OGNI COSA SARA’ TENUTA INSIEME DAI FILI LABILI DELLA MEMORIA.
A RACCONTARE CIO’ CHE GLI OCCHI HANNO VISTO, DALLA LORO ANGOLATURA, NELLE LORO PROSPETTIVE.
INFLUENZATI SOLO DAGLI ORIZZONTI DISEGNATI DAI SOGNI.

IMMAGINATE DI STARE PER VEDERE UN FILM, IN CUI I PROTAGONISTI SONO CIASCUNO DI VOI. (DI NOI!)

LA CITTA’ ERA PIENA DI CINEMA.
Dal centro, si diffondevano verso le periferie. A cerchi concentrici; dalle prime visioni a quelle oratoriali; che nessuno perdesse un film. Quel film di cui si parlava, fra una cosa e l’altra. Con l’ansia di vederlo al più presto, per completare il proprio percorso sentimentale. Per avere un argomento, un’idea diversa da offrire ai sentimenti comuni.

-EASY RIDER
-CINQUE PEZZI FACILI
-ZABRISKIE POINT

Nel Novecento compiuto, l’educazione sentimentale si formava sulle sequenze ritagliate con cura dai maestri, piccoli e grandi, dell’ arte popolare per eccellenza: il Cinema. Occasione indispensabile di visioni ripetute e riproposte. Di letture e di dialoghi senza tregua. Spontanei e organizzati nei luoghi rituali e tipici del Cineforum. Dove l’emozione subita si liberava nelle analisi che costruivano le idee forti, dentro le nostre naturali fragilità.

-LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO
-IL MUCCHIO SELVAGGIO
-FRAGOLE E SANGUE

Dentro il buio atteso e propedeutico, dove imparavamo l’alfabeto del mondo nuovo. Le parole dei nostri amori improvvisi, perfetti e disordinati. Dentro il buio dove esploravamo i limiti del desiderio. Per scoprirlo illimitato e bisognoso di altri luoghi. Urgenti e segreti e protetti. Dove gli occhi si perdevano nei suoi e i gesti si confondevano con la storia e la musica e la canzone che ti inchiodavano il cuore.

-UN UOMO DA MARCIAPIEDE
-NON SI UCCIDONO COSI’ ANCHE I CAVALLI
-PUNTO ZERO

Subito dopo, a correre rapidi in qualche sede, circolo, anfratto politicizzato, a discutere del volantino, della manifestazione, dell’assemblea, dell’antifascismo militante e furibondo. A scrivere cartelloni come le guardie rosse di Pechino e Shanghai (i Dazebao!). A stampare, a ciclostilare i volantini e a volantinare “armati”; perché ti potevano piombare addosso i picchiatori del Fronte o di Riscossa o di Avanguardia Nazionale o di qualcos’altro uscito dalle fogne.
Erano gli anni Settanta e mica si scherzava. Mica si andava solo al cinema o far l’amore dappertutto, o quasi. Erano gli anni Settanta e si respirava la politica, da mane a sera. Le cose erano più serie di quanto le nostre parole, più pesanti dei pensieri stessi, riuscissero a descrivere e a intuire.
Tutto confluiva, dall’immaginario alla realtà, a formare le nostre coscienze; in un mescolarsi di bellezza e di utilità. Di virtù e di necessità. Tutto a dare concretezza al sogno diffuso; riconosciuto nelle reciprocità. Il sogno della Rivoluzione, indispensabile e possibile.
Ci stavamo formando. Eravamo in corso di formazione. Plasmavamo il nostro essere nel confronto fra il desiderio e la concretezza delle cose, brutali di ogni giorno. Quelle che le nostre pratiche collettive trasformavano in occasioni di cambiamento.
Mica era uno scherzo vivere nei Settanta! Ma i profumi nell’aria, da mane a sera, erano quelli dell’impossibile che si trasformava in realtà.
Il profumo delle bandiere lungo i cortei, a dare colori e arcobaleni, alla nostra città ingrigita di progresso. E quello dei canti e degli slogan. E degli occhi variopinti di speranze di tutte le ragazze e di ogni ragazzo che li percorrevano. Insieme al patchouli che inebriava promesse.
Poche cose sapevamo, ancora, della vita; delle nostre singole vite. Una certezza decisa, già le guidava. Stava per scoppiare la Rivoluzione e noi eravamo tra i protagonisti.


LETTURA: “GIU’ LA TESTA”
“Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c’e qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: “Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto” […] Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!”).
FINE!

Militanti di Lotta Continua durante un corteo in Via De Amicis, Milano, 18 novembre 1971

Come si poteva, d’altra parte, restare ancorati a quel mondo di ingiustizie palesi, di vigliaccherie, di abusi del potere, di sfruttamenti; di violenze irresponsabili contro i giusti e i più deboli! Di asfissia lenta e irrimediabile.
Ogni nostra azione, bella e indispensabile, era un tassello che andava a comporre il grande puzzle della Rivoluzione. Solo cose e umanità crudeli e egoiste vi si opponevano. Con pervicace cattiveria e astuzie e sotterfugi vili, quanto inutili.

Così pensavamo e riflettevamo dei pensieri, insieme. Così crescevano le certezze. Fino alla notte, quando nei sogni, le sue ciglia, il suo profumo si confondevano con l’azione rivoluzionaria, ormai, presa di petto. In corsa, a sventolar bandiere e a travolgere ostacoli.
Così sognavamo, studenti e ragazzi dei settanta. Pronti a tutto, ma non alla realtà! Quella che ci avrebbe sputato in faccia, sangue e fumo nero e un canto d’orrore.
Il Potere ci mandava contro tutta la sua ferocia. I nostri giornali ne facevano cronache e precise controinchieste. Lotta continua, Il Manifesto, a volte e allora, anche, l’Unità. Più altri fogli, autogestiti dentro ogni singola esperienza organizzata.
Le bombe, già scoppiate, erano fasciste e di Stato. Pinelli ammazzato e Valpreda innocente. Come Sacco e Vanzetti e Giuliano Montaldo ce lo raccontava.

