Non è una sorpresa: in parlamento sulla sostanza della spedizione “umanitaria” nel Niger sono d’accordo tutti, compresi quelli che hanno votato contro, ma solo perché sarebbe subalterna alla Francia. Come se non fosse stata una costante, fin dall’inizio delle imprese coloniali italiane, che l’imperialismo italiano si muovesse sempre in accordo con qualche altra potenza coloniale già affermata (in Eritrea e Somalia con la Gran Bretagna, con la Francia nel caso della Libia). Ma ciò non impedì che quelle imprese, oltre ad essere barbare e incivili, costassero care a tanti italiani, mandati a morire in paesi lontani di cui non sapevano nulla.

Colpisce casomai la sfacciataggine con cui un parlamento illegittimo ha dedicato un attenzione scarsissima e una presenza ai minimi storici alla discussione. La grande stampa asservita ha completato il quadro spostando l’attenzione su varie fakenews o sul gossip.

In realtà la scelta fatta è gravissima, e può provocare anche reazioni imprevedibili in un continente dai confini arbitrari lasciati dal colonialismo, in cui ci sono decine di conflitti e varie organizzazioni integraliste di vario genere e confessione, come denuncia sul “Manifesto” Tommaso Di Francesco, che riporto integralmente in appendice. Ma per fortuna, se le forze politiche sono assenti o distratte, sono attivi nella denuncia molti missionari che operano in quella “repubblica di sabbia” e che denunciano non questo o quel particolare, ma la logica stessa di questa fretta del governo italiano di inserirsi in una corsa a occupare caselle vuote nel terribile gioco di guerra, che collega punti caldi lontani che l’onnipresenza delle grandi potenze imperialiste collega sempre di più. Queste voci discordanti sono ospitate spesso su “Avvenire” o su “Nigrizia”, che in un editoriale si domanda “Non ci insegna nulla la lezione dell’Afghanistan?” e denuncia che l’imponente dispiegamento di forze militari NATO non solo non ha risolto nulla, ma ha fatto peggiorare la situazione. Eppure, dice “sono state «investite» ingenti risorse, solo l’Italia ha già speso 7 miliardi di euro!”

AFGHNISTAN-ITALY-SCHIFANI

Rispetto alle forze parlamentari, siamo soli in questa denuncia, ma non nel paese. Anche il coordinatore di Pax Cristi Renato Sacco non crede alle dichiarazioni di Gentiloni, della Pinotti, di Minniti e commenta: “L’arte di oggi è di fare le guerre e chiamarle missioni umanitarie”. In realtà è un’arte anche più antica. Sacco prosegue: “Il 17 gennaio 1991 la prima guerra del golfo, e oggi 17 gennaio 2018 i militari in Niger. Lì ci sono in gioco grandi interessi, non possiamo pretendere di usare la scusa del terrorismo”. E ci ricorda che lì “c’è bisogno di maestri e non di militari”.

Ma di militari ce ne sono già tanti. Sempre sul Manifesto di oggi la coordinatrice dell’intervento dell’Unhcr nel Niger osserva che quel paese è “uno dei più militarizzati dell’Africa, se non il più militarizzato. Ben prima di quella italiana ci sono altre presenze militari sul territorio, a partire da quella statunitense”. E precisa che ad Agadez “si sta costruendo la base americana più grande d’Africa, la presenza francese è conosciuta da molti anni, e così quella di altre nazioni. [Infatti ci sono anche contingenti britannici e tedeschi…] Altro che preoccupazione di servire da “legione straniera” per l’uranio francese. Andiamo a inserirci in giochi già avviati, a rimorchio – inevitabilmente – del socio più forte, che per giunta in questa fase è “guidato” da un presidente ignorante, rozzo e squilibrato.

Ridicole le precisazioni della ministra Pinotti, più volte sperimentata come grande bugiarda, che assicura che la missione non è di combattimento. Ma ai casi di Somalia e Iraq ricordati da De Francesco, aggiungerei che perfino la fase più tragica dell’interminabile guerra del Vietnam era cominciata con poche centinaia di “addestratori” statunitensi… E d’altra parte, chi ha fatto finta di credere a queste affermazioni, cosa potrebbe obiettare a un salto qualitativo provocato dalla “necessità di rispondere” a un attacco ai nostri militari?

Singoli deputati hanno accennato al pericolo di un nuovo colonialismo, ma va detto che non è sufficiente: gli Stati Uniti (unico paese che ha utilizzato realmente le atomiche, per giunta su un paese già vinto) hanno dichiarato che sono pronti a usare le atomiche anche contro un paese sospettato di sferrare attacchi informatici. È mostruoso, le accuse di usare l’hackeraggio sono tante e poco controllabili, ma potrebbero fornire un pretesto sufficiente. D’altra parte pochi giorni fa un errore di un’impiegata distratta ha fatto lanciare l’allarme per un attacco missilistico alle Hawaii, fortunatamente senza innescare la risposta automatica: si direbbe che balliamo sull’abisso, in una pericolosa compagnia. (Antonio Moscato)

PS A Tommaso De Francesco che ha concluso l’articolo con una frase giustissima (“A sinistra avranno un grande valore elettorale la scelta o il rifiuto di questa nuova avventura coloniale. Che la guerra, finalmente, torni ad essere la discriminante), chiediamo solo che il suo giornale ne tiri le conseguenze, e riconosca un po’ più il ruolo di potere al popolo! contro tutti i preparativi di guerra, senza se e senza ma…

Appendice:

La missione nell’urna

di Tommaso Di Francesco

dal Manifesto

A legislatura finita, mentre chiude i battenti, come di sfuggita, il governo Gentiloni che, in chiave di preoccupazione elettorale, ha deciso di non mettere all’approvazione lo Ius soli perché «manca la maggioranza» per via del voto contrario in Parlamento della destra (e l’astensione del M5s), sceglie ora una nuova avventura militare con un voto bipartisan, con l’appoggio in Parlamento della destra, da Forza Italia a Fratelli d’Italia e l’astensione della Lega pur d’accordo con la missione: in fondo è così che li «aiutiamo a casa loro».

