da Chianciano Terme, Checchino Antonini

Quello che doveva essere il nuovo ordine mondiale, la fine della storia, effetto del collasso dell’Unione sovietica e del successo del modello imperialista, è, in realtà un caos geopolitico composto di guerra permanente, crisi ambientale e conflitti tra imperialismi storici o emergenti. Il dibattito italiano preparatorio al 17° congresso mondiale della Quarta Internazionale comincia da qui, dalla relazione di Francesco Locantore, di Sinistra Anticapitalista, a proposito del documento “Mondializzazione capitalista, imperialismi, caos geopolitico e loro implicazioni”. Il tradizionale seminario annuale dell’organizzazione, tra oggi e domenica in corso a Chianciano, sarà quasi interamente dedicato all’importante scadenza internazionale cui Sinistra Anticapitalista parteciperà in qualità di organizzazione simpatizzante. Prima di Locantore, è stato Fabrizio Burattini, dalla presidenza, a spiegare la situazione articolata in cui si manifesta il partito mondiale fondato nel 1938 da Leone Trotskij che, accanto alle tradizionali sezioni locali, in molti paesi conta sul legame con una o più organizzazioni simpatizzanti, l’esempio francese dell’Npa è solo il caso più evidente di questa strutturazione diversa dal passato recente.

Il testo presentato da Locantore aggiorna le analisi della Quarta sulla situazione che s’è determinata dopo il crollo del campo sovietico e con l’affermazione di nuove modalità di dominio che demoliscono la retorica sul nuovo ordine mondiale. Un processo avviato col golpe fascista di Pinochet (Cile 1973) per sperimentare le politiche liberiste che avrebbero caratterizzato, sei anni dopo, i programmi di Reagan e Thatcher nelle punte avanzate dell’imperialismo (Usa e Gran Bretagna) fino a contagiare i governi e i principali partiti europei tanto conservatori quanto socialdemocratici dopo, appunto, la scomparsa del blocco sedicente socialista. Un processo tutt’altro che indolore visto che registra già due fortissime crisi, quella del ’97, nota come quella dei dragoni asiatici che ha contagiato poi Brasile e Russia, e quella ancora in corso dovuta al crack dei derivati del 2007. Locantore ha spiegato che si tratta di crisi di sovrapproduzione da leggere con le lenti della teoria delle onde lunghe di Kondratiev stavolta molto più lunga nella sua fase recessiva fino a infrangere la regolarità ciclica (si risolvevano ogni 25 anni) tanto da far dire a Ernest Mandel che siamo nella fase del “tardocapitalismo”. La crisi ecologica, che sarà al centro del dibattito specifico sull’ecosocialismo, contribuisce a comporre il quadro di caos geopolitico in cui gli imperialismi si articolano e si scontrano. Se l’egemonia sembra restare in mano agli Usa, nel suo blocco storico si deve registrare la crisi verticale dell’imperialismo integrato europeo, agitato da spinte centrifughe e dalla disintegrazione sociale (si pensi alla Grecia), dal relativo ridimensionamento di Francia e Regno Unito, dalla crisi economica persistente dell’imperialismo subordinato giapponese.

Accanto agli imperialismi tradizionali, il testo congressuale, indica l’emergere di “proto-imperialismi”. E’ il caso della Cina, una formazione certamente sui generis ma che non può più essere pensata, nemmeno nelle enunciazioni, come stato operaio degenerato, in qualche modo con un modello alternativo al capitalismo. C’è una nuova borghesia scaturita dal seno stesso della burocrazia del Pcc. E c’è la Russia di Putin e degli oligarchi, troppo dipendente dall’esportazioni dei suoi prodotti petroliferi ma ancora forte come potenza militare e nucleare. Anche la retorica sui paesi Brics, gli imperialismi emergenti di Brasile, SudAfrica e India, sembra sbriciolata dall’analisi concreta: si tratta di sub imperialismi senza capacità reali di contendere l’egemonia su scala mondiale.