Tutto, però, sembrava avvenire troppo lontano dalla nostra città, così provinciale e marginale. Pensavamo e sbagliavamo, perché Brescia era già al centro della più grande e oscura “guerra irregolare” scatenata dai neofascisti, con l’appoggio dello Stato, contro il Movimento Operaio.
A Milano, in particolare, gli scontri fra studenti e polizia si ripetevano senza tregua. I servizi d’ordine cantavano le loro epopee che, dalle cronache ai racconti orali, si ingigantivano in eroismi omerici.


LETTURA: “LA BANDA BELLINI” e “Jacopo Fo”
A) da: LA BANDA BELLINI di Marco Philopat.
“La Terza Celere si sta avvicinando a passo di corsa – sono a centocinquanta metri – noi ci rimettiamo in carreggiata di fronte a loro – non si sono ancora resi conto che una parte del servizio d’ordine (…) li sta aspettando.
(…)
Ho tentato di alzare la mano – ma la chiave inglese si è incastrata tra i lacci – comunque…Dall’altoforno della gola mi sono uscite parole roventi come acciaio fuso-“Avanti sono dei poveri cristi abituati a inseguire – ma non a essere attaccati – avanti AVANTI …” Dagli spolverini verdi – con un gesto plateale – come vecchi samurai – sono usciti – bianchissimi – i manici di piccone – trentacinque randelli da battaglia … I poliziotti si sono fermati – in derapata – siamo avanzati lentamente – “Avanti – avanti – Avanti o popolo alla riscossa…” ho intonato Bandiera Rossa – non so perché – è stata la prima cosa che mi è venuta in mente – il Casoretto all’unisono ha cominciato a cantare – “… bandiera rossa-bandiera rossa…” Dopo una decina di metri ci siamo messi a correre mantenendo l’ordine delle file – “Speriamo che scappino”- ci siamo detti – il corpo a corpo con quei bastardi professionisti del mestiere dieci volte superiori di numero non ci garba troppo – ma quelli hanno iniziato a indietreggiare – hanno poi voltato le spalle scappando come conigli – che gioia CHE GIOIA! “Uniti uniti non stacchiamoci proprio adesso”.
(…)

B) da: ’68. C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE di Jacopo Fo e Sergio Parini
“Erano 500, schierati in tre quadrati compatti composti da 15 o 20 cordoni ciascuno. Quando arrivarono davanti a Scienze il silenzio era assoluto, si sentiva solo il calpestare ritmico delle loro scarpe da guerra.
Non ho mai visto la fanteria tebana marciare ma non credo che i Katanga potessero avere qualche cosa da invidiarle. Erano la più potente macchina bellica della sinistra: uomini scelti, temprati, disciplinati. Abili, compatti ed efficienti. Sicuramente ci avrebbero fatti a pezzi. Per nostra fortuna fu “Che Guevara”, il generale di Architettura, a contrattare con “Grandi Mani”, il generale dei Katanga.
Grandi mani avanzò verso il portone di Scienze, alle sue spalle le tre falangi schierate fingevano, pur mantenendo la formazione in quadrato, di essere un gruppo di studenti serali che erano lì a fare quattro chiacchiere, tutti casualmente coi caschi in mano. Arrivato al portone Grandi Mani si slacciò il tench anni cinquanta, allargò le falde mostrando un’esagerata “Hazet 46”, assolutamente spaventosa, in grado di svitare i bulloni di un camion transcontinentale. Grandi Mani, indicando la chiave inglese, disse:”Fateci entrare, siamo il Movimento Studentesco delle serali”.
Che Guevara guardò, si slacciò l’impermeabile e mostrando una spranga modello alabarda.pesante disse: “Il Movimento degli studenti serali è già in assemblea…”, e dopo un attimo aggiunse: “E sul tetto c’è lo champagne!”.
Il Che, per champagne, intendeva lo champagne.molotov (“con la ricetta della nonnina, zucchero, sabbia e un po’ di benzina, ti faccio una bottiglietta e poi ti brucio la camionetta”, sull’aria di una nota pubblicità dell’epoca).
(…)I Katanga si spaventarono e si ritirarono (…) cantando “Armata rossa torrente d’acciaio nelle tue file si vince o si muor. Avanti avanti rosse falangi spezziam le reni all’invasor, al sole brillano le baionette dei battaglioni di Stalin.”. Dai corridoi Ao rispose cantando: “Noi siam la canaglia pezzente, che suda che lotta e lavora, smettiamo di soffrire che è l’ora, insorgiamo che giunta è la fin, evviva la Russia, evviva Lenin”).

