa molto, vista la difficoltà di giudicare il livello qualitativo degli stessi. Per fare un esempio, un nordamericano medio (ed un britannico) studia quasi due anni più di un italiano. Ma chi conosce il livello medio penoso della scuola anglo-sassone (sia quella della “madrepatria” sia quella dei “parenti poveri”, gli USA) non può far altro che sorridere (pur con tutti i difetti – purtroppo crescenti, vista l’imitazione del fallimentare modello anglo-sassone anche da noi – della scuola italiana). Al contrario, la speranza di vita alla nascita è un indice meno “ballerino”. È ovvio che, anche in questo caso, le differenze di classe (e di genere, ma stavolta a favore delle donne) si fanno sentire, ma incidono relativamente poco sul dato medio. Che resta quindi un buon indicatore della “salute” di una società. E quindi è allarmante constatare che i nordamericani, da questo punto di vista, vanno di male in peggio. Se negli anni Cinquanta e Sessanta erano quelli che vivevano più a lungo sull’intero pianeta, dagli anni Ottanta in poi hanno continuamente peggiorato la loro posizione relativa, fino a cadere al 41º posto nel mondo (ultimi tra i paesi cosiddetti “sviluppati”). Tutto questo è conosciuto da molti anni, anche se il grande pubblico lo ignora (forse perché potrebbe avere qualche ripensamento sui presunti vantaggi della sanità privata?). Ma un calo addirittura in assoluto, e per tre anni di seguito, è una novità preoccupante. Quando accadde nel 2015, i giornali titolarono “che non accadeva dal 1993” (anno del boom dei morti per AIDS). Quando è ri-accaduto nel 2016 hanno titolato “Da oltre cinquant’anni non succedeva”. Ed oggi? Nessun giornale si è spinto a far paragoni storici: forse perché i dati non si spingono così indietro del tempo. Temo che si possa azzardare almeno un secolo o forse ancor più in là. Questo dato preoccupante la dice lunga non solo sul fallimentare modello di sanità made in USA (questo è ormai un dato assodato tra tutti coloro che si occupano di sanità in maniera seria ed obbiettiva), ma sull’intero sistema di vita nordamericano, dalla grande diffusione del cibo-spazzatura tipo Mc Donald all’abnorme abuso di psicofarmaci (oltre due milioni di morti per overdose nel 2017!), dallo stress insito in una società iper-competitiva e disumanizzante alla diffusione di un alcolismo non certo legato alle modalità socializzatrici e festaiole del “brindisi tra amici”.

I marxisti di tutte le tendenze (compresi quelli di matrice libertaria ed eretica, tra i quali mi annovero) hanno sempre parlato della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione (ergo, forme di organizzazione sociale), con lo sguardo puntato sulle crisi che questa contraddizione porta con sè. Guerre, crisi economiche, rivoluzioni, ecc. mostrano che questa contraddizione agisce in profondità. Ma complessivamente, seppur contraddittoriamente, il sistema capitalistico (va da sé, anche grazie alle grandi lotte delle vittime di questo sistema) ha, finora, almeno se la nostra vista si concentra sui tempi medio-lunghi (i 50, i 100 anni), garantito un certo sviluppo delle forze produttive e, mediamente, un miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte dell’umanità (in particolare nei paesi “ricchi”, ma anche in gran parte dell’Asia e dell’America Latina, e in minor misura, anche in parte dell’Africa). Ed il dato più eclatante è stato proprio questa “lotta contro la morte”, che ha permesso di raddoppiare nel corso di un secolo la speranza media di vita di ogni essere umano. Ma ora? Proprio nel cuore del sistema, nella principale economia del mondo (accanto a quella cinese) la tendenza sembra essersi invertita. Se fosse il segnale  tanto atteso dell’esaurimento della “spinta propulsiva” di un sistema ormai vecchio di tre, quattro secoli?

Flavio Guidi

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