Di Gippò Mukendi Ngandu (Direzione nazionale Sinistra Anticapitalista)

L’Italia sarà impegnata in un nuova missione di guerra. La camera ha, infine, approvato la risoluzione che rifinanzia le missioni internazionali per il 2018 e l’avvio della nuova missione in Niger, il regalo di natale annunciato a dicembre da Gentiloni (leggi Truppe italiane in Niger), così come una serie di più piccole operazioni in Tunisia, Sahara occidentale e nella Repubblica centro-africana.
Complessivamente nel 2018 saranno 6.698 i militari impegnati in teatri internazionali, per una spesa complessiva di 1,5 miliardi di euro, 80 milioni in più rispetto allo scorso anno, nonostante che il voto autorizzi le missioni solo fino a settembre, dal momento che manca la copertura finanziaria per l’intero anno. Sul Fondo missioni sono stanziati infatti 995,7 milioni ai quali vanno aggiunti 17,7 milioni di rimborsi Onu. Resteranno così da reperire entro il 30 settembre 2018 ulteriori 491 milioni di euro.
Quello che è stato l’ultimo voto della diciassettesima legislatura ha visto il consenso, oltre che dei parlamentari appartenenti alla maggioranza uscente, quello di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. La Lega si è astenuta, mentre i soli deputati di Liberi e Uguali e M5S hanno votato contro le premesse di parti della risoluzione.

africa-subsahariana-sahel-usa-francia-niger-mali-mauritania-ciad-burkinafaso-terrorismo-isis-alqaeda-bokoharam-784x348
Come è già avvenuto in passato l’unità nazionale si rafforza quando in ballo vi sono gli interessi imperialisti del nostro paese, a dimostrazione del fatto che sussistono ben poche differenze tra il centro sinistra al governo e il centro destra.
Le nuove missioni saranno quindi concentrate in Africa e nell’area del Mediterraneo. La missione militare in Libia sarà accresciuta di 30 unità, mentre in Tunisia verranno impiegati 60 militari a sostegno della Nato per lo sviluppo delle forze armate del Paese. La novità sarà soprattutto la missione di “addestramento” in Niger, dove saranno impegnati 170 soldati nel primo semestre che diventeranno 470 entro fine anno e dove verranno inviati 130 mezzi terrestri e due aerei con una spesa complessiva di 49,5 milioni di euro per tutto il 2018: cifre da “combat” anche se per ora leggero.
Il cinguettio orgoglioso di Gentiloni non si è fatto attendere. Il Presidente del Consiglio ha voluto subito manifestare la propria soddisfazione per l’approvazione della nuova missione che “avrà lo scopo di portare pace, sviluppo e stabilità, contro terrorismo e traffico di esseri umani”.
La ministra degli esteri Pinotti è stata più prosaica affermando che l’obiettivo è quello di “rimodulare l’impegno nelle aree di crisi geograficamente più vicine e che hanno impatti più immediati rispetto ai nostri interessi strategici” che in questo momento sono concentrati nell’area del Mediterraneo e in Africa. In primo luogo vanno, quindi, tutelati gli interessi dell’imperialismo italiano.
La realtà nigerina. Il Niger è al penultimo posto tra i paesi africani nell’indice di sviluppo umano. Le condizioni di vita peggiorano di anno in anno per le crescenti crisi alimentari dovute in particolare agli effetti dei cambiamenti climatici e alla crescente corruzione della classe dirigente locale che si arricchisce grazie ai rapporti che intrattiene con le grandi potenze imperialiste e con la nuova potenza cinese. Ex colonia francese, infatti, lo stato del Sahel nasconde molte ricchezze come l’uranio e il petrolio, ma anche ferro, fosfati e oro che da anni attirano l’appetito delle grandi multinazionali. Areva, il grande colosso francese dell’energia nucleare, ad esempio continua ad estrarre qui il minerale che contribuisce per il 30% del fabbisogno energetico transalpino, mentre nella stessa zona la Cina ha recentemente ottenuto la sua prima concessione per lo sfruttamento d’uranio di Azelik. Recentemente è stata costruita nell’Ovest del paese una nuova raffineria statale da una società cinese. (le cifre sono riprese dall’interessante articolo sul recente numero di Limes, “Africa Italiana” di Andrea De Georgio, In Niger l’Ue si traveste da benefattrice per non fare il lavoro sporco).
Il nuovo espansionismo cinese comincia a preoccupare le grandi potenze imperialiste occidentali, così come la crescita dei gruppi fondamentalisti islamici legati ad Al-Qaida nel nord-ovest del paese e nel sud a Boko Haram che con le loro azioni hanno reso sempre più instabili i già fragili equilibri del paese con azioni di guerriglia che spesso hanno colpito le aziende francesi. Di fronte a questa doppia minaccia, la Francia ha deciso di intervenire direttamente col proprio esercito in tutto il Sahel attraverso la missione “Barkhane”. Il dispiegamento francese conta in tutta la regione del Sahel 4mila soldati dal Mali al Niger, dalla Mauritania al Ciad fino al Burkina Faso con l’obiettivo di mantenere la propria egemonia sulla “France-Afrique”, ossia sulle sue ex colonie.
In Niger non è soltanto presente l’esercito francese. Gli Stati Uniti sono presenti con 800 marines e hanno finanziato con quasi 100 milioni di dollari la costruzione di una nuova base aerea ad Agadez. Anche la Germania è intervenuta, impegnando per la prima volta dal 1945 i propri militari al di fuori dei propri confini, con mille soldati nel Sahel e ha in progetto l’invio di altri 850 militari.
L’unico effetto di questo enorme dispiegamento è stato fino ad ora quello di rendere più drammatica la traversata dei migranti, sospinti nelle zone più desertiche e costretti a viaggi sempre più estenuanti, lunghi e faticosi, in balìa delle forze islamiste e intimoriti dal rischio concreto di finire nelle terribili carceri nigerine.

