di Rolando Astarita
(Domenica 11 Giugno 2017)
Nel quadro delle aspre polemiche sul governo Maduro molti dei suoi sostenitori più acritici hanno accusato chiunque esprimesse dubbi sulle sue scelte di essere un “agente dell’imperialismo”, o almeno di “stare sulla stessa barca” di Donald Trump. Avevo già segnalato l’inasprimento della polemica nell’articolo Il governo Maduro spacca il Venezuela e la sinistra latino americana . L’articolo di Rolando Astarita è uno dei tanti (suoi e di altri compagni) che rispondono a questi attacchi, ma va detto tuttavia che quel che denuncia non è una novità assoluta: anche nel periodo migliore di Chávez si era trovato un certo modus vivendi con l’imperialismo, e le nazionalizzazioni tanto esaltate da qualche pezzetto della nostra sinistra prevedevano lauti indennizzi, di cui ha beneficiato anche la “nostra” ENI.
Più che polemizzare sul conteggio del numero dei morti delle due parti nel corso delle proteste, sarebbe più utile riflettere sulle cause profonde del malcontento, che si delineava da tempo e si traduceva già in aumento dell’astensionismo ogni volta che gli elettori chavisti si trovavano a dover votare non per la figura carismatica di Chávez, che ha conservato fino all’ultimo una grande popolarità, ma le odiate facce della boliburguesia, la famelica burocrazia civile e militare che si è arricchita trafficando con i cambi e con le borse, e ha portato il paese alla crisi attuale. (a.m.)
Lo scorso 28 maggio il Wall Street Journal ha dato la notizia che poco prima Goldman Sachs aveva acquistato buoni di PDVSA – l’industria petrolifera statale venezuelana – al valore nominale di 2,8 miliardi di dollari e un tasso a cedola del 6%, pagando 865 milioni di dollari, vale a dire, 31 centesimi a dollaro. L’impresa aveva emesso i buoni nel 2014 e il grosso scadrebbe tra il 2020 e il 2022. Così, il governo venezuelano si impegna a pagare 2,8 miliardi di dollari alla scadenza, più 756 milioni di interessi. In altri termini: ora incassa 865 milioni di dollari e ne pagherà 3 miliardi e 650 milioni nel 2022. Con cifre del genere, anche se ci fosse una ristrutturazione e il debito si riducesse al 50%, ad esempio, Goldman otterrebbe guadagni notevoli. Non c’è da stupirsi che il governo Maduro non abbia reso nota l’operazione alla popolazione venezuelana.
Come c’era da aspettarsi, l’opposizione venezuelana ha accusato Goldman di aiutare il governo venezuelano. Julio Borges, alla testa dell’opposizione [che ha la maggioranza] in parlamento, dichiarò che raccomandava a qualsiasi futuro governo venezuelano di disconoscere quei buoni e di non pagarli (Il chavismo accusa Borges di essere un agente dell’imperialismo). Goldman si è difeso sostenendo di avere acquistato quei buoni sul mercato secondario. Tuttavia esperti finanziari dicono che non c’era mercato secondario sufficiente per un’operazione di quelle dimensioni, che i buoni erano fino a una data recente in mano alla Banca Centrale Venezuelana e che Goldman li avrebbe acquistati tramite intermediari. Per questo motivo, immediatamente dopo averli venduti, le riserve internazionali della BCV sono cresciute di 749 milioni di dollari, raggiungendo 10 miliardi e 860 milioni di dollari. La stessa Goldman ha spiegato che anche altri investitori detengono buoni venezuelani. Stando al Financial Times, grandi aziende che manovrano fondi di investimento, come Fidelity, Pimco, BlackRock, T Rowe Price, Ashmore, GMO e PGIM, sono creditrici del Venezuela e di PDVSA.
Il Venezuela ha sempre pagato
Sebbene analisti finanziari considerino azzardata l’operazione di Goldman, la banca spera che l’economia venezuelana migliori. Tiene inoltre conto che il chavismo ha sempre anteposto il pagamento del debito a qualunque altro pagamento. Questo è certo: dal 2012 al marzo 2017 il Venezuela, per il pagamento degli interessi del debito estero ha pagato un totale di 30 miliardi e 243 milioni di dollari (dati BCV). In aprile, tra PDVISA e debito governativo, si sono pagati altri 3 miliardi di dollari. La contropartita di tali versamenti è stata la riduzione di un 50% delle importazioni, con le conseguenze della scarsezza di generi alimentari e farmaci essenziali per la popolazione. A loro volta, le riserve della BCV sono passate da 30 miliardi di dollari nel 2011 ai circa 10,5 attuali, il livello più basso degli ultimi 15 anni. Ad ottobre e novembre il Venezuela deve pagare altri 3,5 miliardi. Si aggiunga che circa 7 miliardi della riserva sono in lingotti d’oro: non sono facilmente liquidabili e una parte notevole di questi è impegnata a garanzia di prestiti.