A ben pensare, l’unica volta che vidi, allora, una carica vera, fu durante un comizio del fascista Almirante.
Il capo del MSI (Movimento Sociale Italiano) era venuto in piazza Loggia per il suo comizio elettorale, durante le elezioni politiche del 7 maggio 1972.
La piazza straripava di fascisti arrivati da ogni dove della provincia e, anche, oltre. Si sa, i fascisti amano i capi; ne vanno pazzi, li venerano. Pronti all’obbedienza, alla disciplina e alla ferocia.
Intorno alla piazza, a presidiare le entrate, c’erano i celerini del famigerato “Battaglione Padova”. I peggiori, i più fanatici picchiatori di Stato. Allenati alla violenza contro la classe operaia, gli studenti e chiunque si opponesse ai loro mandanti. Quasi tutti di orientamento fascista, anche, se Pasolini, in un raptus di rincoglionimento, aveva simpatizzato per loro (per i loro colleghi romani a Valle Giulia, ma insomma: se non è zuppa è pan bagnato!) in quanto “figli dei poveri”. Come se bastasse questa condizione a assolvere i carnefici della storia. I massacratori delle SS o delle Brigate Nere o gli sganciatori di napalm in Vietnam o i torturatori latinoamericani o quelli stalinisti. E chiunque altro, pur figlio del popolo, che si era adattato all’obbedienza, come una virtù; in grado di giustificare ogni malefatta.

LETTURA: “PASOLINI”
(…)
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
Quelli delle televisioni)
Vi leccano(come credo si dica nel linguaggio
Delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
Prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
Coi poliziotti
Io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
Il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
(…)”).

Povero poeta, così profondo in tante analisi e così superficiale nel non vedere il male antico del comando e della scelta di obbedire. Fino a farla diventare un’arte raffinata di violenze senza limiti, al di sopra di ogni sospetto e di ogni colpa. (“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e Elio Petri vinceva l’Oscar e raccontava l’esemplare tipico del servitor di Stato, tanto simile a Calabresi, il commissario della notte calda nella Questura di Milano e delle finestre aperte, a dicembre).
Per tornare ai fatti di quella primavera elettorale, dentro la piazza i fasci; intorno, a dar loro protezione, gli sbirri corazzati. Fuori, a urlare e a cantare, le compagne e i compagni di ogni gruppo extraparlamentare e la “base” del PCI. Confusi nella rabbia comune. Senza quasi organizzazione della protesta. Buttati in avanti, solo, dal fastidio intollerabile dei fascisti nel centro della nostra città: medaglia d’argento alla Resistenza, non poca roba!
A due passi dal luogo del primo massacro di antifascisti; nella notte del 43, in piazza Rovetta.
Alla Pallata, il Pci coi suoi parlamentari a protestare a distanza.
All’improvviso, i colpi sordi dei candelotti e, senza squilli, la carica. Nessuna resistenza, solo, una corsa collettiva. Lungo via San Faustino e giù per il Carmine. Io, con altri, ci accorgiamo in ritardo che ci stanno correndo contro. Ci giriamo, nella confusione più totale dei corpi che si scontrano e si impediscono. L’unica via di fuga è corso Goffredo Mameli. Ma, ormai, li abbiamo addosso. Sento i loro anfibi pesanti, sempre più vicini. Mi aspetto, da un attimo all’altro, una manganellata sul collo o in testa. Non mi fermo e corro e corro; quasi urlando.
Un uomo in mezzo alla strada che, quasi, gli finiamo addosso. Tarchiato, tozzo e dal cranio pelato. Sta a braccia larghe, come se volesse arginare una tempesta in arrivo. Più o meno, è quello che capita. Gli passiamo sotto, in parte e ci gettiamo fra le braccia dei compagni in cordone dietro di lui. Ci fanno entrare, ci spingono indietro. Il senatore comunista Gino Torri (già bracciante), da solo, urlando la sua qualifica, ferma la carica dei celerini. Qualcuno lo spinge e impreca qualcosa, ma tornano indietro, i ”figli dei poveri”, spaccatori di teste.
Nei giorni seguenti, si racconterà che al Carmine è avvenuto il finimondo. Porte di case sfondate a caccia dei dimostranti fin dentro le stanze altrui. Vasi lanciati dalle finestre più alte. E corse, in fuga, ovunque.
I fascisti, intanto, a cantare la loro messa di morte, nel cuore della nostra città. A braccia tese, a inni combattenti, in tenute da reduci della RSI.

Li ho sempre odiati i fascisti. Le storie di mio padre partigiano, prima, e quelle di ogni altro, in seguito, me li avevano resi insopportabili. Il solo pensiero mi annebbiava. Ricordo una discussione con un professore della mia “Abba” (la scuola dei ragionieri bresciani) che tentava un approccio leggero sulla questione. “il fascismo ha fatto anche cose buone”, ribadiva e elencava una serie di misure di carattere economico. Non c’avevo proprio più visto. Gli avevo urlato contro tutta una serie di cose “non buone”. Dagli assassini politici, alle condanne penali per i reati di pensiero, alle guerre, alle leggi razziali e ai gas contro gli abissini. Umani di seconda scelta (COME ORA!) contro cui scatenare la ridicola e, per loro comunque letale, Regia Aviazione. Col figlio e col genero del Capoduce a pilotare morte.
Avevo rischiato, quasi, l’espulsione da tutte le scuole italiane; ma non ditelo ai miei figli.

