Mi spiace che non ci fossero più compagne e compagni, ieri sera (giovedì 4 maggio) al Caffè Letterario.
La serata era dedicata alla Rivoluzione Spagnola del 1936.
Flavio è stato, come al solito, preciso, dettagliato e ricco di informazioni. Alcune, davvero, preziose, perché vengono da interviste e testimonianze da lui stesso raccolte fra gli ultimi testimoni di quella stagione.
Una lezione diretta e documentata senza inutili fronzoli. Ancora più efficace se il portatile non avesse frapposto un inusitato boicottaggio di stampo, evidentemente, autoritario.
Parole articolate che ci hanno condotto, lungo la spirale fatidica degli anni Trenta, nelle speranze e nelle possibilità di cambiamento, cullate da milioni di esseri umani; fra la Spagna e l’utopia.

Siamo entrati dentro, in profondità, nei giorni e nei mesi (la breve estate del 1936), durante i quali, le donne e gli uomini, negletti e dannati dal sistema economico sociale trionfante, hanno riorganizzato le loro esistenze. In un sogno collettivo che si è trasformato nelle pratiche quotidiane di vita. Dove i tram e i treni davvero funzionavano alla perfezione (e in orario), senza bisogno di comandi e obblighi. Se non quelli morali determinati, in ciascuno, dalla propria coscienza liberata.
Dove le fabbriche, le campagne, gli uffici, le scuole, gli ospedali, i ristoranti, i ritrovi, perfino, i bar si trasformavano, da proprietà private e esclusive, in beni collettivi socializzati dai lavoratori; per l’utilizzo e il bene di ogni altro essere umano. Sulla base del principio comunista e libertario: da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.
Dove agivano le anarchiche Mujeres Libres (dimenticanza, caro Flavio!.
Un sogno elettrico, furente, allegro che attraversò i cuori e le menti di milioni di donne e uomini; dentro il crogiolo della Rivoluzione anticapitalista. Antiautoritaria e per i diritti, quindi!
A infrangere il sogno, il progetto, l’assalto alla normalità scontata, furono i clerico-fascisti di Franco, dei capitalisti industriali e agrari, della chiesa cattolica; nonché i 100mila soldati mandati, con mezzi e armi pesanti, da Mussolini e i caccia e i bombardieri della Luftwaffe nazista. Insieme al silenzio colpevole e compiacente, verso i golpisti, dei governi democratici dell’Europa.

Furono, anche, gli autoritari della TERZA INTERNAZIONALE e dell’Unione Sovietica. Gli stalinisti, insomma!

Flavio non ha lasciato adito a dubbi su questa questione.
La brutalità dell’azione repressiva è stata dettagliata e esemplificata negli assassini di Camillo Berneri (anarchico, fondatore e redattore della rivista GUERRA DI CLASSE) e di Andreu Nin (marxista quanto mai eretico e ribelle; dirigente del POUM).
Favorita, inoltre, dagli errori della CNT, l’organizzazione anarco-sindacalista, assolutamente maggioritaria fra i proletari della Catalogna e non solo (2milioni, circa, di iscritti e centinaia di migliaia di donne e uomini armati).

Flavio mi fornisce, sempre, stimoli di pensiero. Di discussione e di polemica, spero, costruttiva.
Su questa questione, mi sono trovato a interrogarmi e a chiarire meglio la problematica della Rivoluzione e dell’agire dei rivoluzionari per determinarla.

Partirei, per esemplificazione elementare fin quasi alla provocazione, da questo assunto: la Rivoluzione la fanno i rivoluzionari. Quindi, la contrastano i controrivoluzionari.
Dentro questo agire collettivo e contrapposto delle forze in campo, ora, mi pare utile porre l’attenzione più sui primi che sui secondi.
I rivoluzionari, al di là delle cose che scrivono che dicono, oltre ai manuali e ai testi dettagliati, percorrono, in realtà, una strada nuova e infida. Pregna di trucchi, di illusioni, di miraggi che obnubilano l’orizzonte; fino a trasformarlo. Un terreno in cui più che trovare una via, questa va tracciata ex novo.
Un muoversi, continuamente, sotto la minaccia perenne delle forze contrapposte. Brutali fino all’ignominia e alla disumanità programmata.
In tali condizioni di incertezza costante, l’agire è sottoposto ai naturali errori consoni alla natura di cui è fatta la nostra specie. Straordinaria e fallace, fatti come siamo di carne, in meccanica perfetta, e sogni; dentro le forze contrapposte della paura, del coraggio, della rassegnazione che ci determinano.
I rivoluzionari sbagliano nel tentativo di non sbagliare; di fare il meglio per l’umanità in movimento di liberazione.

