C’è un pensiero galoppante che scorribanda fra le praterie incendiate della rivolta anticapitalista in corso. Negli angoli imperfetti, dove crescono le sperimentazioni di un’altra vita possibile.
Come posso non pensare al Chiapas e al Rojava.
Un’idea di sperimentazioni suggestive e alternative alla vita consueta e trionfante in queste latitudini di dominio, pressoché incontrastato, del Capitale e del suo Stato.
Fondata da uno sguardo aperto, liberato e ribelle che si sforza, con lucidità, di vedere e, quindi, analizzare lo stadio concreto e attuale di sviluppo del Capitale; rispetto a quello con cui Marx aveva a che fare un secolo e mezzo fa.
Ora si guarda, senza dogmi fuorvianti, alla fase presente di sviluppo tecnologico, più avanzata rispetto a quanto lo stesso Marx potesse aver previsto. Lo sguardo critico e militante e rivoluzionario, in sé, elabora, nelle pratiche e nelle sperimentazioni, una nuova critica. Caratterizzata, evidentemente, da nuove forme di lotta, di organizzazione, di propaganda, di stili di vita. Da entrate in campo clamorose e inattese: dalla terra e per la Terra!
Luoghi di percorsi avventurosi e innovativi ove diviene decisiva la scelta di liberare le energie umane della creatività; fondamento della radicale liberazione della natura dal dominio dell’uomo.
Nella comprensione che il dominio dell’uomo sulla natura è originariamente causato dal dominio reale dell’uomo sull’uomo.
La soluzione praticata è quella di un “long distance runner” che ha compreso l’inutilità, l’illusione e la trappola di scorciatoie meramente e supremamente organizzativistiche.
Le dimensioni dell’attuale crisi sistemica ricadono, pesantemente, sulle stesse radici della possibilità della vita umana sulla Terra. Così, almeno, come l’abbiamo conosciuta e scontata.
L’uscita dalle crisi sistemica e ecologica dipenderà da una trasformazione fondamentale di come organizziamo la società.
Dall’introduzione, ovunque sia possibile e praticabile fin d’ora, di elementi alternativi alle regole decisive del sistema capitalistico.
Una nuova politica basata sulla democrazia diretta, “faccia a faccia”, parola e obiezione che si inseguono sino alla scelta giusta di ciascuno.
Da elaborare nelle assemblee di vicinato: sociali, economiche, residenziali.
Nell’uguaglianza senza limiti dei generi.
Fondamento della dissoluzione delle gerarchie.

L’esperimento, meglio la realtà “Iris”, si inserisce in queste logiche?
Credo, in parte, di sì. Con le sue basi di mutualismo e di solidarietà. Di ricerca alternativa della produzione, determinata dalle precauzioni della biodiversità.
Di un impegno all’egualitarismo e alla divisione dei beni: 9 è uguale a 9 bicchieri e a 9 fette di torta! Così disse il vecchio contadino socialista.
Nell’urgenza, in condizioni di dominio del Capitale, di attivare, comunque, misure e percorsi con al centro il privilegio del benessere ecologico.
La fabbrica, ineliminabile qui e ora, è stata immaginata e edificata nel miglior modo possibile per una sopportazione del lavoro. Così per l’asilo e le scuole che verranno, per una crescita e una formazione adeguate ai principi libertari.

La parola lavoro, chiamato, anche, travaglio in ampie parti del Mediterraneo, deriva da uno strumento di tortura usato, nell’Impero Romano, per punire gli schiavi.
E’ evidente che nel lavoro ci sono , comunque, fatica (“Lavorare stanca” diceva il poeta, al secolo Cesare Pavese), sofferenza e privazione. Resta inteso che il sogno collettivo è quello di una liberazione dal lavoro. Dobbiamo, però, intenderci cosa intendiamo, appunto, per lavoro.
Se sono le ore indispensabili per la nostra riproduzione in dignità e sicurezze, forse, non sarà più lavoro. Intanto, però, qui viviamo e qui balliamo e ci alieniamo. Quindi, al di là dei personalissimi percorsi di salvezza privata, il lavoro è la strada che intraprendiamo presto o tardi.
Farlo inserendo elementi pragmatici di contestazione del sistema e di miglioramento collettivo delle ore “travagliate”, delle quali in parte mi riapproprio in misura diversa, non mi pare male.

Insomma, compagne e compagni, vorrei vedere nell’esperienza Iris, più il bicchiere mezzo pieno. Perché qualcuno riesce a sognarci dentro e a immaginare il cambiamenti di là da venire.
A sbagliare, magari, e a sperimentare e, quindi, a migliorare; generazione dopo generazione. Pensate che il padre, socialista e mutualista, era stato ridotto alla mera delega, ormai, e che il figlio è anarchico e sta costruendo il mutualismo e la sperimentazione! Nei difetti ineliminabili dati dalla costrizione di farlo dentro le strutture del sistema economico-sociale fondato sullo sfruttamento generalizzato dell’uomo sull’uomo. E, appunto, su tutto il resto come conseguenza.
La strada è tortuosa e lunga, ma non scomparirà mai(come dicevano i Beatles nel 1970). La stiamo, la stanno percorrendo e non sarei tanto severo perché, adesso, da questo angolo del punto di vista, sappiamo offrire solo parole e personalissimi, non replicabili percorsi di salvezza egocentrica.

Claudio
(ribadisco, per altro:
Se è vero che lo Stato rappresenta complessivamente una condizione della proprietà data e dell’insieme delle relazioni economiche da essa determinate; la sua estinzione si accompagna alla conseguente fine del concetto stesso di proprietà.
L’Anarchia non prevede proprietà né privata né collettiva; solo la condivisione di beni sulla base del principio anarchico: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
L’Iris mi ricorda, al di là delle citazioni, più Murray Bookchin che Proudhon)

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