Al tempo, le cronache parlavano, continuamente, di assalti fascisti alle scuole e ai compagni. Da noi, anche; ma ci parevano troppo occasionali e blandi. Eravamo saturi di furore, marci di antifascismo militante (come si affermava e si afferma!). Li volevamo affrontare e stanare dai loro covi; UNA VOLTA PER TUTTE.
Avevo un amico, allora, che veniva, come me, dalla provincia. Mi sembra da Borgo San Giacomo, più o meno. Ogni mattina, ci trovavamo alla fermata delle corriere: la mia arrivata dalla Franciacorta, la sua dalla Bassa. Ogni mattina, mi guardava e mi diceva “hai visto i fasci?”. Non gli rispondevo, nemmeno più. Una mattina, ci corre incontro un compagno che arriva dalla scuola: “attenti, ci sono i fasci di Riscossa. Stanno volantinando e provocano”. Giacomo apre il suo viso, solitamente cupo, in un sorriso e il suo corpo, di norma quasi raccolto in basso, si espande verso l’alto, immenso, da pilone della prima linea, qual’era: “i fasci ..”. la gioia l’ho vista, ancora, dopo; mai con quella improvvisa e sincera vitalità. “i fasci …”.
Quella volta imparai che la parola antifascismo faceva rima con “tutti giù per terra”; perché dopo il passaggio di Giacomo, non un fascista restava in piedi. A dirla tutta, uno si alzò in posizione Kiba Dachi. Giacomo si girò e lo guardò. Un tuffatore seriale di calcio, non avrebbe fatto meglio. Il fascista se ne stette sdraiato a guardare l’immensità del nulla incombere su di lui. Non mi capitò più di rivederlo, sebben ne vidi a iosa di picchiatori fascisti, di livelli sempre più raffinati e pericolosi. Mano a mano che il maggio del settantaquattro, scandiva le sue giornate.

(“KATANGA”)
Tanti hanno paura, scappan via
Restano a combattere i Katanga:
sulle ossa della polizia,
picchiano col ferro della spranga.
Kata-, Kata, Katanga, -nga

Quel maggio era, ancora, di là da venire. Crescevamo e raffinavamo la nostra formazione. Le letture si inseguivano ai film. Alle scorribande per la città che sentivamo nostra e non più matrigna, come nei primi anni delle superiori. Ricordo, solo, i libri che avevano dato sostegno alla mia, più o meno, alla nostra educazione sentimentale: “Vogliamo tutto” (Nanni Balestrini – 1971), “Senza tregua. La guerra dei Gap” (Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, 1967), “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” (Dee Brown – 1970), “Cent’anni di solitudine” (Gabriel Garcia Marquez – 1967), “Diario in Bolivia” (Ernesto CHE Guevara – 1969), “I fratelli di Soledad” (George Jackson – 1970), “Per chi suona la campana”, “Una ballata del mare salato” (Hugo Pratt – 1967), “Uomini e no”, “Lettere da carcere” di Gramsci, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed e “La fattoria degli animali” di George Orwell.
E gli eroi proletari ci inebriavano della loro luce:
-George Jackson, Angela Davis e “tutte” le pantere nere: la rivolta permanente sintetizzata nei feticci di guanti neri, di calze nere e un basco tuttonero!
-il CHE: la perfezione guerrigliera trasfigurata nell’immaginario collettivo nell’ultimo, definitivo, profeta della religione rivoluzionaria. Fondata sul sacrificio come rito di emancipazione!
-i Vietcong: l’esaltazione del gioco collettivo, a movimento costante con accelerazioni improvvise, contro la gerarchia dei ruoli.
-Antonio Gramsci: lo studio senza tregua come strumento di lotta contro la tirannia che imprigiona l’intelligenza e la scienza.
-i PARTIGIANI: il sogno indignato con il parabellum impugnato. Colpo su colpo!
-MUHAMMAD ALI: l’arte della danza applicata alle regole della guerriglia
-Gaetano Bresci: le capacità personali perfezionate dalla più grande utopia umana, l’Anarchia, e indirizzate al soddisfacimento collettivo del bisogno di giustizia.
(Ma, soprattutto, per me!) GEORGE BEST: la perfezione della conoscenza scientifica trasformata nella tecnica applicata alla fantasia rivoluzionaria.

Certo, leggevo i classici del pensiero del Movimento Operaio, anche. L’emozione vera, profonda, me la davano altre letture; magari, proprio, alla luce delle conoscenze di “Stato e rivoluzione” o del “Manifesto del Partito Comunista” o di “L’origine della famiglia della proprietà privata e dello stato”; di “Stato e Anarchia” (« lo Stato significa violenza, dominazione mediante la violenza. »); di “La rivoluzione tradita” (e qualcos’altro!). Letture necessarie, indispensabili, addirittura, ma l’educazione sentimentale decisiva, quella della rivolta permanente e generazionale, è sempre arrivata da altre fonti.
DUE, di quei libri decisivi, me li porto, ancora, addosso: “Una questione privata” di Beppe Fenoglio; la giovinezza furibonda scagliata contro il fascismo delle Brigate Nere, in cerca dell’amore. E “… ..ma l’amor mio non muore” edito da Arcana nel 1971. Un brillante manuale di rivolta “su come preparare le bottiglie molotov o su come difendersi dai gas lacrimogeni” (come recitava la presentazione). Una vera e propria summa antologica degli anni ribelli. Di quell’epoca.


LETTURA. “…MA L’AMOR MIO NON MUORE”

