I Benetton amano i colori.
Per vendere meglio e sempre in maggiori quantità i loro maglioncini colorati, si sono comprati un po’ di Patagonia. Con 50 milioni di dollari, hanno acquistato 900 mila ettari di terre sulle quali pascolano, circa, 260 mila pecore e montoni che forniscono loro il 10% della lana da colorare (1 milione e 300mila chili) tutta spedita all’estero. Ci sono, anche, 16 mila bovini da macellare: qualcosa da mettere sotto i denti vista la fatica. Più altro bestiame vario.
Per non farsi mancare nulla, nel loro impero del Cono Sur, i Benetton hanno costruito dei commissariati per il controllo della zona e una bella stazione turistica.
Hanno, anche, aperto il Museo Leleque che dovrebbe raccogliere la memoria della Patagonia e degli abitanti originari, i Mapuche: LA GENTE DELLA TERRA!
Per farlo, da bravi amanti della cultura e umanisti disinteressati, hanno sfrattato una famiglia Mapuche dalla propria casa, per adibirla a museo.

Nelle propria pubblicità, curata per lo più da Oliviero Toscani, la UNITED COLORS OF BENETTON mette, fra l’altro, una suora che bacia un prete, preservativi colorati, un ragazzino palestinese che ne abbraccia uno ebreo, gli indumenti insanguinati di un caduto nelle guerre jugoslave, volti mischiati di ragazzi di ogni dove, una bambina biondissima che ne abbraccia una nerissima, e così via.
Non c’è razzismo o discriminazione sessuale di genere nelle intenzioni ben espresse dalla multinazionale italiana. In più, vengono sottolineate le campagne civili più corrette e avanzate.
L’importante è che tutti possano entrare a comprare merce, nei negozi della catena commerciale sparsi per il mondo.

Dentro tutti questi buoni sentimenti, pur commerciali, c’è la “nota stonata” della situazione che si è creata laggiù in Patagonia. Le terre acquistate dalla multinazionale Benetton sono quelle ancestrali del popolo Mapuche.
I vari governi argentini hanno svenduto a più riprese le terre dei Mapuche con la speranza che, vistisi emarginati e confinati nelle zone più improduttive, si decidessero, finalmente, a civilizzarsi. A migrare nei centri urbani più grandi dove farsi sfruttare come ogni altro essere umano che si rispetti.
I Mapuche hanno una lunga storia di resistenze e non hanno mai abbandonato la speranza di recuperare le loro terre.
Hanno iniziato così una intensa e dura azione di “recuperacion”. Malgrado i divieti e la repressione feroce, Intere famiglie si sono spostate sugli antichi territori del popolo. I governi locali e centrali hanno subito ottemperato ai richiami all’ordine provenienti dai grandi proprietari. Da Carlo Benetton, portavoce degli interessi familiari, e dal suo tirapiedi Ronald Mc Donald; arrivati sul posto per sistemare i “selvaggi”. Sono, prontamente, arrivate le “giacche blù” e hanno fatto quello per cui sono costituite: picchiare, arrestare, sparare pallottole di gomma, intimidire, denunciare, sorvegliare, infiltrare e provocare. Insomma, il solito sporco lavoro da sbirro!
La resistenza, però, non si ferma e si fa più dura proprio sulle terre acquistate dai Benetton.

A giugno, del 2016, il leader della resistenza Mapuche, Facundo Jones Huala, è stato arrestato con l’accusa di terrorismo. Dal carcere incita, comunque, alla lotta:“Siamo stanchi dell’oppressione, del furto delle nostre terre; siamo stanchi che ci ammazzino e ci arrestino quando vogliono. Il mio grido di resistenza ha generato nuova speranza tra la gente che ha iniziato a mobilitarsi per recuperare ciò che è appartenuto ai nostri antenati”. Fuori c’è, ancora, un grande cartello: “Il Paradiso perduto non può più attendere”.
Si scatena una vera e propria guerriglia resistente. Le greggi da lana degli “italiani” vengono spaventate e spinte via. Le terre pattugliate da gruppi armati di lance e fucili che cavalcano a pelo i loro cavalli.
Si sente il profumo della grande epica della resistenza indiana. Se ti guardi intorno, vedi spuntare, fra un cavaliere e l’altro, la faccia abrasa di Geronimo e quella disperata e risoluta di Cavallo Pazzo.

Il 1° agosto scorso, Santiago Maldonado, venuto da Buenos Aires in solidarietà, è scomparso, mentre partecipava, nel villaggio di Cushamen (Patagonia argentina), a una manifestazione per rivendicare gli appezzamenti di terreno acquistati dal “nostro” imprenditore Luciano Benetton. Rappresentante di un altro gioiello dell’operosità italiana nel mondo.
Il governo, anche quella volta, inviò la polizia per disperdere i manifestanti.
Gli agenti utilizzarono manganelli e proiettili di gomma, costringendo i dimostranti alla fuga verso il Rio Chubut.
Martedì 17 ottobre, hanno ritrovato, nel fiume, il suo corpo senza vita. Aveva 28 anni!
A seguito della sua clamorosa scomparsa e della morte, si è saputo che ben 135 sono i Mapuche scomparsi nelle lotte di difesa della terra.

La proprietà è la struttura portante sulla quale si erge la civiltà occidentale. Guai a chi la mette in discussione.
La sua legalità è inscritta nella sacralità delle leggi. Stabilita dai contratti di passaggio da una mano all’altra; certificata dai governi che li hanno benedetti.
Dimentichi della storia, delle vite, delle culture, degli affetti che, qui come altrove, verranno spazzati via.
Della stessa Costituzione argentina che all’art. 75 recita: “Riconoscere le radici etnico-culturali delle popolazioni indigene argentine. Garantire il rispetto della identità di tali popolazioni e il diritto ad un’educazione bilingue e interculturale; riconoscere la personalità giuridica delle loro comunità e il possesso e la proprietà comunitaria dei territori che normalmente occupano”.

I Benetton fanno pubblicità ai loro prodotti e, al contempo, favoriscono le grandi campagne “politicamente corrette”; contro la guerra, il razzismo, l’omofobia.
Hanno, però, un difetto fondamentale.
Sono dei capitalisti e, in quanto tali, determinati a produrre illimitatamente; per far consumare illimitatamente. Così da far crescere illimitatamente i propri profitti. Tanto da consumare e occupare illimitatamente la terra; anche altrui.
Sono le regole della civiltà occidentale che ha conquistato la Terra. Quelle determinate dalle relazioni socio-economiche definite dal concetto di Capitale. Alle quali i Benetton, come gli altri capitalisti nostrani e internazionali, non possono e non vogliono sottrarsi.

In attesa che il Primo Ministro italiano di turno, magari col Capo di Stato, vada in Patagonia a magnificare le sorti crescenti dell’industria patria; i capitalisti Benetton continueranno a trovare, nell’altrove dello scontro di classe, la consueta lotta per la vita.
Fissata, in questo caso, dalle parole della Costituzione orale del popolo Mapuche:
“La madre terra deve essere difesa dai suoi figli, noi Mapuche siamo i figli della terra, questo l’hanno compreso i nostri antenati perchè tutto è fatto della stessa materia:
le montagne, i fiumi, le stelle,
le persone, le pietre e il grande spirito”.

(Claudio Taccioli)

“QUANDO PARLI DI DIRITTI, TU INTENDI CHE HAI DIRITTO DI NON RICONOSCERE QUELLI DEGLI ALTRI”
(Il cavaliere della valle solitaria – George Stevens – 1953)

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