Contro l’interventismo e le minacce militari imperialiste

Marea Socialista del Venezuela

da Aporrea.org
e A l’encontre

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato di recente[l’11 agosto] di stare valutando il ricorso all’ “opzione militare” per allontanare dal potere il presidente Maduro. La minaccia di un’eventuale operazione militare contro il Venezuela è stata preceduta dall’adozione di sanzioni economiche unilaterali. Un’invasione militare diretta sembra scarsamente probabile, ma piuttosto che il governo Maduro è sottoposto a un ricatto del genere perché sia più cedevole. È comunque evidente che si è in presenza di una escalation, di fronte a un soggetto preoccupante. Quel che Trump intende schiacciare davvero è l’impertinenza della rivoluzione bolivariana.

Marea Socialista si oppone fermamente alle minacce militari di Trump, a qualsiasi ingerenza del governo nordamericano, come pure alle sanzioni economiche. Da parte nostra, serriamo le file al fianco del nostro popolo venezuelano indignato e fiero, facendo appello alla lotta vincente per l’indipendenza che ha fatto di noi una nazione libera. Non per questo avalliamo in alcun modo le politiche seguite da Maduro e dall’Assemblea Nazionale Costituente (ANC).

Anche se sembra gli importi poco, un Trump delirante raccoglie un’ondata di rigetto al ricatto armato e al suo grido di guerra. Vediamo come altre nazioni – fino alle più ostili a Maduro – condannino decisamente una simile eventualità, respinta da governi dell’America latina e di altre regioni del pianeta. Essa infatti non farebbe che rendere più instabile e più pericoloso il mondo e potrebbe incendiare l’intera America Latina. Si è fatto sentire anche il rifiuto di esponenti di organismi internazionali e di istanze dell’ONU, che condannano le sanzioni economiche, ritenendo che non possano che aggravare la situazione della popolazione venezuelana e rivelarsi inoltre pregiudizievoli per chi le applica. La sinistra internazionale, inclusa quella nordamericana, fa sentire la propria voce contro l’interventismo, anche se una parte importante di essa non sostiene Maduro.

Per vari decenni gli Stati Uniti hanno rovesciato governi e invaso alcuni paesi latinoamericani come pure altri luoghi del mondo per imporvi la propria dominazione e conservare il loro posto nella competizione internazionale. In parecchie occasioni, hanno imposto i loro interessi, ma hanno anche affrontato enormi insuccessi, come nel caso del Vietnam e di Cuba. Questi interventi – mascherati dai pretesti fallaci della difesa della libertà e della “democrazia”- hanno sempre comportato atroci sofferenze per i popoli aggrediti e per lo stesso popolo statunitense.

In Venezuela, un vasto spettro di partiti e di organizzazioni sociali, indipendentemente dalla loro simpatia o antipatia per il governo e per i “superpoteri” messi in cantiere dall’ANC, hanno espresso il loro esplicito rigetto delle minacce imperialiste. Anche settori della destra filo-imperialista, che in altri momenti avevano appoggiato l’ingerenza straniera, si sono visti costretti a prendere posizione contro un’invasione o interventi bellici relativi al Venezuela, pur evitando di condannare esplicitamente l’alleato strategico statunitense. Noi siamo però del parere che emanare dichiarazioni non basti e che occorra contestualizzare e cercare di spiegare quel che succede, nonché discutere su come difendere la nostra sovranità e la nostra integrità territoriale.

Dobbiamo quindi esaminare la situazione internazionale, quadro entro cui si inscrive la fase attraversata dal Venezuela, dove la bipolarizzazione tra l’opposizione di destra e il governo disorientato, smarrito, riflette lo stesso conflitto inter-imperialista, di cui entrambi cercano di approfittare per appropriarsi risorse del paese.

Il governo indebolisce il popolo e rende più vulnerabile il paese con le sue cattive politiche, poiché dirotta dall’obiettivo sovrano predominante, in materia economica, durante la prima fase di Chávez, perdendo al tempo stesso il sostegno e la fiducia della popolazione, uno dei principali pilastri e fonte di energia per la rivoluzione bolivariana. È proprio questo che ha fornito all’opposizione di destra – chiaramente filo-imperialista – la possibilità di recuperare le forze e aprire la strada al rischio di un intervento.

