Di Marco Ferrando

A un anno dall’impeachment di Dilma Rousseff, il Brasile precipita in una nuova crisi politica e istituzionale.

Il ciclone delle inchieste giudiziarie sulla corruzione che aveva investito il PT travolge il governo di Michael Temer. Temer è direttamente coinvolto, sulla base di registrazioni inoppugnabili che documentano il pagamento di mazzette all’ex presidente della Camera (Eduardo Cunha, oggi in carcere) per comprare il suo silenzio; mentre il colosso mondiale della carne (JBS) rivela donazioni illegali negoziate direttamente con Temer che ammonterebbero negli ultimi dieci anni a 4,7 milioni di reales (l’equivalente di un milione e mezzo di euro).

Il presidente grida al complotto e intima al Tribunale Supremo di sospendere le indagini. Ma la sua situazione si fa sempre di più insostenibile. Ben otto mozioni parlamentari rivendicano l’impeachment contro Temer. Suoi stretti collaboratori, come l’assessore speciale Sandro Mabel, si dimettono. Il PSB, partito alleato di governo (un ministro, 35 deputati, 7 senatori), si è ritirato dalla maggioranza e chiede a Temer di rinunciare. I gruppi parlamentari del PSDB, altro partito di maggioranza, vacillano. Ambienti interni allo stesso partito del presidente (PMDB) premono per il suo ritiro. L’Ordine nazionale degli avvocati chiede pubblicamente la revoca di Temer. I principali registi ed attori dell’operazione di destituzione di Roussef sono dunque minacciati da un’analoga sorte.

Ma non si tratta della semplice ripetizione di ciò che accadde un anno fa. Oggi la crisi politica e istituzionale del regime borghese è più grave. Sia per ragioni istituzionali, sia soprattutto per l’irruzione sulla scena politica del movimento operaio brasiliano, il gigante dell’America Latina.

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LA PARALISI POLITICA E ISTITUZIONALE

Sul terreno strettamente istituzionale non è agevole trovare lo sbocco della crisi politica.

In caso di dimissioni di Temer, la via delle elezioni anticipate rispetto alla data prevista del dicembre 2018 è ostacolata da una norma costituzionale che prevede una possibile anticipazione delle urne solo nel caso che la rinuncia del presidente avvenga nei primi due anni del suo mandato. Ma Temer era già parte del precedente governo Rousseff, quale vicepresidente. A meno di una riforma costituzionale quello sbocco sembra dunque assai problematico.

L’altra possibilità è la nomina di un nuovo presidente da parte del Congresso, con una elezione pertanto indiretta. Ma un terzo dei deputati e larga parte dei senatori sono coinvolti dalle inchieste giudiziarie per corruzione, come lo sono buona parte dei candidati in pectore alla successione. La via istituzionalmente possibile è dunque politicamente temeraria.

Temer cerca di usare questa impasse per restare in sella, presentandosi alla classe dominante come l’unico possibile garante della governabilità del sistema. Ma il suo indebolimento politico verticale, che l’ha portato a un grado di consenso nettamente inferiore al 10% a livello di massa, sta trasformando proprio la sua ostinata resistenza in un fattore di radicalizzazione della crisi, anche sociale.

L’IRRUZIONE DELLA CLASSE OPERAIA

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L’irruzione della classe operaia brasiliana sul terreno della lotta è il fatto nuovo dello scenario politico brasiliano.

La dinamica della lotta di classe e di massa in Brasile ha conosciuto in questi anni un processo contraddittorio, anche in relazione alla crisi capitalistica.
Il prolungato sviluppo economico brasiliano degli anni 2000, trainato dalle materie prime e dallo sviluppo cinese, conosceva un arresto all’inizio del presente decennio, per effetto della crisi capitalistica internazionale. Le mobilitazioni dell’estate 2013 contro il governo Rousseff espressero un’importante reazione diffusa di settori giovanili alle politiche di austerità del governo PT e alla erosione progressiva delle misure redistributive degli anni del boom. Ma la classe operaia, a livello di massa, restò prevalentemente passiva.
Un anno fa l’operazione di destituzione parlamentare di Rousseff fu accompagnata da manifestazioni di massa della destra reazionaria, che cercò di capitalizzare lo scollamento passivo tra grandi masse e PT ponendosi alla testa dell’indignazione popolare contro la corruzione. Il tutto sullo sfondo di una crisi capitalistica molto profonda che nel 2015/2016 ha visto un crollo del 7,2% del PIL brasiliano. Lo stesso avvento del governo Temer, dopo un’estenuante travaglio parlamentare, non innescò un’immediata risposta sociale, nonostante il discredito del personaggio. Le manifestazioni di protesta guidate dal PT coinvolgevano settori di attivisti della sinistra politica, non la massa proletaria. Ancora nel marzo scorso il corrispondente di Le Monde in Brasile poteva scrivere: «Le strade che un anno fa vedevano manifestazioni di massa oggi tacciono».

