Il primo fu Colin Kaepernick, quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers.
Era il 26 agosto 2016 e Colin, durante l’inno americano che precede ogni partita, non si alzò insieme agli altri suoi compagni. Rimase, semplicemente, seduto senza nessuna mano sul cuore.
In un’intervista, spiegò: «Non starò in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca».
Colin subì l’assalto feroce dei nazionalisti di ogni colore.
Come risposta, si fece fotografare mentre indossava delle calze sulle quali erano disegnati dei maiali con dei cappelli da poliziotto, perché «i cattivi poliziotti a cui è permesso avere posizioni importanti nei dipartimenti di polizia non solo mettono in pericolo la comunità, ma mettono in pericolo anche i poliziotti che hanno delle buone intenzioni, creando un ambiente di tensioni e diffidenze».
Quest’anno, nessuna squadra l’ha convocato per giocare.

In questi giorni, sono decine, intere squadre, che non si alzano più durante l’inno americano. Stanno seduti e in ginocchio a testa bassa.
Ai giocatori della NFL (National Football League) si sono uniti quelli della NBA (National Basketball Association). Campioni come Stephen Curry, LeBron James e altri si sono, decisamente, schierati contro Trump che ha definito gli atleti afroamericani in protesta dei “sons of bitches”.
“Sei un pagliaccio, dividi il paese” gli ha risposto LeBron!
Quello che sta avvenendo nello sport americano (i “circenses”) è, ormai, la più grande scena di rivolta mediatica che sta esplodendo nelle case teleguidate delle famiglie americane.
Non ci sono più dei gladiatori pronti a tutto per lo spettacolo e il loro tornaconto; ma degli uomini che protestano contro le ingiustizie razziali e la violenza delle forze dell’ordine. Contro il nuovo presidente bianco che le favorisce.
Per Trump è iniziata una nuova guerra, oltre a quella contro il pazzo “rocket man” coreano.
Questa volta è più insidiosa perché i suoi avversari sono gli idoli delle folle.
Avrebbero dovuto stare in silenzio davanti alle cose del mondo. Giocare e scherzare come degli intrattenitori da avanspettacolo.
Al contrario, pensano e, dalla loro posizione di potere, si battono alla pari contro l’uomo più potente del pianeta. Lo ridicolizzano, lo fanno mediaticamente a pezzi.

Il loro stare in ginocchio è il colpo più duro che Trump, l’amico pubblico suprematista, sta subendo.
Forse vorrà spostare l’attenzione verso un nemico più abbordabile. Quel demente coreano che affama il suo popolo e imprigiona ogni dissenso. Il “rocket man” contro cui diventa facile scagliare e indirizzare l’indignazione patriottica.
Tanto da far dimenticare quelle ginocchia sui campi da gioco, le teste basse e le mani lontane dal cuore che svuotano di stelle la bandiera americana.
Far pagare con la guerra a un po’ di umanità, senza peso nei sondaggi nazionali, il suo calo di popolarità.

Siamo nella società dello spettacolo e quelle immagini restano e si radicano nel profondo della cultura popolare.
Vuoi mettere LeBron con Donald!
Non c’è davvero partita e il pensiero corre veloce ai pugni chiusi, guantati di nero, di quella notte a Città del Messico.

(Claudio Taccioli)

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