E così siamo alle solite. Come nel 1936-39, come nel 1909, come troppe volte nell’800, la mia Barcellona, la mia Catalogna sono minacciate, violentate, aggredite dai soliti poteri, per nulla oscuri e nascosti, che albergano nella capitale della Castiglia, quella Madrid che, nonostante la generosità di tanti suoi figli, ha mantenuto il discutibile privilegio di rappresentare il famigerato covo degli oscurantisti, dei reazionari di tutte le risme, dagli inquisitori del XVI secolo fino ai miseri epigoni del PP di oggi. Quando sono andato a vivere a Barcellona, 16 anni fa, conoscevo già la sua fama di Rosa di Fuoco, di Città delle bombe e delle barricate. Avevo già letto gli elogi di Orwell e Engels e Kaminsky e tanti altri che condivisero, come me, il sogno di creare un mondo di liberi ed eguali. E cercavo in ogni angolo della città vecchia, o dell’Eixample, o di Gracia, o del Poble Nou (e persino al Montjuich) i fantasmi di Durruti e di Nin, di Ascaso e Berneri, di Ferrer e del Noi del Sucre. Temevo che i quasi quattro decenni di franchismo (e i 25 anni di “transizione dell’oblio e del compromesso”) avessero reciso completamente le radici ribelli e libertarie di questa meravigliosa città, anche se le grandi mobilitazioni degli anni Sessanta e settanta degli operai (a cominciare dai gloriosi operai della Seat) e degli studenti mi erano note. Conoscevo la vitalità e la forza antiregime che quel grande agglomerato di quasi quattro milioni di persone (buona parte dei quali apparteneva alle città satelliti del famoso “cinturón rojo y negro”, ormai ai miei tempi prevalentemente socialista e comunista) aveva espresso durante la dittatura e ancora alla fine degli anni settanta. Ma erano passati oltre due decenni. Due decenni di crescita economica, di boom turistico (ed olimpico), di riflusso, di “imborghesimento” di un proletariato da troppi anni sulla difensiva, sia socialmente che culturalmente. Per fortuna erano gli anni del formidabile movimento No Global , che da Seattle si era esteso un po’ ovunque, passando per Genova, pochi mesi prima del mio arrivo nella capitale catalana. E proprio a Barcellona il movimento, soprattutto nella fase anti-guerra del 2001-2003, trovò uno dei terreni più fertili. Partecipando a queste mobilitazioni, e ai numerosi scioperi generali (con quei moltitudinari picchetti volanti notturni che per me erano una novità), alle Diadas di tutti gli 11 settembre, alle marce e accampate degli Indignados dell’inizio di quest’ultimo decennio, fino alle mobilitazioni del mese scorso contro il terrorismo islamonazista mi sono reso conto che lo spirito ribelle e libertario della città di cui mi ero innamorato non era morto. Certo, all’inizio mi risultava un po’ difficile accettare che le bandiere catalane (la famosa quattro barre) annegassero quelle rosse o rossonere. Anzi, diciamola tutta: mi disturbava profondamente quel mare giallorosso (che sono pure i colori degli odiati “spagnolisti”). Infatti non l’ho mai portata, quella bandiera. Nemmeno con l’aggiunta della stella rossa, come molti compagni della sinistra indipendentista fanno. Magari perché resto, per quanto cittadino del mondo, un po’ troppo italiano. O più probabilmente perché quella rossa (o rossonera) rappresenta molto di più me stesso, il mio internazionalismo a 360 gradi (e, sia detto per inciso, riassume e “protegge” in sé tutte le “esteladas”, le palestinesi, le curde, le ikurriñas, ecc. di questo pianeta). E le polemiche con i catalanisti indipendentisti (in particolare quelli non di sinistra, e ce n’è a bizzeffe, credetemi) mi hanno accompagnato in questi anni. Oggi, però, quando un potere ottuso e barbaro, che si traveste da “democratico” e “costituzionale” (di una costituzione scritta in gran parte dagli eredi del franchismo, con la collaborazione di tremebondi “socialisti” e “comunisti”) ma che in realtà assomiglia troppo ai suoi antenati “nazional-cattolici” che puzzano di caserma e sacrestia, vuole impedire a questa gente, che mi ha accolto, con cui ho lottato fianco a fianco in questi 16 anni, di potersi esprimere liberamente, di poter decidere del proprio futuro, non ho nessun dubbio da che parte stare. Dalla parte della Catalogna, fino in fondo. Griderò di nuovo NO PASARÁN e Visca Catalunya lliure, republicana i socialista.

Flavio Guidi, 24 settembre 2017

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