Da Chianciano Checchino Antonini
Dibattito denso, al seminario di Chianciano, intorno al documento “La distruzione capitalista dell’ambiente e l’alternativa ecosocialista”. D’altra parte l’ecosocialismo è «la proposta politica complessiva della nostra organizzazione», ha ripetuto Antonello Zecca, nella relazione e nella replica finale imperniata soprattutto sulle implicazioni di questo profilo programmatico sul lavoro politico quotidiano, sul carattere dell’internità ai movimenti sociali e ambientalisti per cancellare dall’agenda politica quel conflitto orizzontale tra ambiente e lavoro con il quale il capitale prova a scaricare la sua contraddizione sulle classi subalterne e su tutte le specie viventi. «La soluzione sarà dentro cicli di lotte più importanti di quelle date nei rapporti di forza attuali. Ma di lotte, seppure parziali e limitate, ce ne sono e da lì bisogna incominciare. La battaglia delle idee non può prescindere dalle dinamiche dei movimenti reali, non per come vorremmo che fossero, ma per come sono nella realtà», ha spiegato ancora Zecca dopo avere illustrato a lungo i caratteri di fondo, l’approccio del documento per il congresso mondiale della Quarta Internazionale, tema al centro della tre giorni seminariale che si concluderà domenica 3 dicembre.

Per fare il punto sul processo di distruzione dell’ambiente da parte del capitale, bisogna liberarsi dal mito della natura incontaminata da ripristinare. «Non esiste quella natura perché l’ambiente è sempre il frutto dell’interazione tra le specie viventi e, in particolare, dell’azione della specie umana, non sempre negativa». La rottura avviene con l’industrializzazione. Marx parla di “doppia rottura metabolica”, la disconnessione o lo squilibrio dell’interazione metabolica tra l’umanità e il resto della natura, esito del modo di produzione capitalistico, cioè, in ultima istanza, della separazione tra produttori e condizioni della produzione.

Da questa caratteristica fondamentale emerge l’impossibilità del capitalismo verde: la reificazione della natura (compresa la forza-lavoro), l’esternalizzazione delle sue funzioni, l’appropriazione gratuita delle sue risorse, si inserisce nel funzionamento del regime di capitale come produzione per la produzione, come crescita quantitativa illimitata, che si scontra frontalmente con i limiti degli ecosistemi: è il produttivismo, tratto distintivo di un modo di produzione che se ne frega dei bisogni umani e naturali.

«E’ necessario un approccio olistico – è l’avvertenza di Antonello Zecca – un aproccio imposto dalla crisi degli ecosistemi, dalle visibili conseguenze di questo modo di produzione».

Il testo, appena pubblicato sul nostro sito, contiene indicazioni programmatiche, un programma di transizione ecosocialista composto da elementi legati da una logica unitaria, organica, che emergono dai bisogni espressi dalle lotte dei diversi attori sociali. «Senza le lotte non si dà possibilità di cambiamento di coscienza. Di fronte alla scala della distruzione ambientale è drammatico il gap di coscienza. Qui sta il ruolo di soggettività politiche organizzate coscienti. Non avanguardie illuminate e onniscienti. Dunque coscienti di cosa? Della necessità di soluzioni globali». Il programma suggerito al congresso mondiale è composto di trenta punti e parte dall’indicazione della socializzazione della proprietà della terra, dei mezzi di produzione e delle risorse del settore energetico, e del credito. Elementi che nessuna delle pratiche localistiche può risolvere. Quelle pratiche alternative di autogestione, mutualismo, riappropriazione, per quanto importanti per acquisire livelli di coscienza, «non sono cumulabili meccanicamente, fino a uno sbocco “naturale” verso un sistema radicalmente alternativo», avverte ancora Zecca, «anche perché si fa astrazione del problema centrale dello Stato e delle istituzioni capitaliste, che devono essere spezzate e sostituite da altre istituzioni, per avviare concretamente un processo di transizione all’ecosocialismo». Un programma di rottura, quindi, che si nutre anche di gestione collettiva, “comunalistica” e decentrata del settore energetica, resa possibile dalle caratteristiche delle cosiddette fonti “alternative” di energia, del dibattito sul ruolo di una scienza liberata dagli imperativi del capitale, cioè dalla sua messa a servizio della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica, del ruolo delle tecnologie dentro un quadro di rapporti sociali qualitativamente differenti.

I soggetti del cambiamento, così come indica un diffuso volume di Tanuro, sono i lavoratori, i contadini, le donne, i popoli indigeni ed è fondamentale l’intreccio delle loro lotte sulla base di un approccio politico generale.

Emblematica è la parola d’ordine della riduzione dell’orario di lavoro senza riduzione di salario, perché è la rivendicazione antiproduttivistica per eccellenza. Questa rivendicazione allude al tema del controllo democratico della produzione da parte di lavoratori e lavoratrici, e il fulcro della possibilità di costruire materialisticamente le capacità di autogoverno della classe lavoratrice. In tal senso il controllo e l’estensione quantitativa e qualitativa del tempo a propria disposizione, fuori dalle attività produttive è assolutamente cruciale, ed è, insieme alle misure di espropriazione del grande capitale multinazionale, il fondamento di una pianificazione democratica internazionale della produzione e della distribuzione.

