di Gilbert Achcar

Per comprendere il significato della violenta campagna lanciata dai governi saudita, degli Emirati Arabi Uniti (UAE), del Bahrain ed egiziano contro il Qatar, dobbiamo guardare oltre la banalità del riscatto del Qatar presumibilmente detenuto dall’Iraq e le accuse mosse contro il Qatar di sostenere il terrorismo. Tali critiche perdono ogni credibilità quando provengono da attori che per decenni si sono impegnati in questo modo. Dobbiamo ritornare sulla scena prima della “primavera araba” e vedere come è stata influenzata dalla Grande sollevazione.

Durante il regno di Emir Hamad Bin Khalifa Al Thani, l’Emirato del Qatar ha adottato un approccio agli affari regionali non dissimile dal Kuwait dopo che questo aveva dichiarato l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1961. L’annuncio aveva indignato la Repubblica irachena, che richiedeva all’Emirato di ritornare ad essere parte del suo territorio. Ma il Kuwait beneficiò della tensione esistente tra l’Iraq, sotto la guida di Abdel Karim Qassim, e l’Egitto di Gamal Abdel Nasser, che sosteneva l’accettazione dell’autonomia araba del Kuwait sul suo status di protettorato britannico. Per scoraggiare il suo vicino iracheno da eventuali ambizioni di annessione, il Kuwait perseguì una politica di neutralità araba, mantenendo buone relazioni con i due poli della cosiddetta “guerra fredda araba”: l’Egitto e l’Arabia Saudita.

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La similitudine sta nel fatto che il Qatar, come è ben noto, ha un rapporto storicamente teso con il suo vicino, l’Arabia Saudita, in particolare dopo aver dichiarato l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971. Dopo aver preso il potere nel 1995, Emir Hamad ha perseguito una politica che ha cercato di compensare le dimensioni ridotte dell’emirato, rinforzando i legami con i due poli principali del conflitto regionale, così come sono emersi dopo l’ampio dispiegamento  di truppe americane nel Golfo: gli Stati Uniti e la Repubblica d’Iran. Il Qatar in tale modo  è riuscito ad ospitare contemporaneamente (e finanziare) la base aerea regionale più importante degli Stati Uniti e coltivare la sua relazione con l’Iran e gli Hezbollah. La politica di buone relazioni con le forze opposte si è manifestata anche con la capacità del Qatar di stabilire con successo relazioni diplomatiche con Israele, sostenendo contemporaneamente anche Hamas.

Il ruolo del Qatar durante il regno di Emir Hamad non si è limitato a coltivare buoni rapporti con le diverse forze, nel senso del Kuwait, che è neutrale e passivo, ma  anche utilizzando la sua sostanziale ricchezza per svolgere un ruolo attivo nella politica regionale sostenendo la Fratellanza Musulmana. Quando l’Arabia Saudita ha abbandonato la Fratellanza, dopo aver sponsorizzato la sua nascita nel 1928, a causa della sua opposizione all’intervento americano nel Kuwait nel 1990, il peso del ruolo politico del Qatar è aumentato notevolmente con l’istituzione di Al-Jazeera, che entrava in sintonia con la società araba accogliendo le voci arabe di opposizione, in particolare la Fratellanza Musulmana.

Quindi, quando il vulcano della “Grande rivolta araba” è esploso nel 2011, il Qatar ha potuto svolgere un ruolo significativo grazie alla sponsorizzazione sia della Fratellanza Musulmana che di Al-Jazeera. Di conseguenza, i due poli del conflitto che hanno dominato il mondo arabo – le vecchie istituzioni e l’opposizione fondamentalista guidata dalla Fratellanza Musulmana – hanno trovato sostegno in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG). Ma mentre l’Arabia Saudita ha sostenuto le vecchie istituzioni in tutta la regione – ad eccezione della Libia dove è rimasta neutrale e in Siria dove il fattore confessionale ha prodotto un’alleanza tra il regime di Assad e l’Iran – il Qatar ha sostenuto le rivolte, specialmente quando la Fratellanza era coinvolta, con l’eccezione per ovvie ragioni del Bahrain appartenente al CCG. Il conflitto tra l’Emirati e il Regno dopo l’inizio della “Primavera araba” è stato evidente con  il sostegno del Qatar alla rivolta tunisina, mentre l’Arabia Saudita ha concesso l’asilo al presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali.

