Ho meditato un poco sulla serata con la cooperativa Iris e vi propongo alcune osservazioni in merito.
Premetto che avevo in precedenza letto il libretto, prestatomi da Ettore “Biologico, collettivo, solidale” che illustra la storia e le basi ideali e teoriche su cui è nata e si è sviluppata la cooperativa. Speravo che la sensazione di disagio che avevo provato nella lettura per l’enfasi eccessiva dell’autocelebrazione sarebbe stata compensata nell’ascolto diretto dei rappresentanti dell’Iris: al contrario il video presentato all’inizio a me è parso una specie di sketch pubblicitario sulla bellezza la bontà e l’eticità di quell’esperienza e ne ho avuto conferma dall’intervento successivo di un socio che ha manifestato il suo piacevole stupore per il taglio “politico” della serata, diverso a suo dire da quello abituale degli incontri fatti solitamente per presentare il progetto Iris.
Non mi è piaciuto il gettar là, ogni tanto, la fede anarchica senza riferimenti ideali precisi. Lo sottolineo perché nel libro si fa riferimento prima al pensiero anarchico proudhoniano, (che ben si sposa con il mutualismo espresso anche nella pratica di remunerare, anche solo parzialmente, il lavoro con una previdenza interna e uno sconto sull’acquisto dei prodotti della cooperativa) e in un altro passo a Makhno, cioè all’anarco-comunismo: proprietà individuale contro comunismo dei beni. (Ricordo che il motivo per cui Marx mette Proudhon tra gli utopisti, oltre all’idea dell’abolizione del denaro e una remunerazione in beni materiali del lavoro, è proprio il fatto che quest’ultimo afferma che il diritto di proprietà è fondamento della libertà individuale).
A proposito di proprietà: dato che hanno sciorinato un bel po’ di cifre ho fatto qualche conto. La cooperativa Iris ha emesso delle obbligazioni per raccogliere il capitale necessario alla costruzione del nuovo pastificio: Gritta ha specificato che sono garantite perché la legge chiede che una cooperativa non possa emettere certificati di credito per un valore superiore a un terzo del valore dell’impresa. Ne sono state emesse per 7 milioni ma sarebbe stato possibile arrivare a 9.
Nove per tre: ventisette milioni di euro è il valore attuale della cooperativa. Certo, la cooperativa deve sempre reinvestire gli utili e il valore espresso è tutto in beni, terra etc., ma ciò non toglie che vi siano degli utili: che, cioè, la merce lavoro non sia remunerata per il suo valore e che questo abbia originato il capitale di Iris. Che poi la proprietà sia collettiva, che quella ricchezza non sia nella disponibilità individuale dei sessanta soci non cambia il meccanismo che l’ha prodotta.
E, per inciso: finora con i certificati di credito (che garantiscono una rendita…) sono stati raccolti sei milioni di euro da 480 sottoscrittori: una media di 12 mila euro a testa.
Per quel che riguarda il tema lavoro (“in una fabbrica di sogno, tutta luce e libertà”) rimando a quanto rilevato da Matteo: lavorare per una cooperativa rende forse il lavoro più libero? La necessità indiscutibile di rispondere a un mercato, al suo meccanismo di determinazione dei prezzi, impedisce di sfuggire al dio della produttività. Non si pone il problema di liberare l’uomo dal lavoro?
Concordo anche con Monica che sottolinea come nello sbandierato egualitarismo spicchino alcune personalità un po’ più uguali di altre.
Altri tema toccato: la nonviolenza. Ammiro Gandhi e Capitini ma credo che la discussione sulla violenza meriti un respiro un po’ più profondo. La violenza è esperienza quotidiana di chi è, per scelta o per necessità, ai margini. Ed è esperienza di chi vede la propria terra espropriata e distrutta per far passare un treno o per costruire una diga o un centro commerciale, di chi si ammala di mesotelioma per aver respirato amianto o di qualche altra patologia legata allo “sviluppo”. Di chi vede le esigenze della crescita brandite come un’arma per reprimere istanze di libertà. Di chi vive una delle infinite guerre, di chi dalle guerre fugge, di chi credeva d’essere uomo e si scopre clandestino. Il Potere, da qualsiasi forma rivestito, usa sempre la violenza contro chi lo infastidisce. È la cartina di tornasole del contenuto rivoluzionario di ogni esperienza.
Certamente riconosco ad Iris un comportamento etico, la capacità di mettere in pratica idee e comportamenti che condividiamo essere alla base di una società giusta, di corretti rapporti umani, nella convinzione che il rispetto della terra e dell’ambiente siano fondamento di un futuro possibile. Tutto questo però non è, come dice Gritta, rivoluzionario. Un “orto sinergico” non è rivoluzionario. Mi permette di mangiare meglio, di sentirmi in armonia con la natura, di vivere in un ambiente un po’ meno inquinato, ma non sfiora minimamente il potere e il problema della sua distruzione. Anzi, spesso alimenta una filosofia del benessere individuale che svolge lo stesso lavoro della socialdemocrazia: riempie lo stomaco (più o meno bene) offre qualche garanzia che poi si ripiglia creando il panico legato alla sensazione di avere qualcosa da perdere. È uno dei modi di minare la coscienza di classe. Come dice la compagna curda: non abbiamo niente da perdere! Il re è nudo.
E se da un lato non posso che concordare con la necessità di riconoscere al contadino il giusto prezzo per un prodotto di qualità non posso non vedere la contraddizione nell’impossibilità per molti salariati di accedere a quella qualità.
Che si possono permettere in Danimarca dove vengono esportati gli ortaggi Iris: e il chilometro zero?
Forse c’è un po’ di incoerenza, come nella citata e osannata Vandana Shiva che era dentro Expo, con Monsanto mentre “Genuino clandestino” era fuori a manifestare contro l’inganno patinato del “nutrire il pianeta”.
E a proposito di coerenza: forse non era possibile ristrutturare il vecchio pastificio e sicuramente sarebbe stato più costoso ma per quanto ecologico il nuovo impianto copre 14.000 metri quadri di ex terra fertile. Come un grande centro commerciale…

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