Questo è il fondamento della ricucitura della rottura del metabolismo sociale e del metabolismo tra essere umano e natura, ricostruendo un rapporto di integrazione tra specie umana, specie viventi e il resto del mondo naturale.

Sconvolgimenti sociali, resistenze e alternative

La situazione soggettiva degli oppressi e delle oppresse nel mondo è al centro del testo che il comitato internazionale della Quarta ha dedicato a “Sconvolgimenti sociali, resistenze e alternative”. Il dibattito di Chianciano, al suo secondo giorno, s’è concentrato perciò sulle conseguenze dei pesantissimi attacchi alla condizione soggettiva della classe, sulla crescita impetuosa della forza strutturale della classe operaia (+75% tra il ’92 e il 2012 a fronte di una crescita demografica del 30%), grazie all’impetuoso processo di delocalizzazione nei paesi emergenti, ma che avviene nel momento storico di minima coscienza di classe. Così i nuovi lavoratori si affacciano sul mercato del lavoro senza una storia di lotta di classe, ossia senza i diritti, contratti e livelli salariali che hanno avuto i loro colleghi dei paesi avanzati. E, se in molti paesi si parte da zero – osserva il testo – nei paesi avanzati le giovani generazioni di lavoratori non avranno i diritti dei loro padri. Il paesaggio mondiale è costellato da situazioni di semischiavitù “strutturale” nei luoghi della delocalizzazione, oppure episodici e delinquenziali in alcuni settori dei paesi cosiddetti avanzati. E’ stato osservato anche che, nella fase attuale, la crescita della produttività è completamente a vantaggio del profitto.

La crescita impetuosa della classe nei paesi di nuova industrializzazione ha prodotto anche ondate di scioperi, come in Cina dove ancora non esiste un sindacato autonomo dei lavoratori, che non riescono a generalizzarsi ma spesso ottengono consistenti aumenti salariali e fenomeni di nuova sindacalizzazione con caratteristiche disomogenee su scala mondiale e, all’interno degli stati nazione, diseguale rispetto ai comparti. L’integrazione dell’agricoltura nell’economia capitalista ha prodotto peggioramenti ulteriori nella qualità della vita di larghe masse di contadini poveri con l’attacco continuo alle risorse naturali e ai beni comuni, con il dilagare del landgrabbing (l’accaparramento delle terre), l’introduzione degli Ogm, i trattati di libero commercio, il brevetto di sementi. Tutto ciò ha anche causato, tuttavia, lo sviluppo di consistenti movimenti contadini. In questo contesto, quasi un miliardo di persone sono migranti, 250 milioni dei quali migranti internazionali. Un dato che aumenta i compiti delle forze internazionaliste sul fronte della lotta alle forme di xenofobia, della lotta per la libertà di movimento e per forme decenti di accoglienza, per l’estensione dei diritti e del welfare.

L’analisi con cui la Quarta affronta il suo congresso mondiale prende in esame le insorgenze di questi anni, dalle rivoluzioni arabe ai movimenti per la democrazia sociale (dagli Indignados agli Occupy), dall’annullamento del debito (il Cadtm) alle fabbriche recuperate fino al Black Lives Matter negli Usa, alle lotte antirazziste in Europa contro la disumanità istituzionale, alle nuove esplosioni di indignazione in Corea del Sud e di insorgenza femminista su scala internazionale con l’esperienza di Non una di meno.

Tutti terreni di intervento per le organizzazioni che si richiamano alla Quarta Internazionale perché da quelle lotte e quei movimenti emergano piattaforme più avanzate che forniscano una prospettiva di liberazione e di emancipazione dallo sfruttamento, un esito per nulla scontato in una fase in cui è compito primario quello di arginare l’avanzata di posizioni di destra anche nei movimenti sociali (dall’infiltrazione di organizzazioni fascistoidi nei movimenti studenteschi fino alle formulazioni di “omonazionalismo” islamofobo in settori Glbt o alcune posizioni “snarl world” in seno al femminismo separatista specie negli Usa, oppure alle tentazioni rossobrune in settori per ora marginali dell’estrema sinistra di derivazione stalinista).

Gli interventi che si sono succeduti sono stati ricchi di spunti utili al dibattito. Anche stavolta è stato Francesco Locantore a tirare le conclusioni della sessione che ha registrato una notevole partecipazione sul punto che riguarda un bilancio dei risultati della cosiddetta linea dei partiti larghi indicata dall’Internazionale fin dagli anni ’90 e che ha visto le esperienze di lavoro delle sezioni nazionali in Rifondazione, nel Pt brasiliano, nell’Npa francese, in Syriza in Grecia, solo per citarne alcune. Ne è scaturito un dibattito senza reticenze non solo sui limiti soggettivi nell’attuazione di quella indicazione ma anche sui limiti della stessa internazionale rispetto alle necessità della lotta di classe.

 

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