Gli interessi strategici in Africa L’Italia è stata sempre attiva sul continente africano dove sono impegnate da alcuni decenni alcune delle sue principali imprese, in particolare Eni, Enel, Enel Green Power, Cnh Industrial. Nel 2016, con un totale di 11,6 miliardi di dollari, l’Italia è risultata il terzo maggiore investitore alle spalle della Cina con 38,4 miliardi di dollari e degli Emirati Arabi con 14,9 miliardi di dollari. I principali paesi per stock di investimenti sono l’Algeria, l’Egitto, la Tunisia, il Sud Africa, il Marocco, la Nigeria, la Libia, l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo, il Gabon. In Particolare, l’Eni ha investito 8,1 miliardi ed opera in ben 16 paesi africani.
Il Nord Africa è, quindi, il fulcro delle relazioni economiche tra l’Italia e l’Africa in particolare per quanto riguarda il settore energetico.
E’ in questo quadro che si inserisce il nuovo intervento militare in Niger, paese in cui l’Italia aveva fino ad ora mantenuto un profilo più basso. La guerra al “traffico di essere umani” e al terrorismo è diventato infine il pretesto per allargare effettivamente il raggio d’azione militare del nostro paese in Africa, oltre alla Libia. Il governo Gentiloni si sta facendo così paladino del progetto di esternalizzazione delle frontiere europee con lo scopo di non lasciarsi sfuggire una fetta di mercato molto importante per gli interessi capitalistici del nostro paese ed entrare nel novero di quelle potenze che puntano al processo di ricolonizzazione del continente africano.
A questo serve l’immenso e crescente spreco di risorse economiche per la guerra e contro questo occorre rilanciare una forte mobilitazione a fianco della difesa dei diritti sociali per tutte e tutti. La campagna elettorale di Potere al popolo sarà utile imboccando questa strada.

 

Annunci