APPELLO AL PROLETARIATO INFANTILE CONTRO L’INFANTILISMO BORGHESE.
“BAMBINI!
E’ tempo di sapere ciò che vi nascondono genitori e insegnanti. Tutto quello che i maestri vi insegnano non servirà mai a niente. Vi riempiono il cervello di idiozie per trasformarvi, a poco a poco, in tanti robot.
RIFIUTATEVI DI STUDIARE TUTTE QUELLE CRETINATE!
Siete stati messi al mondo affinchè tutti i vostri desideri siano realizzati.
Non esitate mai nel fare una cosa che vi procura piacere. Non ponete mai limiti ai vostri desideri. Non dimenticate che nella vita non c’è nulla di più importante del giuoco, della fantasia e della baldoria.
Quando i genitori o i professori vi picchiano, picchiateli anche voi.
Non hanno su di voi nessun diritto.
Niente vi obbliga a obbedirli. Non dovete credere che i grandi siano superiori a voi, anche se lo pretendono. Essi sono solo più vecchi e più grossi, e vogliono approfittarne. Non c’è nessuna ragione perché li obbediate, perché sono vostri eguali e non superiori.
RENDETE LORO COLPO SU COLPO: DEVONO LASCIARVI FARE IN PACE TUTTO QUELLO CHE AVETE VOGLIA DI FARE.
NON PORGETE L’ALTRA GUANCIA!
Il gioco più divertente di tutti è fare l’amore. Fin dall’antichità ha procurato le più grandi gioie che esistano. Per fare questo bisogna mettersi nudi e accarezzare il corpo e le parti sconosciute dei vostri compagni e delle vostre compagne. E’ molto bello! Non date retta ai vostri genitori quando dicono che “toccarsi” è pericoloso. Non è vero! Non ha mai fatto male a nessuno.
Guardatevi dai fumetti menzogneri quando affermano che il denaro è necessario per divertirsi. Quando non avete i soldi per comprarvi un dolce, un libro, un giocattolo o altre cose che vi piacciono, rubatele, PERCHE’ SONO VOSTRE!
Tutto ciò che desiderate è vostro. Il denaro è il più vile e boia dei tiranni. E’ da quando l’hanno inventato che c’è tanta ingiustizia sulla terra.
BISOGNA DISPREZZARLO! SPUTARCI SOPRA!
Tutto quello che vi hanno detto sul dovere, la patria, la gerarchia, la disciplina, la cultura generale, la religione e la morale e la legge è completamente falso. Sono tutte fesserie. Bisogna sbeffeggiare chi parla di queste cose. RIDETEGLI IN FACCIA! Quando i genitori vi dicono: “Dovete esserci riconoscenti, perché vi diamo da mangiare, vi educhiamo, vi offriamo una casa e vi diamo i soldi per la domenica …”, voi dovete rispondere:”Genitori, su di noi non avete alcun diritto, per il fatto che non vi abbiamo scelti e vi siete imposti a noi senza chiederci il nostro parere. NON ILLUDETEVI DI POTERCI COMANDARE!”.
RIASSUMENDO: solo gli imbecilli studiano, obbediscono, pagano e non fanno tutto quello che fa loro piacere. Intelligenti sono soltanto coloro che hanno il coraggio di avere un unico scopo nella vita: DIVERTIRSI! Senza dubbio la più grande festa ci sarà quando i simpatici si riuniranno per distruggere questa società di stupidi robot.
BAMBINI! RAGGRUPPATEVI E ORGANIZZATEVI IN PICCOLI GRUPPI AUTONOMI PER LOTTARE CONTRO CHI VI ANNOIA, VI SACRIFICA E VUOLE IMPEDIRVI DI SPASSARVELA DA MATTI!”)
FINE!

Le cose lette nei libri e sui giornali. Le questioni discusse coi compagni più vicini, finivano, invariabilmente, nelle assemblee di ogni scuola. Partecipate all’inverosimile. Centinaia le presenze a accogliere, quasi sempre, i contributi esterni di partigiani, di sindacalisti, di compagni e compagne di qualche organizzazione e partito. Relazioni dettagliate, con descrizioni del mondo in rivolta: dalle guardie rosse al Vietnam. Dall’America latina alla Polonia. Fino alle Pantere Nere che insegnavano una lezione “all’America dei Nixon degli Agnew e McNamara”. Seguite da interventi appassionati. Tutti avevano qualcosa da dire. Idee da lanciare come sampietrini a colpire le ragioni irremovibili dell’altro.
Da quelle di istituto all’assemblea cittadina generale (alla Cavallerizza); dove il confronto fra i gruppi, i partiti, i collettivi si raffinava e, a volte, si brutalizzava nello scontro dei militanti diversi. Sempre, però, con passioni irrisolvibili; a disegnare la via migliore, più certa, per realizzare la Rivoluzione. Quella, la stessa che tutti volevamo. Insomma, a stabilire chi era più rivoluzionario, più antisistema. Erano gli anni settanta, mica si scherzava!

“L’ORA DEL FUCILE”
“Tutto il mondo sta esplodendo dall’Angola alla Palestina, l’America Latina sta combattendo, la lotta armata vince in Indocina; in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza e nelle piazze scendono con la giusta violenza.
E quindi: cosa vuoi di più, compagno, per capire che è suonata l’ora del fucile?”

Andavamo dal preside a chiedere le ore per la nostra assemblea. Non c’erano più; tutte esaurite. Come si fa a impedirci di discutere di antifascismo, adesso, che siamo sotto il 25 aprile e, qui e là dell’Italia, gli squadristi colpiscono ancora direttamente o come sicari dello Stato. Non ci sono più ore! La facciamo lo stesso. Allora il preside crolla in un attacco isterico “Antifascismo, antifascismo e cosa vuol dire alla fine. Quasi date importanza con questo contrasto ai fascisti stessi. Fate l’assemblea e chiamatela AFASCISTA. Non è bello? AFASCISTA! Così eliminate lo stesso concetto di fascismo. Fate l’assemblea AFASCISTA e ve la concedo in via straordinaria”.
Il nostro povero preside, non reggeva più la tensione, era crollato. Due anni di internamento nei lager nazisti, come militare italiano allo sbando dopo l’8 settembre e se ne veniva fuori con questa trovata. Mancava solo dicesse “vi prego fatela AFASCISTA!”. Lo guardavamo con tristezza e senso profondo di compassione. Non rispondemmo neppure e l’assemblea fu, come sempre, antifascista. A Maggio, quell’uomo precocemente invecchiato, ci avrebbe fatto sentire la sua di compassione. Ci sarebbe stato vicino come si fa tra esseri umani nel dolore “i miei ragazzi, i miei ragazzi potevano farsi male. Poteva … la scuola è aperta e libera! Tutti in Assemblea, con me insegnanti!”.
Al cinema, nei libri, nelle discussioni infinite e dentro ogni amore, crescevamo come si poteva. Avevo, almeno smesso di guardarmi allo specchio per vedere fino a che punto i capelli incolti e lunghi e la prima barba rada, mi rendevano simile al CHE. D’altra parte, la barba si era infittita e, qualche amore dopo, avevo scoperto che piacevo di più con i capelli curati e non lasciati nel disordine guerrigliero. Del modello guevariano mi tenevo, unicamente, la giacca mimetica presa al “mercatino americano” di via Milano.
Cambiavamo, cresceva l’aspetto; non si modificavano e annientavano le passioni e la rabbia. La voglia di battersi contro il Capitale, il suo Stato e i fascisti.

