Tornando, due giorni fa, dall’ultima, confusa assemblea della lista “Potere al popolo” nella sede di Rifondazione, rimuginavo tra me e me pensieri e sensazioni, per lo più sgradevoli, rispetto alla maledetta “questione elettorale” e allo stramaledetto concetto (tanto amato dal “popolo di sinistra”) di “voto utile”. Per me, semplicemente, il voto utile è sempre stato quello, diciamo così, “più a sinistra” in ogni tornata elettorale. Ho cominciato a votare nel lontano 1975 ed ho sempre votato, in ogni tornata elettorale, pur essendo profondamente convinto che non è con la scheda elettorale che si cambiano le cose. Quello fu l’unico anno in cui votai PCI (alle provinciali, perché non c’erano liste “più a sinistra”). Alle regionali votai DP, e alle comunali una piccola lista (Unità Popolare) messa in piedi dai maoisti del PCI (m-l). Negli anni successivi ho sempre votato DP (o NSU, come si chiamava la lista d’estrema sinistra nel ’79), salvo nel 1980, quando votai, ovviamente, la LCR (che ottenne un misero 0,4% in provincia di Brescia). A partire dalla nascita di Rifondazione, nel 1991, ho votato sempre il PRC, fino al 2008 (quando, dopo la rottura dell’anno precedente, votai Sinistra Critica). In seguito ho votato quasi sempre per il Partito Comunista dei Lavoratori (e, se questo non era presente, per la lista “più a sinistra”, che vedeva di solito la presenza del PRC). Non ho mai “vinto”, come tutti sappiamo. Salvo un paio d’anni fa, a Barcellona, quando alle comunali votai per la lista capeggiata da Ada Colau, che divenne sindaca di Barcellona. Fu la prima volta che decisi di non votare la lista “più a sinistra” (c’erano vari gruppi con un programma più radicale di quello di Barcelona en Comú). E non so se ho fatto bene. Questa sbrodolata è per chiarire quanto sia difficile per me trovarmi a mio agio nei ragionamenti, così diffusi, sul voto “utile”. Già, perché per la stragrande maggioranza della gente di sinistra (diverso è come ragiona la gente di destra che, come dimostra il caso del FN in Francia, in genere se ne sbatte del voto utile e semplicemente vota quelli che dicono le cose che ama sentire), voto utile vuol dire votare il più “grosso”. Quindi, negli anni Settanta, nonostante fosse soprattutto l’estrema sinistra a stimolare i movimenti di massa (a partire da quello studentesco, ma non solo), fu il PCI a raccogliere i frutti elettorali di quella stagione. Comprensibile, certo. Ma con me non ha mai funzionato. A maggior ragione negli ultimi vent’anni, quando, con la scusa di “fermare Berlusconi”, hanno fatto ingoiare al “popolo di sinistra” ogni genere di porcata. E ancor più da quando è arrivato al potere il delfino del Berluska, quel Renzi la cui pericolosità politica sta alla pari con la sua spiccata antipatia personale, tipica del pollo d’allevamento fighetto creato dai mass media compiacenti. Ma i “menopeggisti” non demordono. Un po’ ovunque ti giungono inviti a votare PD (o centro-sinistra) per “impedire che vinca la destra”. Come se tra renziani e berlusconidi ci fosse una differenza sostanziale. Credo che, comunque, anche se meno che nel passato, la cosa funzionerà. Conosco la mia gente, e so come i riflessi pavloviani a cui è abituata la condizionano. Ci sarà poi un “menopeggismo” meno sputtanato, quello che mi inviterà a votare l’ala sinistra del centrosinistra, quella coalizione che va da D’Alema e Bersani (quelli che hanno votato tutto l’invotabile negli ultimi decenni) a Civati e Fratoianni. Liberi e Uguali. Bel nome. Sembra il programma comunista: una società di liberi e uguali. Ma lo sappiamo bene, nè libertà nè uguaglianza ci aspettiamo da chi condivide in gran parte i valori su cui è fondata questa società della disuguaglianza e dell’autoritarismo. Ma anche qui, almeno in parte, il meccanismo funzionerà. Mi diranno che, stante la situazione, saranno gli unici a poter superare il famigerato quorum, e ad eleggere un gruppo parlamentare “in grado di contrastare la deriva a destra” del PD e dell’intera società. Mi mostreranno i sondaggi che danno alla mini-coalizione “socialdemocratica” (ma lo sarà?) il 5, il 6, persino il 10%. E da un lato devo dire che, pur di mandare in vacca Renzi, capisco chi ragiona così. Ma continuo, testardamente, a comportarmi come ho fatto da 40 anni a questa parte.