Siamo in campagna elettorale e siccome è stato valutato il «valore positivo» nell’urna perfino delle dichiarazioni razziste del leghista «costituzionalista» Fontana, va da sé che anche il valore elettorale di questa missione militare in Niger è altissimo. Come preminente è l’emergere del ruolo centrale di Minniti che, da ministro di polizia, ha coordinato e coordina la crisi nigerina, dopo la crisi in Libia, con la carta bianca e i finanziamenti elargiti alle “autorità” di Tripoli – sempre più nel pieno di una guerra per bande – per fermare ad ogni costo – con la detenzione, le minacce, le violenze – i migranti. Colpevoli tra l’altro di alimentare un immaginario che metterebbe in discussione «le basi della democrazia» – parola del ministro degli interni. Che ha preferito la guerra ai soccorsi a mare delle Ong contribuendo a chiudere ai profughi la rotta del Mediterraneo. E che ora con tutto il governo Gentiloni si è attivato per una estensione del modello libico, perché la frontiera dell’Italia e dell’Europa «è il Niger», la sponda sud dei paesi del Sahel, oltre il deserto del Sahara. Lì vanno fermati i disperati e coraggiosi in fuga dalle nostre troppe guerre e da quelle intestine di un’Africa martoriata che in questo momento sopporta 35 conflitti armati ed è sempre sottoposta alla rapina delle sue risorse necessarie al nostro modello di sviluppo e sfruttamento. Un modello che per dominare ha bisogno di corrompere le leadership locali (dalla Nigeria, alla Costa d’Avorio, al Niger, al Mali, al Ciad, al Burkina Faso, al Camerun, al Congo, ecc.).

Sconcertanti le motivazioni che arrivano dal governo Gentiloni. In Senato la ministra della difesa Pinotti ha ribadito l’incredibile versione che «quella che sta per partire non è una missione combat ma di addestramento per il controllo dei confini che si coordinerà con i francesi con gli americani», spiegando che «appena il parlamento approverà la deliberazione sono pronti a partire 120 militari che, secondo le esigenze, potranno arrivare a 470», più 130 mezzi terrestri e due aerei da guerra. Sembra un’operazione contabile: verranno stornati militari dall’Afghanistan – dove siamo nella fallimentare guerra Usa-Nato da 16 anni – e dall’Iraq perché lo jihadismo «è sconfitto», ma si tace che il Paese è spaccato in tre realtà e dilaniato dal conflitto tra sunniti e sciiti.

Ora come si fa a raccontare che non è una missione combat quando molti «addestratori» francesi e americani vengono uccisi in combattimento proprio in Niger? Si dirà poi che in fondo sono poche centinaia di soldati: ma non è forse stato così l’inizio delle scellerate presenze militari in Somalia e in Iraq?

Più insidiosa ma non meno drammatica è l’affermazione sempre governativa che «andiamo in Niger per impedire un’altra Libia». Ma se la Libia è ridotta così è proprio grazie all’intervento militare della Nato del marzo 2011 a guida francese, il cui disastro ha influenzato perfino le elezioni americane. Qualcuno poi dovrà spiegare come sarà possibile fermare i migranti, per allontanarli – loro e le stragi a cui sono condannati – dagli occhi dell’opinione pubblica e dalla coscienza d’Europa, per nascondere sotto la sabbia le tragedie del milione di persone rimaste intrappolate in Libia; come si può controllare una frontiera di più di 5mila chilometri se non attivando una sorta di caccia vera e propria ai profughi.

Una guerra ai migranti. Come non vedere che la partecipazione a questa missione, della quale si contrabbanda che «ci è stata richiesta il 1 novembre scorso dalle autorità nigerine di Njamey», ed è vantata come un aiuto «contro i jihadisti», rappresenta in realtà un vulnus alla democrazia dei Paesi africani che tornano ad essere considerati – e politicamente esposti al giudizio interno nel poverissimo Niger – solo come tutela coloniale. Come hanno rimproverato i giovani dell’università di Ouagadougou a Macron che li sfidava: «Non siete più sotto il dominio coloniale». La realtà dice che le economie, le risorse minerarie preziosissime (uranio, coltan, petrolio), la stessa terra, così come le riserve monetarie in franchi Cfa, sostanzialmente ancora coloniali, sono nelle mani dell’Occidente (ma anche dell’Arabia saudita e della Cina) e della nuova primazia militare che avanza in chiave di difesa europea alla prova in Africa: quella di Parigi. Alla quale ormai ci siamo accodati.

Capovolgiamo allora l’obiettivo governativo per la missione militare in Niger che anche stavolta viene rappresentata come «umanitaria». A sinistra avranno un grande valore elettorale la scelta o il rifiuto di questa nuova avventura coloniale. Che la guerra, finalmente, torni ad essere la discriminante.

 

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