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Dopo lo stillicidio di aggressioni a sfondo razzista e fascista, culminate con l’incendio alla libreria-enoteca del Mag 47 di due notti fa, oggi, sabato 24 febbraio, si è cercato di dare una prima risposta di massa. In mattinata c’è stato il presidio-corteo contro il previsto gazebo di Forza Nuova (poi sospeso dagli stessi fascisti) e nel pomeriggio la manifestazione delle Associazioni dei Sinti e dei Rom a cui aveva aderito l’intero arco della sinistra bresciana, compresa ovviamente Sinistra Anticapitalista e Potere al Popolo. Devo dire che la risposta, a mio modesto avviso, è stata data solo a metà. I circa 200 compagni che hanno sfilato stamattina, pur essendo più che raddoppiati nel pomeriggio (almeno 500 i partecipanti al corteo partito da Largo Formentone) hanno dimostrato che la forza del movimento antirazzista e antifascista è, per il momento, non solo al di sotto delle necessità, ma anche al di sotto delle aspettative. Per lo meno delle mie (che negli ultimi tempi penso di essere tutt’altro che ottimista). Se per la manifestazione del mattino non mi aspettavo molto (vista la ritirata dei fascisti e la semi-sovrapposizione con la mobilitazione pomeridiana) devo ammettere una certa delusione per quanto riguarda il pomeriggio. Il primo dato negativo riguarda la partecipazione degli organizzatori, le comunità Sinti e Rom, appunto. Poche decine gli esponenti delle comunità presenti in piazza: a quanto pare la consapevolezza del pericolo razzista, giustamente denunciata al microfono da alcuni Sinti (che hanno parlato, per fortuna, anche di alcune strutture di auto-organizzazione e vigilanza messe in piedi in questi giorni) non sembra aver allarmato più di tanto il grosso delle comunità, che hanno inviato piccolissime delegazioni alla manifestazione. La debolezza numerica degli organizzatori è stata solo in parte compensata dalla partecipazione del grosso dell’estrema sinistra bresciana (da Sinistra Anticapitalista ed in genere da Potere al Popolo, al PRC, dal Magazzino 47 al CS 28 maggio, dalla Rete Antifascista ai Cobas). Ma è sicuramente mancata una partecipazione realmente di massa, dell’ordine delle migliaia di persone, come ci si sarebbe dovuto aspettare di fronte alla gravità di quanto accaduto (e ancor più se si ha uno sguardo anche solo un poco attento a ciò che è successo nelle ultime settimane un po’ in tutta Italia). Probabilmente la contemporanea manifestazione indetta a Roma dalle organizzazioni della sinistra moderata e riformista e dal PD ha in parte danneggiato la riuscita dell’appuntamento bresciano. Ma temo che le ragioni di una mobilitazione tutto sommato ridotta vadano ricercate, almeno in parte, anche altrove. Oltre alla difficoltà a mobilitarsi per comunità poco abituate a scendere in piazza e a rivendicare diritti sacrosanti in forma collettiva, c’è stato (è triste ma inutile nasconderselo) il sentimento  di scarsa simpatia e persino di ostilità nei confronti dei Sinti e dei Rom diffuso in larga parte della popolazione “gagé” (per non parlare del vero e proprio razzismo aggressivo, che però, in questo caso, non avrebbe ovviamente effetti diretti sulla partecipazione, visti i soggetti). Scommetto che se fosse stata attaccata una sinagoga ebraica (che comunque non esiste a Brescia) avremmo avuto una reazione ben più significativa. E questo soprattutto per la maggior capacità culturale e politica del popolo ebraico di “narrare” il suo olocausto (e le sue secolari sofferenze) rispetto al popolo “zingaro”, il cui olocausto (circa mezzo milione di vittime) è restato, purtroppo, in una zona d’ombra per la grande maggioranza della popolazione. Che io sappia, non c’è stato finora nessun Pontecorvo, nessuno Spielberg a produrre una specie di “Kapo” o di “Schindler’s List” che racconti al grande pubblico il massacro di Rom e Sinti operato dai nazisti. E nemmeno un Primo Levi “zingaro”. Proprio per questo sarebbe stata necessaria una maggior presa di coscienza da parte di comunità storicamente emarginate e discriminate, per supplire, almeno con la forza del numero e con la determinazione, alle carenze di progetto politico e culturale. E non poteva certo supplire a questa grave lacuna un’estrema sinistra che, al di là della meritoria generosità, fa fatica ad uscire dall’autoreferenzialità e dall’autoghettizzazione. E questo, sia detto fuori dai denti, vale come critica e come autocritica, senza sconti per nessuno.

Flavio Guidi

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