Con Giacomo e altri compagni partecipavamo a una sorta di “gruppo di contatto” che si teneva, costantemente, pronto a muoversi verso le scuole dove fossero arrivate le squadracce fasciste. Le chiamate d’aiuto partivano dalle segreterie delle scuole sotto attacco. In ogni segreteria c’era qualcuno che avrebbe rilanciato l’appello; a voce bassa e veloce, a un bidello, a un insegnante. Di corsa, su qualche 500 o pulmini permettendo, si arrivava a dare manforte.

Le occasioni, però, di confronto formativo con i picchiatori fascisti, si facevano, IMPROVVISAMENTE, sempre più rade.
Giacomo scrutava ansioso chiunque avesse, anche, solo un aspetto simile a qualcuno di loro: Ray Ban a goccia, giubbini di pelle o eskimo blù, jeans stretti e stivaletti o anfibi rinforzati da punte metalliche. Li annusava quasi, nella speranza di beccarne almeno uno. Nelle sacche militari ci tenevamo i libri e, per ogni eventuale occasione, qualcosa per l’autodifesa personalizzata. Ho visto e intravisto le cose più strane: pezzi di piombo da stringere in pugno, parti di catena di bicicletta, piccoli manici. Ferraglia varia. La cosa più ingegnosa ce la insegnò un muratore comunista.
“te, gnaro, vai alla manifestazione con l’Unità in tasca. Quando vedi che la celere sta preparandosi ad attaccare, la tiri fuori e cominci a piegarla e a ripiegarla; fino a quando diventa dura come i loro manganelli. Guarda …”. Prendeva il giornale nelle sue mani dure e lo piegava e lo ripiegava. Ce lo passava e noi ne sentivamo la forza. “si può fare con tutti i giornali …” “dì mia stupidate, gnaro, si fa solo con l’Unità perché un comunista legge solo l’Unità!”. Argomento chiuso.
L’ultima estate, prima di Maggio, viaggiammo in giro per l’Europa. Dalla Grecia fino a Amsterdam, e sapete perché. Qualcuno, trascinato da amori improvvisi, si spinse oltre. Qualcuno non tornò mai del tutto.
Quell’estate non sembrava finire mai. Sapevamo che il suo sapore speciale era da assaporare fino all’ultimo. In qualche modo, eravamo coscienti che sarebbe stata l’ultima vissuta con quella leggerezza. Travolti dai desideri, dall’amicizia, dagli amori urlati e raccontati a pelle scorticata. Pieni e mai sazi di vita; orgogliosi per ogni cosa fatta, nell’anno scolastico, per la “nostra” Rivoluzione. Sfiorata e quasi baciata, ma sempre sfuggente come certe gambe allungate dagli zatteroni delle ragazze, le compagne. A perdersi in vertigine, appena oltre le minigonne. Da innamorarsi senza tregua, dentro le parole di una canzone, a raccogliere piacere e amore a mani piene.
Un languore magico che, quasi, rallentava le cose del mondo intorno. Per dare più furore ai sentimenti, alle emozioni. Ci sentivamo appagati di essere e più buoni e pronti, in quanto tali.

Finimmo, una delle notti perse da qualche parte, a mangiare davanti a un mare. Nel tavolo vicino ci stavano altri ragazzi e ragazze della nostra età. Cominciammo a scherzare insieme e fu chiaro, subito, che non erano come noi. Le stesse scuole, gli stessi amori, gli stessi film, gli stessi scontri, ma loro erano quelli che stavano dall’altra parte. Lo capimmo e lo capì, anche, Giacomo “i fasci …”. Non avevamo voglia di un altro scontro; lì era un posto, un tempo di tregue. Eravamo tutti in piedi, noi e loro. Quanto siete capaci a bere senza crollare? Ghignavano, loro i superuomini niciani, e arrivò il vino resinato. Giocammo sporco, perché Giacomo era disumano, pure, nel bere. E come sempre, l’antifascismo fece rima con tutti giù per terra. Dopo a ridere, a confermare che si era, comunque, pronti a tutto. Dopo, a far l’amore, soprattutto.
Finì male quell’ultima estate. L’11 settembre (1973), in Cile, i militari fascisti scatenarono il loro golpe contro Allende e il governo di Unidad Popular. Guardavo smarrito i compagni più esperti. Mi aspettavo notizie di rivolta, di lotta popolare e diffusa fino a respingere i militari golpisti. Dove cazzo era “el pueblo unido jamas sera vencido”? in realtà, Allende e i suoi compagni resistenti alla Moneda, venivano tutti ammazzati. Victor Jara, anche. Pablo Neruda moriva col cuore spezzato. Al suo funerale, pochi coraggiosi a pugno chiuso. Che fine avranno fatto nelle mani dei carnefici di Pinochet!