Nasce da qui la necessità di restaurare l’unità del popolo venezuelano per la difesa del paese, cosa che non si può realizzare se non con la crescita della democrazia e non del suo contrario, e anche dando risposte politiche concrete per affrontare la situazione che la popolazione sta subendo a causa della penuria di generi alimentari e di farmaci.

Il governo dà invece la priorità al pagamento del debito estero, nonché ai suoi impegni nei confronti del capitale finanziario (imperialista), a scapito dell’attenzione alle urgenze della crisi. L’unità del popolo non si può imporre con i maltrattamenti e la repressione.

Il governo Maduro e la burocrazia attuano invece politiche economiche regressive in fatto di sovranità e di sviluppo autonomo, rispetto a quello che cercava di raggiungere la rivoluzione bolivariana sotto Chávez. Oggi queste politiche assumono carattere di rinuncia e di attacco alla sovranità. L’attuale politica del governo non è anti-imperialista, anche se può a volte mutuare uno stile provocatorio, sfidando verbalmente l’imperialismo.

Le banche nord-americane e i “paradisi fiscali” hanno addirittura beneficiato di permanenti detrazioni sui versamenti effettuati in favore del Venezuela, come anche della fuga di capitali all’estero. Gli Stati Uniti intervengono su questo terreno in maniera parziale e selettiva, soprattutto con finalità di manipolazione politica. Ma gli Stati Uniti non intendono in alcun modo mettere questo “potere di influenza” al servizio dell’aiuto alla popolazione venezuelana per quanto riguarda i suoi bisogni più urgenti.

Il Venezuela nel quadro della crisi capitalistica mondiale e dei conflitti inter-imperialistici

Il sistema capitalistico mondiale non è uscito dalla cronica crisi strutturale che attraversa fin dalla fine del primo decennio di questo secolo [2007-2008], Di fronte alla possibilità che scoppino nuove bolle causate dai capitali speculativi nel settore finanziario, gli investimenti cercano di mettersi al riparo raddoppiando lo sfruttamento delle risorse naturali (oro, argento, diamanti, coltan, tra le altre), una cosa che tra l’altro corrisponde alle esigenze delle tecnologie più avanzate e dei nuovi settori di mercato. Al contempo, i capitali usano la spirale dei debiti esteri [i cosiddetti debiti sovrani] per appropriarsi degli attivi primari e delle ricchezze dei paesi e dei loro territori [privatizzazioni a basso costo, contratti validi per 99 anni, ecc.].

Tutto questo rientra nel quadro di una scalata neocoloniale in cui i vecchi imperi ed i nuovi, insieme alle multinazionali, si contendono l’egemonia e posizioni di forza nell’assalto alle ricchezze del pianeta, anche se questo avviene ai danni dell’equilibrio climatico e della vita stessa, con al centro un caos geopolitico crescente, distruzione di paesi, guerre e il proliferare di governi in cui l’accumulazione del capitale assume tratti mafiosi, corrotti e criminali, che travolgono nell’arbitrio le società. Nel quadro del capitalismo non esiste una soluzione. Quello che appare come il tentativo di instaurare un “nuovo ordine” altro non è se non il disordine mondiale, su sfondo di rivalità economica per l’egemonia, di tensioni e conflitti militari, che includono indirettamente la Russia e la Cina. Ne consegue che gli scontri regionali si espandono.

La prolungata instabilità dei paesi arabi, le rivoluzioni, le contro-rivoluzioni, le invasioni e le resistenze in questi paesi, le tensioni crescenti legate alla Corea del Nord e ai diversi protagonisti [Corea del Sud, Cina, Giappone, Stati Uniti], la Corea del Nord che dispone di armamento nucleare, così come gli squilibri nella stessa Europa, ed anche alla periferia dell’ex-Urss, rientrano in questo panorama. Quel che si osserva nelle situazioni in cui gli Stati Uniti intervengono è una tragica decomposizione perché, anche se sono più deboli economicamente e politicamente, il loro intervento è più aggressivo e si basa sul fatto che ancora detengono la supremazia militare.

La dinamica di ricolonizzazione, per potersi imporre, smantella all’interno dei paesi le conquiste sociali e azzera i diritti democratici tramite l’instaurazione di una nuova architettura e di meccanismi economici e finanziari al servizio delle esigenze del capitalismo in mutamento. Le destre così come i “governi progressisti” – ciascuno secondo le proprie caratteristiche – che in America Latina sono rimasti subordinati al modello capitalistico hanno contribuito a tutto questo.

