Se la xenofobia diventa una bandiera anche per la sinistra…

Autori: Redazione, Simone Massacesi

http://www.meltingpot.org/Xenofobia-sinistra.html#.WRB8sdLyjIU

Mai come oggi sull’Italia soffia forte e gelido il gelido vento di razzismo. Non che in passato il Belpaese abbia rappresentato un’oasi di tolleranza, né che siano mancati gravi episodi di violenza e discriminazione, ma tutto sommato per lungo tempo, un po’ per fede cristiana un po’ per umanesimo socialista, in gran parte della società ha resistito il diaframma del pudore che impediva in generale di esternare sentimenti di ostilità o aperta xenofobia nei confronti dello straniero.
Invece, quella che stiamo vivendo negli ultimi mesi rappresenta una vera e propria ondata. Basti vedere l’isterica canea che si è scatenata intorno alla maldestra indagine avviata dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro sulle Ong che operano nel Mediterraneo per soccorrere i natanti carichi di migranti, la cui positiva immagine pubblica è stata in pochi giorni demolita da una serie di infamanti accuse, tra cui quelle di favorire l’immigrazione di massa, di essere colluse con i trafficanti di esseri umani e infine di alimentare gli “sporchi affari” che si celano dietro il sistema dell’accoglienza.
Una querelle che, anche in vista delle elezioni politiche del 2018 e della grande ascesa tra gli strati popolari del lepenismo in Francia (come in precedenza del trumpismo negli Stati Uniti), ha visto quasi tutte le forze politiche parlamentari, chi in maniera più feroce come il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli d’Italia, chi in maniera solo apparentemente più moderata come il Partito Democratico e Forza Italia, tentare di cavalcare l’indignazione montata ad arte dai media nazionali.
Ma, si sa, al peggio non c’è mai fine, persino in un quadro già di per sé così desolante. E siccome la mamma degli imbecilli è sempre incinta, ecco che da qualche tempo la nutrita schiera nazionale di soggetti intenti a ricercare consensi sulla pelle dei migranti si va sempre più ingrossando grazie a un fenomeno ai più sconosciuto e che seppur non nuovo, nel contesto poc’anzi descritto trova terreno fertile per provare a emergere.
Stiamo parlando del cosiddetto rossobrunismo – o quanto meno dei suoi principali capisaldi in merito a immigrazione, sovranità nazionale e monetaria, e politica estera – ritornato da qualche tempo in voga in alcuni settori della sinistra radicale. Un ritorno che seppur confinato in ambiti ancora numericamente modesti, grazie alla capacità del web di rendere virale qualsiasi contenuto e alla contemporanea scomparsa degli spazi collettivi di discussione, rischia di far naufragare quel poco che resta nella società italiana della sinistra e dei suoi valori.
Infatti, pur essendo difficile da definire a causa dell’impronta strettamente filosofica e dell’assenza di una significativa struttura organizzativa, tale tendenza pone alcune parole d’ordine piuttosto semplici e illusorie, ma proprio per questo particolarmente ricettive all’orecchio di militanti e ed elettori di sinistra frastornati dalla marginalizzazione subita negli ultimi dieci anni. E lo fa a partire da quello che rappresenta attualmente il tema dei temi, ovvero l’immigrazione, identificato né più né meno come un fenomeno pianificato a tavolino dalle oligarchie europee e utilizzato come cavallo di Troia per scardinare i diritti e le tutele dei lavoratori europei.
Gran merito del ritorno in auge delle teorie rossobrune e delle relative analisi in materia di immigrazione va certamente dato a Diego Fusaro, il discusso e discutibile giovane filosofo comunitarista, cattotradizionalista e “Yes Borders”, studioso di Marx e Gramsci ma frequentatore assiduo di quella destra radicale italiana che va dalla Lega Nord e Fratelli d’Italia fino a Casapound, e, diciamolo pure, particolarmente apprezzato dai media mainstream per la sua abilità nell’affrontare temi sensibili a colpi slogan e di frasi d’effetto in sintonia con gli umori popolari, evitando sempre accuratamente di approfondire l’argomento trattato.
