islamdi Waleed Al-Husseini

Bahous non vorrebbe più sentir parlare d’Islam. E addirittura non parlarne più del tutto. Ma qualunque cosa faccia, qualunque cosa dica, quest’uomo di 33 anni, commerciante a Voiron (Isère) vi è comunque costretto a tornarci su. Il suo ateismo intriga, o disturba, a seconda dei punti di vista. Quando si viene, come lui, da una famiglia e da una cultura musulmana, il fatto di non credere in Dio – e soprattutto di dirlo apertamente – apre la strada a una vita d’incomprensioni, di rinunce, di rotture. “Io subisco un duplice sguardo, spiega Bahous. Per la gente, grazie alla mia apparenza, al mio nome, al colore della mia pelle, io sono de facto musulmano. Non possono concepire che io sia semplicemente francese. Ma per la mia famiglia io sono il brutto anatroccolo. Mi considerano un “francesizzato”: essere ateo per loro è tradire le mie origini, come se essere musulmano fosse un’origine. Di colpo, mi sento obbligato di giustificarmi sempre, su tutti i fronti“. Bahous aveva scritto a Le Monde lo scorso febbraio, rispondendo ad un appello di testimonianza dei musulmani che avevano perduto la fede. Quando l’abbiamo sollecitato di nuovo, in novembre, nulla era cambiato per lui. Aveva sempre la sensazione di vivere in questo “stranezza sospesa tra i due”, dove si sente obbligato a precisare incessantemente che lui non è “né islamofobo né islamofilo”. Il colmo per un ateo: “Dopo gli attentati, mi hanno chiesto di prendere le distanze.…” La sua famiglia, e in particolare il fratello maggiore, non ha mai accettato la sua rinuncia all’Islam. Da allora, i due uomini non si frequentano più. Bahous può, ciò nonostante, ritenersi fortunato: sua madre, alla quale aveva confessato i suoi dubbi sull’esistenza di Dio fin dall’adolescenza, non approva la sua scelta ma la tollera. “In certe famiglie, dichiarasi ateo può essere più complicato che dichiararsi omosessuale“, afferma il sociologo Hussame Bentabet, che lavora dal 2014 ad una tesi sulla rinuncia alla fede tra i musulmani di Francia. Un soggetto mai studiato in modo sistematico, e sul quale sappiamo pochissimo, tanto sanno essere discreti questi atei, in un contesto in cui, per lo meno in Francia, il conflitto tra “islamo-gauchistes”, considerati troppo tolleranti verso l’Islam politico, e “islamofobi”, accusati di “fare la guerra ai musulmani”, monopolizza il dibattito.

Persecuzioni, aggressioni e assassinii. La discrezione s’impone ancor più nei paesi a maggioranza musulmana, dove la rinuncia, se è pubblica, suscita reazioni molto più violente: bullismo, persecuzioni, aggressioni, addirittura assassinii.. L’ateismo è semplicemente inconcepibile. Anche se non esiste, in arabo, una parola specifica per l’ateismo (i termini usati – muhid, murtad o kafir – evocano più l’eresia o l’apostasa e hanno una connotazione peggiorativa), l’ateo è visto talvolta come più pericoloso dello stesso terrorista islamista. “Se sei libanese, puoi appartenere, per legge, a 18 comunità differenti. Se sei egiziano, puoi essere musulmano, cristiano o ebreo, precisa lo storico delle religioni Dominique Avon. Il diritto è applicato ai gruppi, e non agli individui; è innanzitutto comunitario. Ora, un ateo non rientra in nessuna categoria prevista dal diritto islamico. Se non in quella dell’apostasia“. Questo fenomeno non è nuovo nel mondo islamico. “Ci sono sempre stati intellettuali, scrittori, universitari che hanno potuto dire che non credevano in Dio“, prosegue D. Avon. Così, lo scrittore egiziano Ismail Adham (1911-1940) fece scandalo all’inizio degli anni Trenta mettendo in dubbio l’autenticità degli hadiths (parole attribuite al profeta Maometto) e pubblicando Perché sono ateo. Citiamo anche lo scrittore saudita Abdullah Al-Qasimi (1907-1996), che negò l’esistenza di Dio e sopravvisse a due tentativi di assassinio. Più di recente, Salman Rushdie o Taslima Nasreen sono stati perseguitati per i loro scritti giudicati blasfemi. “Ma la novità, prosegue lo storico, è che sono giovani che non sono passati per l’Università che dichiarano pubblicamente, tramite i social media, che sono atei“. Con l’avvento di Internet il fenomeno prende sempre più piede. Ma annunciando pubblicamente la loro riuncia all’Islam, questi atei si espongono a grandi rischi. Waleed Al-Husseini aveva 21 anni nel 2010 quando è stato arrestato nella sua città natale, Qalqilya, in Cisgiordania. Il suo delitto: dichiararsi ateo sul suo blog invece di tenersi il segreto per sè. Un “affronto al sentimento religioso“, secondo un tribunale palestinese.  Dopo 10 mesi di prigione, durante i quali dice di essere stato torturato, ha potuto finalmente partire per Parigi, dove ha ottenuto lo status di rifugiato e dove ha fondato la Sezione Francese del Consiglio degli ex-musulmani, nel 2013.

