Esattamente mezzo secolo fa, in un piccolo villaggio boliviano veniva assassinato il compagno Ernesto “Che” Guevara. Pochi rivoluzionari sono riusciti, come lui, ad entrare nella leggenda, fino quasi a diventare una specie di “santo” guerrigliero. Non è un caso che, nelle campagne dell’America Latina più profonda, ci sia qualcuno che lo chiama “San Ernesto de La Higuera” (dal nome del villaggio boliviano dove fu assassinato). I suoi carnefici, che lo assassinarono a sangue freddo dopo averlo ferito e catturato il giorno prima, preferirono scegliere tra due “mali”. Lasciarlo vivo e processarlo pubblicamente, col rischio che il suo processo diventasse una tribuna in più (come già era stata L’Avana, New York o Algeri) per propagandare le suo idee pericolosamente sovversive, o farne un martire destinato a diventare un mito intramontabile. Scelsero la seconda strada, quella tipica, miope, dei vigliacchi. E la Storia li ha meritatamente inchiodati alla gogna. Oggi chi ricorda il nome, non dico della soldataglia che si prestò all’infame operazione, e nemmeno degli ufficiali criminali che fecero eseguire l’ordine, ma anche del dittatorucolo che autorizzò l’assassinio e che spadroneggiava nella Bolivia di quegli anni? Persino il vero “padrone” di tutto, il capo dell’imperialismo yankee di mezzo secolo fa, l’uomo più potente del mondo di allora, appare come un nanerottolo dimenticato di fronte a quel gigante umano e politico che rappresenta il rivoluzionario argentino-cubano.

Il “Che” è morto solo, lontano dai suoi compagni cubani, lontano anche da quei pochi, coraggiosi compagni di varie nazioni latinoamericane che avevano avuto il coraggio di seguirlo in questa eroica impresa (e che saranno quasi tutti massacrati in tempi diversi). Lontano, lontanissimo, da quei “compagni” (e mi riferisco al Partito Comunista Boliviano) che avrebbero dovuto aiutarlo e sostenerlo, umanamente, politicamente, militarmente. Ancor più lontano da altri presunti “compagni” (e mi riferisco ai vari Brezhnev, Mao Tse Tung, Gomulka, Longo, Waldeck Rochet e Marchais, Carrillo e Ibarruri, ecc. ecc.) che lo definirono, dopo la sua morte (e spesso anche prima), un “avventuriero piccolo-borghese”, un estremista in odore di “trotskismo” (prima ancora che si ritrovasse nella sua sacca “La rivoluzione permanente” di Trotsky), nel migliore dei casi un “rompiscatole”, che aveva osato criticare il cosiddetto “socialismo reale”. Certo, per chi è abituato a fare il “comunista” nei palazzi del potere deve essere sembrato ben strano quest’uomo. Uno che invece di godersi i “frutti della vittoria” (conquistata armi alla mano solo pochi anni prima), decide di mettere in discussione tutto quanto, fino al punto di abbandonare il suo posto di ministro per intraprendere nuove avventure (nel senso più umano della parola) rischiosissime. L’ultima delle quali gli costerà la vita.

Forse non sarà stato un grande teorico del marxismo rivoluzionario (anche se molte delle sue riflessioni e intuizioni, soprattutto negli ultimi cinque o sei anni di vita, sono tutt’altro che banali o scontate) della stoffa dei Marx, degli Engels, delle Luxemburg, dei Lenin o dei Trotsky. Ma aveva un dono che ne faceva un grande rivoluzionario: la coerenza tra ciò che diceva (e lo diceva apertamente) e ciò che faceva (e lo faceva fino in fondo). Una qualità rara in qualsiasi tempo, anche nelle file dei “comunisti” ed in genere dei rivoluzionari. Per questo il suo ricordo è ancora vivo tra milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo, a partire dalla sua amata America Latina. E ancora ci ricorda, come diceva una bellissima canzone argentina scritta poco dopo la sua morte: “continuino coloro che possono ad essere dei morti-vivi, che vengano gli altri: vencer o morir”. Hasta siempre, comandante!

FG

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