Eravamo tristi e abbattuti. Contro di noi si scatenavano tutte le forze più oscure e brutali. In Italia, da mesi, giravano voci di un golpe sulla falsariga di quello greco del 1967 (“Z, l’orgia del potere” e Costa Gavras raccontava del suo paese e di noi, nel 1969). Junio Valerio Borghese e un branco di suoi camerati ci avevano provato nel 1970. Quanto seriamente o solo come prova generale, restava nel buio fitto delle informazioni dei servizi segreti italiani e della NATO. Tutto dentro le logiche della strategia della tensione decisa scientificamente dagli apparati NATO. Una costante!

Fatto sta, che, ogni tanto, arrivava una notizia più allarmante di altre e si andava a dormire fuori casa. Insieme, così, nel caso, ci avrebbero preso tutti in un colpo. Ma era troppo bello mettere nello zaino un sacco a pelo e un libro e il manuale edito da Savelli “IN CASO DI GOLPE”; spostarsi, quindi, in giro per la città o in qualche “baita” della provincia. A farci una spaghettata e a far l’amore; prima delle barricate. UNA COSTANTE!

A dichiararci, a voce squillante, che eravamo pronti alla pugna. Pronti a uccidere se necessario. E qualcuno l’avrebbe fatto! Ma la quasi totalità di noi, non era pronta alla ferocia senza limiti. Per fortuna, non lo sarebbe mai stata.
Ripensavo ai racconti dei partigiani che avevo conosciuto. Tutti a dirci che erano fieri di essersi battuti, ma di non aver mai ucciso. Mai, comunque, a sangue freddo. L’unico che aveva raccontato la sua iniziazione alla morte, era stato il romagnolo Saetta. Le sue parole, strappate alle labbra sottili e ghignanti, uscivano senza rimorsi e pentimenti.

Nel 43, vicino a Cesena (terra di Romagna), era stato fermato da due tedeschi; perché era in giro, per la campagna, a caccia, con la sua doppietta a spalle. Roba da fucilazione o, al meglio, da deportazione immediata. L’avevano, quindi, messo fra di loro e scortato verso qualche caserma; lasciandogli il fucile a spalle.
Camminavano così, in fila orizzontale, fra i campi che erano divisi da fossati. Come tre ballerini, li saltavano all’unisono, mantenendo il passo. Una volta, due volte e così via. All’ennesimo salto, Saetta fa il movimento di farlo, ma si ferma; mentre i due tedeschi saltano. Lui, con rapidità e ferocia di sopravvivenza, toglie il fucile dalla spalla, punta alla schiena di quello alla sua destra e spara. Leggero movimento a sinistra e spara di nuovo. Le sue cartucce erano caricate pesantemente. La sua caccia era di uomini.
Sarà, fino e oltre il 45, la sua specialità. Cercare e freddare i nazifascisti, con una passione e una determinazione che lo obbligherà, come altri, a lasciare l’Italia. Negletto e ripudiato, perfino, dal suo partito (il PCI). Tanto che la sua fuga non sarà verso est, ma nella Legion Etrangere. Ma questa è un’altra storia!
Eravamo tristi e per tutto quell’ultimo autunno prima del Maggio, i fascisti non si fecero vedere o quasi. Giacomo era ripiombato nella sua atavica tristezza annoiata “le merde le ria mia. Sa fa mia isè …”. Ciondolava la testa e si allontanava brontolando fra sé e sé.
Era il settembre prima del MAGGIO!

L’unico momento di gioia pura lo vivemmo durante un corteo contro qualcosa fatto dal governo democristiano. Finimmo, per caso, nello spezzone di Lotta Continua. Altrove, si cantavano le nostre canzoni di lotta e si lanciavano gli slogan più duri possibili. Le compagne e i compagni di LC, dopo un po’ di silenzio, cominciarono a cantare:

“Anche per te vorrei morire ed io morir non so
anche per te darei qualcosa che non ho
e così, e così, e così
io resto qui
a darle i miei pensieri,
a darle quel che ieri
avrei affidato al vento cercando di raggiungere chi…
al vento avrebbe detto sì.”

Capii, di nuovo, che eravamo rabbia, ma anche passione e tenerezze e amore per l’umanità. Nella confusione creativa dei nostri cuori in subbuglio. La nostra lotta era giusta e non ci avrebbero fermato in nessuna maniera: golpe o bombe o violenze preordinate e eterodirette.
Eravamo tutti noi, ragazzi e adulti, donne e uomini; noi le compagne e i compagni. Le bandiere rosse e quelle nere e quelle a metà. Insieme eravamo il lievito che avrebbe fatto crescere l’umanità, fuori dalle logiche di sfruttamento e di gerarchie e di potere imposte dal capitalismo.
E arrivò l’anno di quel Maggio. Qualche amore nuovo e i fascisti si rifecero vivi, più decisi e avidi di violenza di prima. Più armati e numerosi e Giacomo ritornò alla vita “I fasci …”. A marzo, non fiorivano solo i giardini, anche i fascisti con esplosivi e armi e varie attrezzature di morte. Le giovani donne, intanto, vivevano i loro nuovi amori! (insieme a noi)