E qui veniamo alle assemblee di cui parlavo all’inizio. Da quando sono tornato nel Belpaese, nel 2013, ho partecipato a varie assemblee unitarie di ciò che resta della “sinistra radicale” (che a forza di voto utile e di “meno peggio” si è ridotta al lumicino). Cambiare si può, rivoluzione civile, Altra Europa (con Tsipras, ahimé!). Ho visto più o meno le stesse facce (quelli che erano con me in Rifondazione negli anni Novanta, in gran parte), apparentemente entusiasti di ogni nuovo tentativo di rimettere insieme i cocci (ogni volta però sostenendo che era qualcosa di “nuovo”, parola magica che a me fa venire l’orticaria, essendo “vetero” per definizione -e scelta-). E, pur con scarso entusiasmo, mi ci sono impegnato, visto che era “la cosa più a sinistra” che proponeva il “mercato elettorale” al momento (almeno a Brescia e in Lombardia). Di solito è andata male, a volte (come alle europee del 2014) un po’ meglio, almeno dal punto di vista del numero di voti. E ogni volta le macerie si sono accumulate. Questa volta, mi si dice, sarà diverso. Lo spero proprio. Già, questa volta il tutto è partito “dal basso”. Nel senso che l’appello iniziale non è venuto nè dai dirigenti dei partitini più o meno comunisti, nè dagli “intellettuali” della società civile (altro concetto da orticaria), ma da una piccola organizzazione con radici napoletane, un, udite udite, “centro sociale”. Ho imparato a conoscere questi “centri sociali”: la sola differenza che ho notato con i partiti, partitini, organizzazioni varie, sta nel fatto di negare di essere come questi ultimi. Sia ben chiaro: io non ho nulla contro i partiti, partitini, ecc. Milito in uno di questi, ci mancherebbe che sputassi nel piatto in cui mangio (o meglio nel piatto che contribuisco ad apparecchiare a chi vuol mangiare). Anzi, a volerla dire tutta, mi stanno proprio sulle scatole tutti quelli che continuano a dire peste e corna dei partiti (a cominciare dai grillini), come se, rebus sic stantibus, ci fossero strutture più democratiche (o meno antidemocratiche, il che è quasi la stessa cosa) per organizzare la partecipazione degli esseri umani alla vita politica. Ecco, diciamo che ho sempre preferito le cose dette chiaramente, senza infingimenti, ipocrisie, giochetti. Meglio avere degli statuti ben chiari, delle regole condivise, dei delegati da poter revocare in ogni momento, delle tendenze (o correnti che dir si voglia) che possano far pesare la voce di quelli che la pensano più o meno in modo analogo, persino un segretario o presidente o portavoce (purché revocabile in ogni momento) piuttosto che irremovibili leader carismatici “eletti” da non si sa chi. E ho imparato che spesso questi “centri sociali” (magari non tutti, ma molti) tendono a diventare mini partiti (ma senza regole né programmi chiari ed esplicitati) che hanno gerarchie interne ben definite. Detto questo, nulla da eccepire sul fatto in questione. Ben venga l’appello dell’ex-OPG di Napoli, se serve a far uscire dal letargo politico centinaia, migliaia di militanti della cosiddetta sinistra radicale. E pare che le assemblee che si stanno tenendo un po’ ovunque abbiano un certo successo. Come quelle del 2013 o del 2014, del resto. Ma stavolta “abbiamo l’entusiasmo” dovuto al percorso “dal basso” dicevano molti compagni, nell’assemblea di due giorni fa. E va beh, accettiamola, per l’ennesima volta, questa scommessa. Anche se a me l’entusiasmo, in questo momento, fa un po’ difetto. Soprattutto dopo aver seguito il dibattito, un po’ confuso, un po’ banale, un po’ francamente spiacevole (sia per i toni, sia per gli argomenti usati) emerso in queste due settimane di confronto. Già, perché sento pure il rischio del “richiamo della foresta”. Voglio dire, di tornare al mio vecchio concetto di voto utile. Il fatto che forse sarà presente una lista “più a sinistra” di quella che probabilmente si chiamerà “Potere al popolo”, una lista con un programma, un nome, persino un’estetica molto più vicina a me, mi rende ancor più difficile guardare oltre le debolezze politiche e programmatiche della coalizione a cui la mia organizzazione (per un realismo che comunque in gran parte condivido) ha deciso di aderire. Parlo della lista che stanno cercando di mettere in piedi i compagni del PCL e di SCR, una lista che dovrebbe chiamarsi “Per una sinistra rivoluzionaria”. Non so se ce la faranno a raccogliere le firme necessarie, da soli. Avrei preferito che accettassero il nostro invito ad andare tutti e tre insieme alle assemblee di “Potere al popolo”, per far pesare di più le idee di quella sinistra “che non ha mai tradito e che fa quello che dice”. Perché temo che, anche nel caso riuscissero a presentarsi (e glielo auguro) funzionerà anche per loro (in sedicesimo) il richiamo al “voto utile”. Non certo verso il PD (credo che tutti gli elettori d’estrema sinistra abbiano da tempo capito che il renzismo non ha nulla a che vedere con la sinistra, nemmeno la più moderata), e forse nemmeno verso i centrosinistri di Liberi e Uguali. Ma sicuramente verso l’altra lista d’estrema sinistra, che ha già raccolto molte più energie militanti di quelle rappresentate dai generosi compagni del PCL e di SCR. Ed è quest’ultimo aspetto (le migliaia di compagni che stanno partecipando alle assemblee in ogni angolo d’Italia) che mi porta a non ascoltare il richiamo della foresta (“trotskista”). Per ora.

Flavio Guidi

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