È in un simile contesto generale che declinano o soccombono i “governi progressisti” che avevano cercato di negoziare le condizioni della ripartizione [delle risorse] fissate dalle potenze e dalle grandi compagnie imperialiste. Questo ha avuto un impatto sul mantenimento degli avamposti sociali e la fruizione dei diritti democratici, resi ormai insostenibili dalle conseguenze delle economie basate sulla rendita che non si è riusciti a trasformare [ad esempio con il passaggio a un’adeguata industrializzazione]; non fosse altro perché questi processi di cambiamento sono stati distorti dall’espandersi di burocrazie parassitarie, come anche dall’assimilazione di questi “governi progressisti” alla logica del capitale.

Per questo il ciclo di rivoluzioni e il processo di cambiamento avviato in America Latina sembra raggiungere la sua fase terminale, per essere assorbito nel riadeguamento capitalistico mondiale, che si riprende i suoi possedimenti e le sue zone di dominazione, malgrado il protrarsi delle lotte sociali. Questo, soprattutto, a causa delle esitazioni delle direzioni politiche che avevano in pugno la guida di tali processi.

Il Venezuela non sfugge a tutto questo. Nel paese la rivoluzione è strangolata dagli stessi eredi politici di Hugo Chávez che si sono discostati – o non se ne sono presi cura – dalle chiavi che hanno caratterizzato il processo bolivariano e dagli sforzi intrapresi in vista dell’integrazione latinoamericana, con progetti stroncati – o troncati a metà – quali la Banca del Sud, l’unione monetaria tramite il Sucre, l’estensione e il rafforzamento dell’ALBA [Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di commercio dei popoli], la creazione di un quadro militare indipendente dagli Stati Uniti, e i progressi dell’UNASUR [Unione di Nazioni Sudamericane] e della CELAC [Comunità di Stati Sudamericani e Caraibici].

Il problema non sta solo nella lotta degli Stati Uniti per recuperare uno spazio e un controllo economico sul e nel Venezuela. Vi rientra anche la geopolitica decisa da Chávez. Quest’ultimo ha rovesciato la scacchiera con prese di posizioni in contrapposizione o preoccupanti per gli Stati Uniti, per potersi portar dietro altri paesi, il tutto in contrasto con gli obiettivi e ai progetti nord-americani. Al tempo stesso, ha favorito l’arrivo della Cina e della Russia, colpendo gli Stati Uniti nella zona di loro più stretto interesse, considerata il proprio “cortile di casa”. [È appunto nel loro “cortile di casa” – l’America Centrale e i Caraibi – che si è applicata con il massimo vigore la dottrina Monroe (1823), perché dalla “tranquillità” di questa zona dipende la sicurezza del canale di Panama e delle comunicazioni tra i porti del Pacifico e l’Atlantico. Di qui i molteplici interventi americani per “restituire l’ordine” in quell’area. (À l’encontre)].

Vale perciò la pena di domandarsi: la politica del governo Maduro è veramente antimperialista? Sul piano economico il suo orientamento va nell’altra direzione, visto che – benché il governo abbia annunciato una fase di “nuovo modello economico post-petrolio” con la sostituzione di quello basato sulla rendita – tutti gli interventi concreti vanno in direzione del consolidamento del capitalismo della rendita, estrattivista e dipendente, legato alle multinazionali e al capitale finanziario internazionale – come espressione dell’imperialismo – contribuendo cosi a consolidare meccanismi di subordinazione rispetto ai paesi imperialisti propriamente detti, sia quelli più vecchi sia quelli che sono comparsi in concorrenza con gli Stati Uniti e l’Europa, tra cui si distinguono la Cina e la Russia, i cui interessi all’interno del paese sono evidentissimi.