Esempio ne sia la sua recente presa di posizione riguardante la già citata vicenda delle Ong, nella quale si ritrova copia-incollato tutto il suo trito e ritrito pensiero con cui da anni imperversa ovunque attraverso centinaia di articoli, interviste e post praticamente identici e buoni per tutte le occasioni, oltre a una videografia degna dei più celebri youtubers: “La storia delle Ong che vanno a prendere i poveri migranti che rischiano di annegare – sostiene Fusaro – è la grande narrazione edulcorante con cui si mettono in pace le coscienze.
Continuiamo a chiamarlo salvataggio, a chiamarla accoglienza, integrazione. In realtà andrebbe più opportunamente chiamata deportazione di massa di nuovi schiavi, da sfruttare illimitatamente. […] Abbassiamo il costo della forza lavoro, perché se tu, italiano, sei abituato, con i diritti sociali, le conquiste salariali, a lavorare a 10 euro all’ora, se devi competere con chi, senza alcun diritto, disperato, lavora a 2 euro all’ora, evidentemente dovrai adattarti alle nuove condizioni. Questa è la funzione fondamentale dell’immigrazione di massa come arma da parte del capitale, impiegata contro i lavoratori”.
A bene guardare, si tratta di una vulgata che fa leva sul più banale degli stereotipi, quello dello straniero che “ruba” il lavoro, e nell’era postindustriale anche i diritti, al lavoratore autoctono, intorno al quale Fusaro costruisce una narrazione rassegnata, dove non trova alcuno spazio la necessità/opportunità di contrapporre allo stato di cose presente la via del conflitto sociale e dell’auto-organizzazione delle lotte dei lavoratori italiani e stranieri. Anzi, Fusaro preferisce cedere alle più rozze tesi à la Salvini, tanto da arrivare alla stessa sostanziale conclusione: “l’immigrazione deve essere combattuta e non favorita”.
Nonostante tutto ciò, è indubbio che Fusaro piaccia anche a una certa sinistra (oltre che a gran parte di coloro che si riconoscono nel Movimento 5 Stelle). Piace perché i suoi meccanicismi, individuando proprio nell’immigrazione un capro espiatorio, anzitutto assolvono gli errori compiuti dalla sinistra radicale nella costruzione dell’opposizione sociale alle politiche di austerity promosse dall’Unione Europea, le quali hanno prodotto crescenti disuguaglianze, impoverimento di larghi strati di popolazione, alta percentuale di disoccupazione, delocalizzazione del tessuto produttivo e il progressivo smantellamento dello stato sociale.
E piace ancor di più a quei dirigenti e militanti, specie se provenienti da formazioni comuniste, che oltre a perseverare negli errori del passato e a non essere in grado di cogliere l’innalzamento dei livelli di contenimento e repressione dei flussi migratori sia a livello nazionale, come dimostra la recentissima approvazione del decreto Minniti-Orlando, che a livello europeo, con i milioni di euro spesi ogni anno per la missione Frontex o in sciagurati accordi come quello firmato con il dittatore turco Erdogan, preferiscono abbandonare internazionalismo e solidarietà per cedere ai più bassi istinti sociali, sulla scia dei movimenti populisti in grande ascesa in tutta Europa, al fine di ritornare a comunicare con un popolo passato in fretta dal “non sono razzista ma…” al “sono di sinistra ma sto diventando razzista”.
Non è dunque raro trovare sulle pagine Facebook di tanti “compagni” un’entusiastica condivisione, senza alcun filtro critico, delle teorie fusariane o dei suoi surrogati divulgati in rete da organizzazioni tipicamente rossobrune come il Circolo Proudhon e la sua rivista “L’intellettuale dissidente”, e Azione Culturale.
Ma la piaga del rossobrunismo non risparmia neppure le figure più in vista. È il caso di Ugo Boghetta, ex deputato di Rifondazione Comunista con alle spalle un passato militante nella libertaria Democrazia Proletaria, che lo scorso 1° aprile ha lasciato il suo partito alla vigilia del congresso lanciando dal sito della federazione biellese del Prc un durissimo j’accuse contro il sinistrismo dei dirigenti del suo ex partito e più in generale della sinistra radicale, rei di ignorare la necessità di confini e limiti, “che servono per costruire le identità, le sole che poi permettono di confrontarsi con l’Altro” per sostituirli con le “frontiere aperte”.
