Da domenica in diverse città della Tunisia ci sono delle violente proteste per le nuove misure di austerità volute dal governo, che dal primo gennaio hanno aumentato le tasse su benzina, immobili, internet, generi alimentari e altri beni di largo consumo. Un uomo di 45 anni è morto: su Facebook è circolato un video che sembra mostrarlo mentre viene travolto dalla polizia, ma il ministro dell’Interno tunisino ha smentito questa versione, sostenendo che sia morto per un’insufficienza respiratoria. I risultati dell’autopsia non sono stati diffusi. Venerdì erano più di 50 gli agenti di polizia feriti e 780 le persone arrestate, ha detto il ministero dell’Interno.

Decine di militanti di sinistra e sindacali arrestati in molte città per impedire la diffusione delle proteste.

In alcune città c’erano centinaia di persone a manifestare, e ci sono state barricate, negozi vandalizzati, lacrimogeni e scontri con la polizia. In altre, come Jebeniana e Sfax, le manifestazioni hanno coinvolto famiglie e bambini e sono state perlopiù pacifiche.

 Le proteste sono iniziate come 7 anni fa nelle città dell’interno per raggiungere presto Tunisi. Cii sono state manifestazioni in più di 30 città, compresa Sidi Bouzid, dove nel 2011 cominciò la rivoluzione. Allora Mohamed Bouazizi 26enne venditore ambulante, si diede fuoco per protestare contro le condizioni economiche nelle quali viveva. Il suicidio di Bouazizi fu il momento di svolta delle proteste che in pochi giorni portarono alla rimozione del presidente Zine al Abidine Ben Ali.

Quella tunisina è tuttora considerata l’unica delle cosiddette “primavere arabe” ad avere avuto un esito democratico, ma il paese in questi sette anni non ha risolto i suoi problemi economici. Da allora si sono succeduti nove governi, l’ultimo dei quali un anno fa strinse un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per un prestito di quasi tre miliardi di dollari distribuiti in quattro anni, in cambio di riforme economiche.

Queste riforme sono entrate in vigore dal primo gennaio, e oltre ai rincari hanno previsto anche un taglio agli stipendi e alle nuove assunzioni nel settore pubblico, che da solo rappresenta la metà delle spese statali. I sindacati stanno chiedendo un aumento del salario minimo – che attualmente è più o meno di 130 euro al mese – e dei sussidi ai più poveri.

Il primo ministro Youssef Chahed ha detto che i tunisini «devono capire che la situazione è straordinaria e che il loro paese sta avendo difficoltà, ma crediamo che il 2018 sarà l’ultimo anno difficile».

Il partito islamico Ennahdha (seconda forza del Paese e parte della maggioranza parlamentare), pur chiedendo un maggiore sostegno alle classi meno abbienti, ha condannato i saccheggi e il sabotaggio delle istituzioni statali accusando «alcuni partiti politici anarchici di sinistra» di approfittare delle rivendicazioni dei manifestanti per incitare il caos e atti di vandalismo».

Il leader dell’opposizione Hamma Hammami, del raggruppamento di sinistra Fronte Popolare, ha invece accusato la coalizione di governo di essere responsabile delle violenze annunciando insieme alla centrale sindacale UGTT una manifestazione per chiedere il ritiro della Legge finanziaria 2018 per oggi 14 gennaio, data simbolo della rivoluzione dei gelsomini, Hammami ha riferito che c’è stato un incontro con gli altri partiti di opposizione, e che le proteste continueranno finché le nuove misure non saranno revocate.

Ci si aspetta quindi che le manifestazioni continueranno.

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