Una manifestazione di questo è lo sfruttamento dell’Arco minerario dell’Orinoco, che apre 112.000 chilometri quadrati alle grandi compagnie minerarie internazionali di vari paesi, in una zona enormemente vasta e delicatissima, vitale per l’equilibrio climatico ed ecologico, riserva acquifera e luogo dove si concentra la biodiversità venezuelana. Il governo non ha neanche presentato studi di valutazione d’impatto ambientale per questi progetti, e non ha neppure consultato le popolazioni indigene così come impone la Costituzione del 1999, tuttora in vigore. Il tutto, insieme ad arrangiamenti finanziari che incrementano il debito e sono destinati a rimborsare quello esistente, viste vista la carenza di divise dovuta sia al calo delle rendite petrolifere, sia agli storni di fondi e alla criminale fuga di capitali. Lo schema è identico per quanto riguarda la Fascia petrolifera dell’Orinoco e l’elaborazione dei “15 motori” dell’economia legati all’apertura di zone economiche speciali che prevedono forme di flessibilizzazione, nonché deregolamentazioni che favoriscono il capitale a danno del lavoro e della stessa sovranità nazionale. Anziché avanzare sulla via dello “sviluppo endogeno” tanto evocato da Chávez, si torna ad imboccare la vecchia strada del capitalismo neocoloniale.

Ne sono una manifestazione i recenti contratti, nel bel mezzo della crisi e delle manifestazioni di piazza, con: China National Petroleum Corporation, Rosneft [Russia]; Schlumberger [impresa di servizi e attrezzature petrolifere nata in Francia nel 1926, attualmente con sede sociale a Huston, in Texas]; Horizontal Well Driller [specializzata in perforazioni, con base in Oklahoma, Stati Uniti]; Baker Hughes [ditta con base a Huston, società parapetrolifera specializzata soprattutto nelle perforazioni orizzontali e nei prodotti chimici necessari alla fratturazione idraulica]; Halliburton [gruppo parapetrolifero, con sede a Huston, secondo fornitore mondiale di servizi per l’industria di petrolio e del gas, presente in oltre 70 paesi]; inoltre, nella zona petrolifera e per grandi progetti per il gas, con imprese come Repsol e Shell.

Per quanto riguarda le miniere, assistiamo al ritorno delle compagnie che erano state espulse da Chávez come la Gold Reserve, o al rilascio di ampie concessioni alla Barrick Gold Corporation, tra gli altri contratti minerari conclusi con imprese cinesi, russe, canadesi, nordamericane, sudafricane e con imprese di paesi sotto la cui bandiera operano vari capitali multinazionali, a parte le imprese fittizie che trasbordano fondi per captare la rendita.

Nel quadro di queste “alleanze strategiche”, più del 90% degli investimenti si effettuano nelle miniere e in parte nel turismo, senza che si sia individuato un asse per la riattivazione della produzione di generi alimentari, per lo sviluppo del settore agricolo o per la produzione di farmaci basilari, allo scopo di affrontare i problemi più urgenti che colpiscono la popolazione a causa della situazione economica del paese. Alimenti e medicinali, invece, subiscono direttamente il ridimensionamento delle importazioni che si sono infatti ridotte del 60-70%, pur di garantire che la maggior parte delle divise siano riservate al pagamento del debito estero illegittimo – gran parte del quale legato alla corruzione – che il governo si rifiuta di sottoporre a un audit e alla trasparenza.

L’opposizione di destra, da parte sua, non ha compiuto il minimo sforzo – in base al suo controllo della maggioranza parlamentare – per rimettere in discussione e bloccare questi accordi o l’intervento del governo in materia economica, poiché non si oppone a queste politiche (tuttalpiù può non essere d’accordo sui “soci” favoriti o volersi battere per gestire lei stessa gli affari). L’eventuale governo di questa opposizione avrebbe un indirizzo molto simile, anche se potrebbe essere un po’ diversa la composizione dei capitali [ridimensionamento della posizione della Cina?].

Cosicché, aldilà del ricatto e delle minacce volte ad esercitare un’influenza sul controllo politico del paese, l’imperialismo – sia esso in veste di uno Stato nazionale [Stati Uniti, Paesi europei, Cina, Russia…] o in quella di multinazionali o del capitale finanziario che ne è l’espressione economica – recupera un potere accresciuto sulla nostra economia e sul nostro territorio, direttamente per mano dello stesso governo, che agita in maniera retorica slogan antimperialisti e rivoluzionari mentre, nei fatti, apre da un bel pezzo la porta a potenze imperialiste, grazie alla bramosia di profitto di una burocrazia che si è introdotta nel capitale in società con settori della borghesia.

Per questa ragione, le prime misure di difesa anti-imperialista e di sovranità nazionale dovrebbero basarsi sul riesame e sulla rettifica di questo indirizzo economico che ci viene imposto e che costituisce il principale fattore di vulnerabilità di fronte alle minacce esterne.