Per estendere il panorama, precisiamo che il totale del debito estero, in valore nominale, nel 2015 (ultimo dato disponibile nel sito web della BCV) era di 107 miliardi e 38 milioni di dollari (nel 1998 ammontava a 35). A gennaio del 2017 il Venezuela ha emesso buoni per la prima volta in 5 anni per 5 miliardi di dollari. Secondo CNBC e il New York Times, il governo venezuelano avrebbe impegnato circa il 50% del pacchetto azionario di CITGO (la raffineria sussidiaria negli Stati Uniti) a garanzia di un prestito dell’impresa statale russa Rosneft (compagnia petrolifera). Altre fonti (tra cui Bloomberg) sostengono che l’operazione coinvolgerebbe la Cina. In ogni caso, e per quanto i dati al 2017 siano incerti, assumendo che il prodotto interno sia di 149 miliardi di dollari (stima del FMI), il rapporto debito/PIL si aggirerebbe intorno al 100%.
Debito crescente in un’economia in rovina
Ad aprile di quest’anno, ossia prima della vendita di buoni alla Goldman, la banca di investimenti giapponese Nomura ha avuto colloqui a Caracas per l’acquisto di buoni PDVISA per 3 miliardi di dollari in cambio di 1 miliardo di liquido direttamente versato alla BCV, detentrice degli stessi. I colloqui si interruppero quando la Suprema Corte tolse tutti i poteri all’Assemblea Nazionale [il Parlamento]. In ogni caso, Nomura ha comprato buoni per 1 miliardo di dollari a un terzo del loro valore, parallelamente all’acquisto di Goldman Sachs. Per altro verso, secondo il Wall StreetJournal, attualmente il governo chavista starebbe cercando di collocare buoni per 5 miliardi tramite intermediari cinesi. Tutto starebbe quindi a indicare che il governo di Maduro si sia imbarcato in una politica di incremento del debito per procurarsi divise a qualunque costo, divise a loro volta destinate, in elevata percentuale, a pagare il debito. Così, si assume debito ogni volta a tasso più elevato, per pagare un debito che non cessa di crescere. Alla lunga, la situazione è insostenibile.
Il problema di fondo, ovviamente, è la deindustrializzazione, la stagnazione e il calo della produzione. Oggi PDVSA costituisce in pratica l’unica fonte di divise del Venezuela. L’impresa petrolifera, però, si trova una situazione molto grave. Non ha liquidità, i prezzi stanno scendendo e i suoi impianti produttivi vanno rinnovati e riparati urgentemente. La produzione giornaliera è di circa 2 milioni di barili al giorno – 20 anni fa era di 3 milioni e gli esperti ritengono che quest’anno dovrebbe ulteriormente scendere del 10%. In un simile quadro, se PDVISA non paga le si chiudono le linee di credito delle banche internazionali; crediti utilizzati per finanziare una produzione che continua a ridursi.
Interrogativi sulla liberazione nazionale del “XXI secolo”
Perché non si dimentichi: il Venezuela riceve oggi 865 milioni di dollari e ne pagherà fino al 2022 circa 3 miliardi e 650 milioni. Secondo i pro-chavisti, nell’ultimo ventennio il Venezuela ha costituito l’incarnazione e l’avanguardia della liberazione nazionale latinoamericana (“sulla strada del socialismo del XXI secolo”). Secondo questi stessi difensori, la liberazione economica passa, fondamentalmente, per farla finita con il debito estero e spezzare le catene che legano i governi dei paesi arretrati al capitale finanziario internazionale! Come si può far quadrare questa definizione con quello che sta accadendo al governo venezuelano in fatto di debito? Non so come dirlo. Ho già segnalato in un’altra mia nota l’intreccio del chavismo con il capitale finanziario (vedi). Ora la questione ha un’altra dimensione.
Per altro verso, e data la precedente situazione della straordinaria rendita petrolifera ricavata dal Venezuela nel decennio dell’inizio del secolo, come giustificare il livello attuale del debito? Come spiegare le operazioni particolarmente rovinose per il paese? Più in generale, come giustificare che gli introiti della rendita petrolifera non siano stati destinati in tutti questi anni allo sviluppo delle forze produttive?
In definitiva: di quale liberazione nazionale stiamo parlando? O ci vogliono convincere che la liberazione nazionale del XXI secolo passa per l’alleanza con Goldman Saachs e simili e paga tassi usurari?
E che, per percorrere questo “cammino di liberazione”, bisogna reprimere a sangue e fuoco gli oppositori del chavismo? Non ci sono limiti per le scemenze “nazional-popolari”?
Traduzione di Titti Pierini

Annunci