Da una parte ci sono:

– Il Rappresentante del Prefetto

– Le Forze dell’Ordine. In particolare, il Maggiore Stefano Giovino comandante della Compagnia Carabinieri di Chiari; accompagnato da un suo sottoposto.

– La proprietaria dell’appartamento sotto sfratto con il suo avvocato

Dall’altra, ci siamo noi.

Io per il comitato ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA e Miriam col suo bambino di cinque anni.

Sia la mamma che il figlio sono sotto sfratto perché non hanno più alcuna risorsa. Insomma, sono poveri e abbandonati, pure, dal padre/marito.

Il comune dove risiedono, Chiari, è amministrato dal PD. Non si è nemmeno presentato alla trattativa; lasciando tutto nelle mani delle forze repressive dello Stato.

Il Maggiore dei Carabinieri, infatti, svolge, come richiesto, il suo ruolo. Saranno, nel caso, i suoi uomini (come amano descriversi) a buttare fuori Miriam e suo figlio.

Dico:

– Vi sembra umano forzare la porta di una casa con dentro una madre e il suo bambino che hanno solo la colpa di essere poveri?

Mi risponde il Maggiore, già un poco infastidito:

– La legge …

Sono sincero, non ne posso più di queste risposte che scaricano tutto sulla legge e assolvono i loro esecutori. Li lasciano senza responsabilità.

Con calma, comunque, replico:

– La legge può essere sbagliata. Pensi alle leggi durante il fascismo. I carabinieri di quel tempo le facevano rispettare, ma non per questo quelle leggi erano giuste.

Non mi guarda neppure il giovin Maggiore.

– Si studi la storia!

No, questo poi no. Non erano mica i fascisti a scortare gli oppositori al confino o a chiuderli nelle galere o a braccarli.

Con sforzo sovrumano, mantengo la calma. Guardo il figlio di Miriam e mi appello a ogni brandello di volontà:

– La studi lei!

Devo aver colto nel segno, perché il Comandante della Compagnia scatta in piedi e, contemporaneamente, picchia la mano aperta sul tavolone prefettizio. E urla con tutta la potenza della sua fiammante giovinezza:

– Esca immediatamente!

Sarà abituato così in caserma, ma sono stato formalmente invitato a una trattativa che mette in gioco l’esistenza dignitosa di una mamma col suo bambino.

Mi alzo e, da quest’altra parte del tavolo e delle cose, gli dico:

– Ma esca lei …

Non avessi mai pronunciato tale frase fatale. Mi circondano, carabinieri e impiegati prefettizi, e mi intimano di uscire senza indugio.

– Adesso lei si becca una bella denuncia! Mi dia subito i suoi documenti.

Mi sibila a pochi centimetri il prode Comandante.

Miriam e il bambino mi guardano ammutoliti e stravolti. Resteranno soli e, temo, li faranno a pezzi. Non posso, però, far altro. Prendo il giubbotto e esco.

– Vi aspetto qui fuori. Stai calma!

Mi siedo nel grande atrio fuori dalla stanza delle trattative. Comincio a sentire l’assalto a Miriam.

Lei non sta zitta; non subisce. Piange e risponde appassionata colpo su colpo.

Non ha bisogno di me. Sa perché ci battiamo. Per la sua vita, quella di suo figlio e di ogni altro nella stessa condizione.

Lo dice senza abbassare la guardia; fra le lacrime e la voce che si alza.

– Cosa devo fare? Io e mio figlio dove dobbiamo sparire …

Tutto viene rinviato al 30 ottobre per sollecitare il comune a trovare una soluzione. Non l’hanno intimidita e neppure piegata.

Esce col suo bambino attaccato al maglione. Mi viene incontro e mi abbraccia e piange; liberata come può.

– Claudio ho paura …

Non ti lasceremo sola. Staremo con te e il tuo bambino. A resistere come potremo; a raccontare un’altra infamia. Non ci fermeremo se la porta sarà sfasciata. Raccoglieremo quello che possiamo e, insieme, andremo davanti al Municipio a chiedere:

– DOVE DOBBIAMO MORIRE?

Questa storia è parte della lotta per la vita che, ormai, da otto anni stiamo conducendo a fianco di donne, bambini, uomini colpevoli di povertà. Dichiarati obsoleti e inutili dal sistema produttivo. Destinati a qualche discarica sociale; lontano dagli occhi e dalle cose di ogni giorno. Così da non turbare le coscienze e i cuori dei bravi cittadini dediti alla creazione del profitto e al rispetto delle leggi.

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