Ovviamente, più si scende di livello e più il quadro si degrada, facendo emergere un popolo militante impegnato a disquisire di “invasione”, gridare alla “destabilizzazione delle nostre società”, e denunciare violentemente il “buonismo” di coloro che sostengono il diritto alla libertà di immigrare o di ricevere protezione internazionale con l’accusa di essere “complici del capitalismo finanziario”. Non manca poi chi, trasformando la tragedia in farsa, non lesina nel proporre le perle divulgate dalla fantomatica pagina “Di sinistra e antirazzista, ma contro l’invasione straniera”, che con oltre cinquemila likes è divenuta un vero e proprio must per ogni sincero rossobruno, i cui amministratori giurano sul fatto che “difendersi da questa invasione non c’entra col razzismo né con la xenofobia” e sono talmente di sinistra e antirazzisti che i contenuti condivisi vengono ripresi quasi totalmente da “Il Primato Nazionale”, sito di Casapound, “Libero” e “Il Giornale”.
Per concludere e per capire fino a che punto ci si sia spinti oltre, vale la pena ricordare che tra coloro che sono recentemente finiti nel tritacarne degli xenofobi di sinistra c’è anche Gabriele Del Grande, il trentacinquenne giornalista free-lance, arrestato lo scorso 9 aprile in Turchia al confine con la Siria, e poi rilasciato dopo essere stato trattenuto in carcere per due settimane senza formali accuse. Chi conosce Del Grande sa bene del suo impegno in prima linea volto a sensibilizzare l’opinione pubblica europea e occidentale sulla catastrofe umanitaria in corso da anni nel Mediterraneo. Un impegno che Gabriele porta avanti raccogliendo e diffondendo dal suo blog Fortress Europe i dati reali sulle violenze, i soprusi e le morti che si consumano sulle rotte dei migranti verso il vecchio continente.
Nonostante ciò, proprio duramente la sua prigionia, sul sito Sinistra.ch, portale svizzero di informazione progressista, è apparso un articolo pesantemente diffamatorio della sua persona in cui venivano chiamati in causa finanziamenti ricevuti per il suo blog dalla “Open Society Foundation” di George Soros, accusato a sua volta di lucrare sull’emigrazione di massa, di finanziare i partiti politici anti-russi e di influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. Nel medesimo pezzo si descriveva Gabriele come un simpatizzante “dell’eversione islamista”, dedito a sostenere i ribelli finanziati dagli Stati Uniti per “instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni”. Insomma, concludeva l’articolo, “più che un reporter super partes, un militante ben addentro a una dinamica di guerra”.
Inutile dire che il pezzo è subito rimbalzato un po’ ovunque sulla rete e, ancora una volta, sulle pagine facebook di tanti di quei militanti della sinistra nostrana, sempre pronti a tirare fuori le unghie quando si tratta di difendere quei luminosi modelli di democrazia rappresentanti da Vladimir Putin e Bashar al-Assad, a cui neppure li sfiora l’idea che esistano persone capaci di agire in termini umanitari e al di fuori delle logiche di schieramento geopolitico.
Anche in questo caso, però, c’è poco da stupirsi. A bene vedere, infatti, si tratta del vecchio vizio, duro a morire, del “campismo”, che a lungo ha appestato una larga parte della sinistra comunista novecentesca e traducibile nella folle logica per cui il “nemico del mio nemico è mio amico”, di cui, solo per citare un nome, attualmente in Italia è grande maestro il redivivo Giulietto Chiesa, da anni ormai rappresentante del putinismo e impegnato a creare un fronte filo-russo. E non è un caso che tale categoria finisca oggi per essere un potente collante dello stesso arcipelago rossubruno, che oltre all’esaltazione di figure più che discutibili come Putin e Assad, i quali possono indistintamente contare su un sostegno che svaria dall’estrema sinistra a Forza Nuova, tende a strizzare l’occhio a personaggi come Donald Trump, in chiave antimondialista, e Marine Le Pen, in chiave anti Unione Europea.
Avanti di questo passo, il rischio è che anche le discriminanti dell’antirazzismo e dell’antifascismo abbiano le ore contate.

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