A partire da febbraio i metalmeccanici aderenti al comparto Monetario del fondo pensionistico negoziale Cometa saranno spostati al comparto Reddito. Varrà ancora una volta il silenzio-assenso: il lavoratore avrà tempo 90 giorni per opporsi esplicitamente a tale cambiamento. Il comparto Monetario cessa tra l’altro di essere quello in cui il lavoratore viene collocato automaticamente al momento dell’entrata in Cometa in assenza di esplicita indicazione.

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Il silenzio-assenso continua in un modo o nell’altro ad accompagnare la vita dei fondi pensionistici. Fondi che vivono di questa paradossale contraddizione: a sentire il Sole 24 Ore, le direzioni sindacali e i gestori finanziari essi sono convenienti. Lo sono in modo palese, chiaro, evidente. Talmente evidente da doversi avvalere di un meccanismo a tagliola come il silenzio-assenso: comunicazione a pioggia, raccomandata a casa e via, se non ti opponi esplicitamente il tuo TFR è traghettato da un investimento azionario all’altro.

Ma al di là del metodo, quali sono le ragioni di questo cambiamento? Il comparto Monetario è quello meno rischioso, legato al mercato obbligazionario. E’ stato il rassicurante grimaldello con cui rendere psicologicamente accettabile il drenaggio del TFR al mondo finanziario. Perché non rischiare se il rischio non sussiste? I giovani lavoratori, infatti, “affollano” tale comparto, come afferma una recente nota di Cometa.

La stessa nota spiega però che “per quanto riguardava il comparto più prudente, il Monetario, le analisi mostravano una crescente difficoltà dei fondi di questa natura nel garantire la restituzione del capitale nominale inizialmente versato”. Mentre, per quanto riguarda il comparto Reddito, quello appena più rischioso “le analisi mostravano che la sua vecchia configurazione ben difficilmente avrebbe permesso nel futuro di raggiungere rendimenti in linea con il TFR”.

Cometa, quindi, ci informa che l’andamento dei suoi due reparti principali è potenzialmente tale da raggiungere difficilmente i rendimenti del TFR o addirittura dal garantire la restituzione del capitale nominale versato. Ecco la palese convenienza. Ecco che subentra il silenzio-assenso.

Che cosa è successo in pratica? I fondi negoziali hanno costituito la propria propaganda e la propria forza sulla promessa di evitare la volatilità azionaria. Il punto, semplice e banale, è che la finanza non funziona così. Il rendimento è in rapporto al rischio. E da qua non si scappa. E non si scappa soprattutto in un periodo di basso costo del denaro e di rendimenti obbligazionari bassi.

Da qua deriva il cambiamento attuato da Cometa. Il comparto Monetario rimane “obbligazionario” con una funzione di “salvadanaio”. Chi tiene lì il TFR non si espone a rischio ma deve avere “la consapevolezza che i rendimenti potrebbero essere molto bassi e al limite anche sostanzialmente nulli”.

Il comparto Reddito invece aumenta la quota azionaria al proprio interno. Aumentano di conseguenza i margini di rischio: un nuovo crack simile a quello del 2008 potrebbe rimangiarsi rapidamente i guadagni ottenuti. E nonostante questo il nuovo comparto Reddito si pone semplicemente il modesto obiettivo di ottenere un “rendimento pari a quello del TFR”.

La situazione ci pare possa essere riassunta così: Cometa ti informa con una cordiale e rassicurante supercazzola che il Fondo è potenzialmente in squilibro. Se si lega eccessivamente al mercato obbligazionario, avrà difficoltà a garantire rendimenti o addirittura a restituire il capitale inizialmente versato. Se si lega maggiormente al mercato azionario, potrebbe mantenersi in equilibrio e garantire il rendimento del TFR. Sempre che una crisi finanziaria non bruci tali investimenti, mandando il Fondo in squilibrio per altre vie.

Si palesa così una tendenza inevitabile. Non esiste un Fondo di investimento isolato dai meccanismi generali della finanza. Una volta immesso il tuo TFR nel circuito finanziario, esso è soggetto alla stessa logica degli altri investimenti: muoversi verso percentuali maggiori di rischio alla ricerca di rendimenti potenzialmente maggiori.

Ci si potrebbe obiettare: e in caso di risalita dei tassi obbligazionari non sarebbe risolta la questione? Non conviene quindi ai lavoratori augurarsi un simile scenario? Dovrebbero augurarsi ad esempio l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato? Il punto è che in questo gioco paghi sempre e soltanto tu. Cambia solo la forma in cui questo avviene.

In 20 anni lo Stato italiano ha pagato ad esempio 1.700 miliardi di interessi sul debito. Questi interessi sono stati la giustificazione materiale e psicologica con cui hanno tagliato scuola, sanità e naturalmente le pensioni. Il taglio delle pensioni è stato a sua volta la giustificazione con cui ti hanno fatto aderire alla previdenza integrativa. Ora, a chiudere il cerchio, ti dicono che finché i tassi di interesse sui titoli di Stato rimangono bassi, è a rischio la rivalutazione del TFR inglobato nei Fondi pensionistici privati. Và da sé che se gli interessi sul debito pubblico tornassero ad impennarsi, correranno a spiegarti che nuovi sacrifici sono necessari per ripagare il debito pubblico. Con una mano ti spediranno una brochure in cui si complimentano per i rendimenti di Cometa. Con l’altra approveranno magari qualche nuovo ticket sulla sanità.

Cosa rimane quindi della presunta convenienza di un fondo negoziale? Gli sgravi fiscali e il contributo dell’azienda. Rimangono cioè elementi di politica economica stabiliti a tavolino da Governo, aziende e direzioni sindacali. Rimane che i Fondi negoziali sono convenienti nella misura in cui gli sgravi fiscali concessi dallo Stato e i contribuiti dell’azienda non finiscono nelle casse pubbliche, ma servono a incentivare la tua adesione alla previdenza integrativa privata.

Rimane che la lotta e la difesa della pensione pubblica sono l’unica via. E non basta il tuo silenzio per manifestare il tuo assenso a questa palese e evidente verità. Gridalo forte!

Dario Salvetti (FIOM GKN)

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