Così, certamente, fu in quella breve stagione della Rivoluzione libertaria. Così capitò agli anarchici della CNT, schiacciati fra l’urgenza delle cose in divenire e il sogno collettivo da praticare. E che fu praticato!
Ci furono errori; a volte, anche, grossolani. Mai, però, il tentativo autoritario e violento di soffocare la Rivoluzione. Di eliminare le donne e gli uomini che stavano tentando di attuarla. A dire il vero, gli anarchici spagnoli e internazionalisti pagarono un prezzo altissimo in termini di vite umane e di prigionie senza luce.
A essere sinceri, bisogna ricordare che la guerra contro il regime clerico-fascista di Franco fu portata avanti per altri vent’anni. Con azioni continue di gruppi armati organizzati che passavano i Pirenei per arrivare nelle più grandi città spagnole. Un guerra a bassa e cruenta intensità che costò centinaia di morti. Due i nomi che non posso tacere, fra gli altri: Sabatè “el quico” e Facerias.
Caduti con un motivo, come le centinaia di anarchici che, insieme a Ascaso, assaltarono le caserme di Barcellona, in quella estate di quei due primi giorni rivoluzionari. Senza il loro sacrificio, Barcellona sarebbe stata dei golpisti.

Gli anarchici, quasi per loro stessa natura, proiettati nel territorio inesplorato e vertiginoso dell’azione diretta e liberata dalla gerarchia, sono soggetti a errori. Mai, ribadisco, si misero in atto assassinii programmati contro altri e altre militanti della rivoluzione.
Non furono, quelli degli anarchici della CNT, gli “errori” commessi dai rivoluzionari bolscevichi che massacrarono gli anarchici ucraini e contadini di Machno, i marinai e gli operai rivoluzionari di Kronstadt. Che riempirono le galere e i campi di concentramento di ogni altro dissidente, pur rivoluzionario che fosse. Che lasciarono liberi Dzerzinskij e i suoi aguzzini di torturare e di ammazzare con un colpo alla nuca, nei sotterranei della Lubianka. Che svuotarono i soviet riducendoli a mero strumento di controllo antioperaio e di scalata burocratica. Che aprirono, quindi, le porte a Stalin e ai suoi boia; i quali, non avendo più non-bolscevichi da massacrare e imprigionare, cominciarono a eliminare i loro stessi compagni. In un bagno di sangue di rara brutalità e perfidia.

E’ questo, mi pare, il punto dirimente; la mia contestazione alla relazione di Flavio.
La sconfitta della Rivoluzione libertaria in terre di Spagna, nasce da quegli “errori” bolscevichi, più che da quelli della CNT.
Dalla costruzione di quello stato autoritario chiamato con feroce senso dell’ironia: Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Dove l’unica cosa vera era l’articolo partitivo “delle”!
I marxisti autoritari della Terza Internazionale e dell’URSS, non fanno altro, in Spagna, che quello già sperimentato con successo in Russia, appena dopo la Rivoluzione dell’Ottobre. Eliminare ogni parvenza di dissidenza e di partecipazione collettiva, con ferocia e efficacia adeguate, per costruire uno stato accentratore, totalitario e autoritario. Guidato dal tiranno, o da una autocrazia tirannica, in grado di scegliere il meglio per il resto dell’umanità sottoposta.
Dal buio, dagli “errori” dei rivoluzionari bolscevichi viene direttamente la repressione della Rivoluzione libertaria.
Una questione non da poco, ma decisiva per capire, senza mitizzazioni né scelte d’appartenenza preconcette, cosa è meglio fare se hai scelto, malgrado tutto, di essere e di agire come un rivoluzionario. In epoca, soprattutto, dove questa scelta viene dipinta, non solo come anacronistica, ma ridicola e demenziale in sé.

In questo anno di ricorrenze (1917 e dintorni, Spagna 37 e 36, che Guevara, don Milani, Portella delle Ginestre, il 77 …) che girano, in qualche modo, tutte intorno al concetto decisivo di cosa fare, per farla questa Rivoluzione, più che mai indispensabile; mi pare, supremamente urgente, non abbandonarsi a esse con pensiero retorico e compiacente verso ciò che abbiamo creduto, verso qualche padre “figlio di puttana” (anche se non se ne rendeva conto!).

Claudio Taccioli

Mi permetto di aggiungere dei titoli alla bibliografia di Flavio (alcuni già presenti, ma nell’edizione spagnola):
– Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola, Tomo I. Da ribelle a militante 1896-1936 e Durruti e la rivoluzione spagnola, Tomo II. Rivoluzionario. 19 luglio-20 novembre 1936, Edizioni Zero in Condotta, 2010
– Pino Cacucci, Claudio Venza, Spagna 1936. L’utopia e la storia, Eleuthera, 2009
– Abel Paz, Spagna 1936. Un anarchico nella rivoluzione, Lacaita edizioni, 1988
– Nash Mary, Mujeres Libres – Donne Libere Spagna 1936-1939, Ed. La Fiaccola, Ragusa 1991.
– Peirats Josè, La C.N.T. nella rivoluzione spagnola, Ed. Antistato, Milano 1977.
– Semprun Maura Carlos, Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna, Ed. Antistato, Milano 1976.
– Antonio Tellez, Facerias guerriglia urbana in Spagna, La Fiaccola 1984
– Antonio Tellez, Sabatè: la guerriglia urbana in Spagna (1945-1960), La Fiaccola 2005

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