Quel silenzio non è durato a lungo. E la ragione è semplice. Nel tentativo di consolidare il proprio legame con la grande borghesia brasiliana e il capitale finanziario internazionale, il governo Temer ha promosso un avventuroso attacco frontale alla classe operaia. Ha fatto approvare una legge che blocca la spesa sociale per vent’anni. Ha promosso un disegno di legge che alza l’età minima per accedere alla pensione. Ha annunciato una riforma della legislazione del lavoro che scompone i periodi di ferie secondo le volontà delle imprese, e alza a 12 ore il tetto massimo di lavoro giornaliero. Questo attacco frontale da parte di un governo già impopolare ha innescato la risposta di massa.

Lo sciopero generale del 28 aprile, promosso dalla CUT, è stato il primo sciopero generale dal 1996 e il più grande sciopero generale della storia del Brasile dopo il 1989. Hanno scioperato trentacinque milioni di salariati. Non solo nei trasporti e nei servizi, ma nell’industria. Il proletariato industriale è stato il protagonista della giornata. Nella siderurgia, nelle raffinerie, nei cantieri navali, in tutti gli stabilimenti dell’industria automobilistica (Volkswagen, Ford, General Motors, Renault…). Più volte combinando il blocco della produzione con il blocco delle vie di comunicazione attraverso barricate di strada. Il tutto con una rivendicazione centrale: il ritiro immediato delle misure antioperaie, ma con la sovrapposizione progressiva della rivendicazione politica della cacciata del governo. “Fora Temer” è da un mese la parola d’ordine del movimento operaio brasiliano.

Questa dinamica pone una riflessione di fondo. La svolta a destra di Temer e le sue provocazioni sociali si scontrano con una classe operaia strutturalmente rafforzata dalla fase prolungata del boom economico. È la stessa dinamica che in forme diverse coinvolge l’esperienza Macri in Argentina. La ripresa di massa in entrambi i paesi misura la fragilità della svolta a destra latinoamericana (come analizzato dal documento internazionale del nostro quarto Congresso). Il quadro continentale è lungi dall’essere stabilizzato.

PER L’AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA. PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI

Il combinarsi della crisi politico istituzionale con la radicalizzazione del movimento operaio può ora innescare sviluppi imprevedibili della situazione brasiliana.

L’enorme manifestazione di massa del 24 maggio a Brasilia, l’incendio di due ministeri assaltati dalla folla, il temerario uso dell’esercito contro i manifestanti come non avveniva dai tempi della dittatura, la revoca obbligata di questa misura repressiva da parte di un governo indebolito e alla sbando, scandiscono negli ultimi giorni l’accelerazione della crisi, e lo spostamento una volta di più del terreno stesso dello scontro, dalle istituzioni alla piazza. La caduta ripetuta della Borsa di San Paolo (-8% il 18 maggio) registra a suo modo la dinamica generale.

Le burocrazie sindacali di CUT e CTB, legate al PT, cercano di contenere e deviare la dinamica di massa sul terreno elettorale attorno alla richiesta di elezioni immediate: è il tentativo del PT di rilanciare la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali, prima di una possibile stretta giudiziaria ai suoi danni.

I marxisti rivoluzionari hanno il compito opposto: dare al movimento della classe operaia una prospettiva indipendente sul terreno della lotta. Sciopero generale sino al ritiro delle misure antioperaie! Fora Temer! Un congresso nazionale di delegati operai, eletti nei luoghi di lavoro, che definisca un programma di svolta, per un’alternativa di potere dei lavoratori! A fronte della crisi istituzionale e dell’ascesa del movimento operaio, diventa decisiva l’indicazione di una soluzione politica della crisi: la parola d’ordine dell’autorganizzazione di massa e di un’alternativa politica di classe assume una valenza centrale.

Non si tratta di avanzare la parola d’ordine democratica dell’Assemblea costituente (che sembra divenuta la parola d’ordine universale di alcune organizzazioni trotskiste, dal Venezuela al Brasile). Si tratta di collegare la mobilitazione in atto alla prospettiva del governo dei lavoratori come unica vera soluzione della crisi brasiliana.

Marco Ferrando
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