Un caos geopolitico, dunque, dove si registra una divisione internazionale del lavoro sancita dalla finanziarizzazione dell’economia con una sensibile delocalizzazione a oriente della capacità produttiva seppure con una persistente presenza industriale in Germania e Giappone (dove si manifestano spinte all’emancipazione militare) e processi di accaparramento delle terre coltivabili accanto a quelli, “tradizionali”, di accaparramento delle materie prime energetiche. All’interno delle potenze imperialiste, inoltre, si presentano dinamiche di sviluppo ineguale tra i differenti settori militare, industriale, finanziario. Un contesto che produce instabilità politica cronica, con una dominanza del blocco atlantico ma in crisi di egemonia come è possibile leggere nelle dinamiche della crisi mediorientale. Una lettura del ruolo contraddittorio che hanno svolto Usa e Russia, utile da un punto di vista internazionalista, anche per smontare i miti su cui si sta costruendo una sorta di campismo 2.0, un campismo a scoppio ritardato che non ha neppure la pezza d’appoggio di uno dei due blocchi (all’epoca della guerra fredda il ruolo dell’Urss) che poteva diventare il vettore di istanze progressiste e di liberazione nonostante le storture dei sedicenti regimi delle “democrazie popolari”. Anche la recentissima crisi libanese, rivela che lo scenario mediorientale è agito da alleanze dalle geometrie assolutamente variabili. Locantore ha sottolineato come le classi dominanti sembrano voler convivere con le catastrofi ambientali, sociali ed economiche, senza un progetto di stabilizzazione. Nel focus dell’analisi congressuale anche la subalternità degli stati nazionali alle rispettive multinazionali. Ormai siamo in un contesto di rapporto estremamente asimmetrico, come dimostrano le vicende fiscali e le vertenze aziendali di grandi nomi come Google o Ryan air. Mentre diminuisce l’efficacia delle politiche nazionali, si dilata il capitale fittizio, si stringe la morsa del debito come elemento di governance dei rapporti sociali e si producono guerre valutarie dovute alla perdita di peso del dollaro e dell’euro di fronte al renminbi cinese, o all’emergere del bitcoin, la moneta virtuale.

La crisi di governabilità è su scala mondiale: trattati come il Ttip, quello di libero commercio, o quelli dell’Ue, non solo stabiliscono un quadro normativo ma creano istituzioni che si emancipano, si rendono autonome e indipendenti, da quelle degli stessi governi che hanno scritto e sottoscritto quegli stessi Trattati. E’ un depotenziamento delle istituzioni elettive, un processo che rende illegali perfino le forme di welfare e i contratti sociali che le avevano generate. Il diritto pubblico è subordinato al nuovo diritto commerciale e, come insegna soprattutto la vicenda greca, queste dinamiche sono capaci di mettere in ginocchio paesi interi. Di qui la crisi di legittimità delle istituzioni democratiche che, a sua volta, incide nella natura del caos geopolitico con l’emergere di nuove destre esplicitamente fascistoidi (in Ungheria, Italia, Austria, Germania) o sotto mentite spoglie (come Lega, Ukip, Fn in Francia) ma che ugualmente fanno leva su identità fittizie e su sentimenti xenofobi. L’emergere di nuove destre, ancora, si manifesta assieme a forme di fondamentalismo religioso. Il clamore che circonda le gesta dell’Isis, in realtà, oscura processi di radicalizzazione analoghi nelle altre confessioni monoteiste, tra i buddisti, gli indù e i cristiani. Il testo, infatti, introduce una categoria da verificare, quella del teofascismo, per indicare processi accomunati da parole d’ordine razziste, omofobe e patriarcali.

L’azione degli internazionalisti, dunque, dovrà muovere anche dalla lotta contro queste sospensioni della democrazia funzionali, come lo stato d’eccezione in vigore in Francia, a bloccare sul nascere le vertenze sociali contro le privatizzazioni, per i beni comuni, contro le devastazioni ambientali e sociali del neoliberismo. E’ un mondo in guerra permanente, una guerra di classe generalizzata, ma, a differenza della fase che lo ha preceduto, ciascuno di questi conflitti ha proprie dinamiche. La bussola di quanti si richiamano alla quarta internazionale, contro ogni semplificazione rozza e neocampista, dovrà essere quella della costruzione di solidarietà tra i ceti popolari e le classi subalterne. Anche di fronte a una nuova escalation nucleare, che oggi nasconde la lotta tra Usa e Cina per l’egemonia in Asia, i compiti degli internazionalisti dovranno avere al centro il tema della ricostruzione di un grande movimento per il disarmo, per la solidarietà fra i popoli contro tutte le classi dominanti. Il caos geopolitica porta con sé anche una difficoltà a sintetizzare elementi di propaganda di massa. E dovrà essere questa la sfida per chi si propone di costruire la lotta di classe su scala internazionale.

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