“Nessuna colpa è più grave”. Perchè definirsi “ex-musulmani”, quando l’idea è proprio di rifiutare la religione? “Una volta che si smetterà di volermi ammazzare, potrò smettere di definirmi così, spiega Maryam Namazie. Non voglio aver più niente a che fare con l’Islam. Ma, al giorno d’oggi, sono costretta ad ammettere che invade ancora la mia vita”. Installata a Londra dal 1979, questa iraniana colpisce per la sua verve e il suo discorso senza concessioni contro l’islamismo politico. Nel 2007 ha avuto l’idea di federare quelli che, come lei, hanno rinunciato all’Islam, in un’associazione, il Consiglio degli ex-musulmani di Gran Bretagna. Dal 2014, ha organizzato quattro conferenze a Londra sulla libertà di coscienza e d’espressione. L’ultima, il 22-23 luglio 2017, era d’un’ampiezza finora ineguagliata: circa 70 partecipanti venuti da 30 paesi si sono ritrovati in una lussuosa sala di conferenze di Covent Garden – un luogo tenuto segreto fino all’ultimo per timore di aggressioni. Di volta in volta, atei del Marocco, del Libano, della Turchia, della Giordania, del Pakistan…hanno raccontato alla tribuna il loro vissuto fatto di bullismo, di persecuzioni e, spesso, d’esilio, proclamato la loro assenza di fede, difeso la laicità, dibattuto e bestemmiato senza paura di rappresaglie. “È stata la maggior assemblea di ex-musulmani della storia, gioisce Maryam Namazie.

Ma quanti sono, questi atei condannati a nascondersi per non essere perseguitati? Difficile stabilire delle cifre. Ma, secondo un sondaggio internazionale WIN/Gallup su religiosità ed ateismo datato 2012, il 5% delle persone interrogate in Arabia Saudita si definiscono atee. La stessa proporzione degli….USA! Nel mondo arabo in generale, il 77% delle persone si sono definite “religiose”, il 18% “non religiose” e il 2% atee, contro rispettivamente l’84%, il 13% e il 2% in America Latina, zona maggioritariamente cattolica. “Le autorità egiziane, dal canto loro, danno cifre vicino allo zero; ma allora ci si chiede perché l’ateismo spaventa tanto l’autorità religiosa più alta del paese, l’università Al-Azhar, dove più di un ulema ha detto che non c’è colpa più grave di quella d’essere atei”, sottolinea lo storico D. Avon.

Era asfissiante“. Secondo il Rapporto sulla libertà di coscienza pubblicato dall’Unione Internazionale Umanista ed Etica, un’organizzazione fondata nel 1952 ad Amsterdam, l’ateismo, considerato come una bestemmia, un’offesa alla religione o un disturbo all’ordine pubblico, è penalizzato in una trentina di paesi musulmani. In 14 di essi, come l’Afghanistan, l’Iran, il Pakistan, il Qatar, l’Arabia Saudita o lo Yemen, è passibile di pena di morte, anche se la maggio parte di questi paesi hanno rinunciato ad applicarla. Ciononostante la represone continua. Uno dei casi più “mediatizzati” è stato quello del blogger saudita Raif Badaoui, condannato nel 2013 a mille frustate e a 10 anni di prigione. Malgrado una mobilitazione internazionale richiedente la sua liberazione, sta ancora marcendo in una cella per aver osato criticare l’Islam. Se non sono condannati dalle autorità, gli ex-musulmani lo sono dai loro vicini. Imad Iddine Habib può testimoniarlo. Questo marocchino di 27 anni, messo in una scuola coranica a 5 anni, a capito rapidamente di non credere in Dio: “Non volevo più andare in moschea; era asfissiante, lo trovavo stupido. Ora, per ben 7 anni, è tutto quello che mi hanno fatto studiare: la religione. A 13 anni, ho detto alla mia famiglia che non credevo in Dio. Mi hanno ripudiato e me ne sono andato”. Durante anni è sopravvissuto come un ragazzo di strada. Oggi Imad è rifugiato a Londra. Ha partecipato a 3 delle 4 conferenze organizzate da Maryam Namazie. Evoca il suo percorso con una voce dolce; dei lungi dreadlocks circondano il suo viso. La sua storia è altrettanto arida del Sahara Occidentale, di cui è originario; “Mio padre, sostenuto da avvocati islamisti, mi ha denunciato quando ho creato il Consiglio degli ex-musulmani del Marocco.  Allora sono fuggito.” (continua)

tradotto dal francese da Flavio Guidi

 

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