L’account Weibo «Feminist Voice in China», gestito da alcune note attiviste cinesi, è stato disattivato dalle autorità cinesi per 30 giorni a partire da lunedì scorso. Motivo: una non ben precisata violazione delle leggi dello stato.

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Ma il tempismo con cui è arrivato il bavaglio ha indotto molti a collegare il gesto ad un articolo pubblicato dal gruppo appena sei giorni fa, in cui si auspicavano per il prossimo 8 marzo «scioperi internazionali» contro le violenze sulle donne e in sostegno dei diritti riproduttivi.

 

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Una mobilitazione pensata in parte per rispondere alle «politiche razziste, misogine e omofobe» di Trump. Così, mentre in passato l’arresto di cinque femministe aveva già evidenziato il disagio del governo cinese davanti all’attivismo rosa oltre la Muraglia, in questo caso a muovere la mano dei censori sarebbe stata piuttosto la necessità di preservare il delicato equilibrio politico tra le due sponde del Pacifico. Come mostrano comunicati interni diramati dalla propaganda, Pechino si sta prodigando affinché sulla stampa e la blogosfera cinese non circolino commenti negativi e critiche sul nuovo presidente americano.

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