Una lunga giornata di mobilitazione, con decine di migliaia di persone concentrate a difendere i seggi dalla violenza poliziesca, è terminata in una Plaza de Catalunya piena di bandiere catalane (con alcune basche, galiziane, sarde, bretoni e del Québec). Purtroppo non si sono viste bandiere rosse o rossonere, ma solo molti pugni chiusi alzati. Non farò qui una cronaca della giornata che chiunque può leggere sui vari mass media ben più attrezzati del nostro piccolo blog. Io ho passato la maggior parte del pomeriggio e sera al presidio di difesa del seggio di Sant’Antoni (tre o quattrocento persone) e a quello, enorme (almeno 2 mila persone) della Escola Industrial. Qui erano concentrati i militanti della Quarta internazionale “non catalani”, che invece erano, ovviamente, nei picchetti di difesa dei rispettivi seggi. Qui ho incontrato i compagni francesi del NPA (tra i quali Olivier Besancenot), i compagni andalusi e baschi, e, unico catalano, il compagno Andreu Coll, a cui la polizia nazionale aveva rotto il naso poche ore prima. Questi Comitati di Difesa”, presenti un po’ ovunque, sono la cosa più interessante, composti in gran parte da giovani militanti della CUP o comunque della sinistra anticapitalista. La proposta, fatta propria dalla CUP, di centralizzarli dando vita ad assemblee, oggi alle 12, mi sembra ottima. Perché, e questo è il problema, ho l’impressione che ci sia il rischio di fare i “portatori d’acqua” all’indipendentismo borghese e piccolo borghese rappresentato dal Govern di Puigdemont e Jonqueras. Il fatto che, in una Plaza de Catalunya strapiena, alle 10 di sera, fossero assenti (in termini di visibilità) gli slogan, gli striscioni, le bandiere della sinistra anticapitalista e in genere del movimento operaio (aldilà dei pugni chiusi) un po’ mi preoccupa. So benissimo che la maggior parte di coloro che hanno dato vita ai massicci comitati di difesa dei seggi è “gente nostra” (in senso ampio). E allora perché lasciare la “regia” completamente in mano alle forze del nazionalismo piccolo borghese (o addirittura borghese)? È ovvio che è necessario mantenersi all’interno della mobilitazione indipendentista anche a fianco di chiunque si batta contro la repressione e per l’autodeterminazione, senza isolarsi. Ma da qui a mimetizzarsi dietro la bandiera a quattro barre ce ne corre. Secondo il mio modesto parere, dovremmo evitare i due opposti scogli. Da un lato quello di trincerarsi dietro un aristocratico disprezzo verso la mobilitazione di massa, visto che appare sostanzialmente piccolo borghese e nazionalista, senza le “patenti di nobiltà” proletarie e rivoluzionarie. Credo però che questo rischio sia oggi ridotto, limitato a piccole organizzazioni settarie e a singoli compagni. Molto più forte è il rischio di “mimetismo”, trascinati dalla forza di questo movimento (uno dei pochi con caratteristiche progressiste presenti oggi). Non è detto che se giochiamo tutte le nostre carte riusciamo a spostare radicalmente a sinistra il “processo costituente”. Anzi, sinceramente mi sembra difficile, nonostante la forza relativa dell’anticapitalismo in Catalogna. Quel che è certo è che, se stiamo semplicemente a guardare con una smorfia di disprezzo, abbiamo già perso. I prossimi giorni (soprattutto lo sciopero generale di domani) saranno decisivi.

Flavio Guidi, Barcellona, ore 8 del 2 ottobre 2017

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