L’amministrazione Obama ha visto il Qatar come un mezzo per scongiurare  il pericolo di una radicalizzazione delle rivolte arabe che avrebbe potuto minacciare gli interessi statunitensi. Così ha giocato con entrambe le parti, a volte sostenendo la vecchia struttura con l’Arabia Saudita (come in Bahrein) oppure cercando di contenere le rivolte tramite il Qatar attraverso la Fratellanza Musulmana e le sue affiliate (come in Tunisia ed Egitto).

Ma il ruolo del Qatar, nel sollecitare Washington ad adottare una politica capace di tenere il passo con le rivolte, era causa di indignazione dei sauditi e oltraggiava gli Emirati Arabi Uniti, che avevano designato la Fratellanza musulmana come il loro nemico pubblico numero uno. La pressione che i due Paesi del Golfo hanno esercitato sul Qatar sono continuate ed intensificate dopo che la scommessa persa del Qatar sulla Fratellanza Musulmana che è diventata chiara quando l’esercito egiziano ha rovesciato il presidente Mohammed Morsi e ha violentemente reppresso la Fratellanza.

Questo è avvenuto nello stesso momento della decisione di Emir Hamad di dimettersi lasciando il posto a suo figlio, l’attuale Emiro, Tamim, ottenendo l’unico risultato di vedere la pressione del Golfo raggiungere il suo primo picco nel 2014, costringendo il nuovo emiro a cambiare rotta.

Dopo questo episodio, sembrava che il conflitto del Golfo fosse finito. Attraverso l’accordo dei tre Stati del Golfo nel sostenere l’opposizione siriana contro il regime di Assad – che ha reso tesi i rapporti tra il Qatar (e con esso, la Fratellanza Musulmana) e l’Iran – e in seguito la partecipazione del Qatar alla campagna militare contro Ali Abdullah Saleh e gli Houthi in Yemen,  il tutto sullo sfondo di un nuovo re che saliva al trono saudita, sembrava possibile la concordia tra i paesi del CCG.

Questa tendenza è stata rafforzata dalla lunga ricerca del regno saudita di un consenso sunnita contro l’Iran che comprendesse la Fratellanza Musulmana e coincide con la tensione tra Riyadh e Il Cairo.

Questo atteggiamento si allineava perfettamente anche con la politica dell’amministrazione Obama.

Tuttavia, l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti ha cambiato l’equazione. Il nuovo presidente è un sostenitore di una politica conflittuale di fronte al cambiamento e alle rivoluzioni nel mondo arabo. Egli è anche estremamente ostile all’Iran e ha un’amicizia stretta con Israele. Alcuni dei suoi più stretti consiglieri hanno classificato la Fratellanza Musulmana come gruppo terroristico, concordando in questo con l’UAE (come dimostra la recente scoperta della corrispondenza del loro ambasciatore a Washington). Questo cambiamento fondamentale nell’equazione ha portato l’Arabia Saudita a riconciliarsi con l’Egitto di Al-Sisi, che insieme, accompagnati dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, hanno lanciato l’attuale frenetico attacco contro il Qatar per imporre un cambiamento radicale alla sua politica.

Così l’ultimo episodio di recidiva della Grande Rivolta Araba e il contrattacco lanciato dall’ancien regime in tutta la regione, sostenuto nella maggior parte delle arene dall’asse del Golfo e dall’Iran in Siria e Yemen, è quasi completo.

Ma una nuova ondata di rivoluzione incontrollabile arriverà presto o tardi (anzi, i suoi arbusti sono già visibili in Marocco e in Tunisia). 1

Quando arriverà questo giorno e non ci sarà nessuno capace di svolgere un ruolo di contenimento, allora Riyadh e Abu Dhabi  dovranno pentirsi dell’eliminazione del Qatar da questo ruolo all’interno di questo spazio.

1. riferimento alle proteste nella Tunisia meridionale (per lo più Tataouine) e in Marocco (partendo dal Rif).

al-Quds al-Arabi 7 giugno 2017

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