PIOVE
Piove che siamo fradici e siamo appena partiti; oggi, martedì 28 maggio (1974).
Dalla nostra scuola. Qui, in via Oberdan, andiamo in piazza Loggia.
I sindacati, uniti, hanno proclamato uno sciopero generale contro la violenza fascista, finalmente. Dobbiamo arrivare entro le 10 perché, a quell’ora, si terrà la manifestazione antifascista. Parleranno Franco Castrezzati, per i sindacati, e Adelio Terraroli, per le forze politiche.
Noi studenti grideremo i nostri slogan se supereremo, in tempo, questo muro di pioggia che ti gela le ossa; e siamo già a fine maggio!
STIAMO ARRIVANDO DA TUTTE LE SCUOLE DELLA CITTA’.
A mano a mano, però, il nostro corteo diventa sempre più piccolo. Siamo in pochi dietro lo striscione rosso. Ma ci siamo tutti, noi che abbiamo fatto ogni lotta di questi anni; che abbiamo affrontato le incursioni dei picchiatori fascisti. Sempre più organizzate, nelle tecniche e nei numeri.
Una decina di giorni fa, ci sono piombati addosso in una trentina. A folate predisposte. Abbiamo tenuto con i compagni del Tartaglia. Alla fine, qualcuno è dovuto andare in infermeria e al pronto soccorso.
MA ABBIAMO TENUTO!
Piove e abbiamo quasi freddo, passo dopo passo, verso la piazza. Davanti Germano, con la sua 500, urla alla città perché siamo di nuovo per strada. Perché oggi, con noi, ci sono, anche, gli operai e gli insegnanti e i pensionati. Tutto l’antifascismo bresciano!
La mia “guevara” è uno straccio inzuppato. Mi guardo intorno e vedo le altre facce che tengono duro come me. Non vediamo l’ora di arrivare e metterci sotto i portici.
La 500 si ferma appena fuori della piazza. Puntiamo dritti ai portici, ma sono zeppi di compagni arrivati dalle fabbriche e dalle scuole.
Ci spostiamo oltre, nei bar vicini, a farci un tè caldo; in attesa che comincino a parlare.
Come si chiamava il bar in fondo a via Cesare Beccaria? No adesso, proprio non riesco a ricordare, so che siamo qui, insieme, e il tè e l’amicizia e gli amori ci scaldano.
Qualcuno, perfino, ride quando sentiamo il boato, ripetuto dall’eco… ma il pensiero subito si ferma impaurito. Fuori corrono e urlano.
Usciamo e corriamo dritti in piazza, fra i corpi impazziti che ci corrono contro; nella piazza che è piena di fumo e bagnata. Corriamo sotto i portici. Fino a piombare dentro la carne macellata. I corpi deflagrati, neri di esplosivo e rossi di sangue.
Gli occhi sulle gambe e le braccia mozzate e sul marmo frantumato. Sul viso distrutto di un ragazzo appoggiato sulle braccia che guarda il vuoto.
E’ tutto bagnato, qui fuori, di pioggia e di sangue e di lacrime.
E’ la realtà schifosa dell’epoca del dominio dello Stato e del Capitale che ci sputa in faccia, coll’ alito puzzolente, la sua bava di morte e di terrore.
Cerchiamo, fra i corpi, i nostri compagni e non ci sono. Arrivano quelli del sindacato e ci spingono via.
Arrivano le ambulanze, arrivano i pompieri, arrivano gli sbirri.Non abbiamo più voglia di stare qui. Siamo entrati nella nostra piazza, fradici di pioggia; ne usciamo bagnati di sangue. E Giacomo piange senza smettere; fa impressione il suo corpo enorme scosso dai singulti. Senza smettere.

Siamo stati studenti in quel Maggio. E, dopo, per tutta la vita, a ricordarlo e a rispettare quello che eravamo. A onorare l’idea, semplice e potente, che questo mondo dev’essere cambiato. E, in ogni caso, ci siamo battuti e ci battiamo, ora più di allora forse, per cambiarlo, finalmente. Contro ogni razionalità e calcolo di utilità personali: solo e sempre, perché è giusto farlo!
Abbiamo preso fiato, fra la carne macellata e il fumo nero della bomba, come fa un “long distance runner”. A volte in solitudine, tante, insieme. Senza, comunque, smettere mai di macinare distanze. Sia nelle giornate buone che in quelle bastarde e cattive. Come quella lasciata e custodita nei cuori. QUANDO FUMMO STUDENTI DI MAGGIO, SENZA PIU’ DIMENTICARLO!

(Claudio Taccioli)

MUSICHE e CANZONI:
– “ERA D’ESTATE” di Sergio Endrigo.
– “LA STRAGE DEGLI INNOCENTI” dal film: “CORBARI”.
– “ULTIMO TANGO A PARIGI” di Gato Barbieri.
– “GIU’ LA TESTA” tema del FILM.
– “HERE’S TO YOU NICOLA AND BART”.
– “RABBIA E TARANTELLA” di Ennio Morricone.
– “VALLE GIULIA” di Paolo Pietrangeli.
– “IL VENAIT D’AVOIR 18 ANS ” di DALIDA.
– “KATANGA”
– “MALAGUENA SALEROSA” Chingon.
– “L’ORA DEL FUCILE” di Barry McGuire,Pino Masi.
– “A MANO A MANO” nella versione di Rino Gaetano.
– “ESTATE” di Bruno Martino.
– “IMPRESSIONI DI SETTEMBRE” Premiata Forneria Marconi (PFM).
– “ANCHE PER TE” di Battisti e Mogol.
– “I GIARDINI DI MARZO” di Battisti e Mogol.
– “PERFECT DAY” di Lou Reed.
– ”MA L’AMORE NO” di Michele Galdieri e di Giovanni D’Anzi.

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