Innanzitutto, conviene porsi un’altra domanda: i costituenti dell’ANC proporranno una politica davvero antimperialista, coerente e che sia responsabile? Non ne hanno dato segno e c’è poco da aspettarsi da un “potere costituente” creato dallo stesso potere costituito responsabile delle politiche economiche che recano danno alla nazione venezuelana. Se veramente volessero liberare il paese dall’imperialismo ed avanzare sulla strada della nostra seconda indipendenza dovrebbero cominciare a muoversi sul serio in questa direzione.

Chávez è riuscito ad avanzare con le sue posizioni antimperialiste perché si reggeva, contemporaneamente, sia sulle conquiste sociali della rivoluzione bolivariana sia su una democrazia che godeva della fiducia della grande maggioranza della popolazione. Non è questo che succede con Maduro, che non va oltre il discorso antimperialista e che spiana la strada alle multinazionali e al saccheggio del paese da parte di potenze straniere, perdendo così il sostegno sociale e politico a causa dei maltrattamenti e delle privazioni cui il governo burocratico e autoritario sottopone la popolazione.

Evidentemente, quindi, chiedere l’appoggio al Venezuela di fronte alle minacce di Trump non significa sostenere le politiche di Maduro e dell’ANC. Al contrario, il cambiamento di queste nefaste politiche è una precondizione per la reale difesa del paese.

Per affrontare le minacce dell’imperialismo e difendere la sovranità del paese

Dobbiamo dunque, per difendere la nostra sovranità, rovesciare per intero le politiche economiche volte a sottometterla, e riprendere la strada della seconda indipendenza, perché non si tratta soltanto di un problema di difesa militare.

È indispensabile che si tenga conto dell’urgenza alimentare e sanitaria in cui affonda la popolazione, dando la priorità all’approvvigionamento e alla ripresa della produzione di beni di consumo basilari. È necessario destinare il grosso delle divise a tal fine e non al pagamento del debito estero (con cui si finanzia tra l’altro l’imperialismo aggressore) ed è indispensabile recuperare i capitali fuggiti, un aspetto che il governo non si è minimamente sforzato di risolvere ed è quindi responsabile del perpetuarsi dei trasferimenti altrove di ricchezze nazionali.

Il recupero della democrazia e dello Stato di diritto è fondamentale per riunificare il nostro popolo e reintrodurre i meccanismi di partecipazione attualmente usurpati e accaparrati completamente dal potere costituito insediato dall’ANC, dall’apparato burocratico dello Stato e dal governo del PSUV (Partito Socialista Unificato del Venezuela). Questa è un’altra delle debolezze su cui fa leva l’imperialismo per esercitare la sua pressione sul Venezuela, sfruttando il pretesto democratico.

Un modo di affrontare la questione consisterebbe nel sottoporre la Costituente istituita a un referendum, perché sia il popolo nel suo complesso e non la parzialità di una minoranza e di un solo partito a dare la sua approvazione o meno. Ma questa Costituente non è rimessa in causa in alcun modo e il governo può continuare ad agire ai margini della Costituzione ancora vigente, adottata nel 1999 con Chávez.

L’opposizione borghese raggruppata o meno nella MUD (la Tavola dell’Unità Democratica), deve sottostare alla Costituzione della Repubblica bolivariana del Venezuela e abbandonare definitivamente i metodi violenti e insurrezionali, o i tentativi tendenti a introdurre un doppio potere per far cadere il governo e deve pronunciarsi chiaramente contro l’interventismo che è stato accolto nelle sue file.

Per tutto questo, è indispensabile recuperare il peso sociale autonomo delle masse lavoratrici e un dialogo pluralista che includa tutti i settori della società e ponga fine ai maltrattamenti e alla repressione.

Proponiamo alla sinistra internazionale una campagna militante contro le minacce di intervento nord-americano e, al tempo stesso, che esiga dal governo di Nicolás Maduro che restituisca al popolo venezuelano tutti i suoi diritti e le garanzie costituzionali che ha conquistato con la rivoluzione.

[Dichiarazione pubblicata il 15 agosto 2017 in: aporrea.org. (https://www.aporrea.org/tiburon/a250962.html) e tradotta in francese da À l’encontre, alla cui redazione si debbono le esplicazioni aggiuntive tra parentesi quadre. Traduzione di Titti Pierini]

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