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-LA REPRESSIONE E LA LOTTA
(il comitato ANTISFRATTI/DIRITTOALLACASA di Brescia)
“Sia chiaro che la condanna nei confronti dei militanti della lotta per il diritto alla casa di Brescia, non colpisce solo i diretti interessati: Claudio condannato a 12 mesi, Beppe a 10, Elena a 6.
E’ un atto diretto contro l’insieme del movimento di lotta che da 7 anni, almeno, si batte senza tregue su tale terreno.
E’, in tal senso, un’azione di particolare ferocia e violenza che lascia intravedere il disegno preciso di smantellare, del tutto, la capacità di resistere e di disobbedire collettivamente all’attuale legislazione vigente in materia. Di più, di bloccare, per il futuro prossimo, qualsivoglia pratica di mobilitazione che ostacoli i conduttori autorizzati dello stato delle cose presenti; quali siano le misure, anche più clamorosamente impopolari, intenzionati a mettere in atto.
Se, per un istante, si pensa alla disparità fra l’azione solidale intrapresa a fianco di 2 bambini (uno dei quali invalido al 100%) e i loro genitori, abbandonati da diversi giorni in un furgoncino “Ducato”, dopo lo sfratto esecutivo, nel parcheggio di fronte al comune di Mazzano. Un’azione, detto per inciso, durata non più di 2 ore, con, al suo interno, un incontro decisivo per sistemare dignitosamente la famiglia.
Se si pensa che, a seguito di quell’azione solidale che non provocò danni alle persone e neppure alle cose, la famiglia iniziò un percorso virtuoso con, alla fine, l’attuale collocazione in un appartamento ALER; e, in più, fatto non trascurabile, la nascita di un altro bambino.
Se si pensa a questo e alle pene comminate, risalta una differenza sproporzionata, anche in termini di mera giustizia borghese.
Viene alla luce, un preciso disegno di colpire, nei militanti più determinati e attivi, l’insieme del movimento.
Di avvertirlo che certe cose non saranno più tollerate; sia sul terreno della lotta per il diritto alla casa che su ogni altro dettato dalle urgenze e dalle capacità militanti.
Il terreno delle contraddizioni di classe e delle lotte diffuse, dove si misurano le qualità dei diritti e la dignità delle vite. Dove si mettono in discussione le regole del profitto e delle sue strutture di supporto.
Nelle arringhe, troppe volte ascoltate, del PM e nella conseguente sentenza, escono, senza fronzoli e con brutalità legalizzata, proprio queste intenzioni.
Quella di martedì 14 febbraio è la prima sentenza su queste questioni, almeno qui a Brescia. La caterva di denunce scatenate contro i militanti più attivi, ne fanno intravedere altre. Anticipate, già ora, dai DASPO politici come quello che ha colpito il nostro compagno Eugenio; per 3 anni non potrà entrare nel territorio di Capriolo.
Come sempre, per noi non una sorpresa, lo Stato e i suoi servi attivano tutte le risorse della macchina repressiva tenuta ben oliata. Colpiscono con una ferocia e una violenza esclusive e sproporzionate che la “loro” legalità non può assolutamente mitigare.
Centinaia di famiglie salvate dalla strada, dalle discariche sociali, dall’incuria dei servizi sociali, dalla dissoluzione legalizzata, sono la vera prova inconfutabile delle nostre colpe.
Questo ci condanna e ci condannerà perché, da parte nostra, non c’è alcuna intenzione di cessare quello che riteniamo il giusto agire per il diritto alla vita di ciascuno, quale sia la sua condizione economico-sociale.
Conosciamo alla perfezione il prezzo che lo Stato e i suoi servi ci faranno pagare, ma nulla ci impedirà di batterci a fianco dei dannati, degli esclusi, degli sfruttati della Terra.
A TESTA ALTA E A QUALSIASI COSTO!

– REATO DI SOLIDARIETA’
(CENTRO SOCIALE “28 MAGGIO” di Rovato)
Prendiamo atto che nell’ordinamento giuridico si inserisce un nuovo reato: il reato di solidarietà.
Il 14 febbraio 2017 il tribunale di Brescia ha inflitto tre condanne a militanti della lotta antisfratti di questa città e della sua provincia.
A Claudio Taccioli del Comitato antisfratti/dirittoallacasa la giudice ha comminato 1 anno, a Beppe Corioni del Centro Sociale 28 maggio di Rovato 10 mesi, e a Elena Nodalli dell’Associazione “diritti per tutti” 6 mesi.
Questa criminalizzazione di solidali è volta a scoraggiare chi davanti all’ingiustizia sociale decide di battersi contro una legalità che nega i diritti fondamentali dell’essere umano.
Quando le leggi che dobbiamo rispettare sono in contraddizione con i principi di umanità e solidarietà come ci dobbiamo comportare? Possiamo essere insensibili all’umana sofferenza e, in questo caso specifico, davanti ad una famiglia con due bambini in tenera età di cui uno disabile al 100% che vivono sfrattati per povertà in un furgoncino, girare la testa dall’altra parte e non correre loro in soccorso?
La risposta per noi è quella che vede anteposti sempre i principi generali e universali dell’essere umano a cui pensiamo che lo Stato debba con leggi giuste dare attuazione e non disdetta. In caso contrario, per un elementare principio di civile convivenza, ci sentiamo chiamati ad azioni di solidarietà, che suppliscano, in questo come in molti altri casi, alle carenze legislative e alla mancata attuazione dell’articolo 2 della Costituzione Italiana:
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
E la Costituzione “dovrà essere fedelmente osservata come legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato”, come dice la sua XVIII disposizione finale.
Nel nostro caso la famigliola ora ha trovato collocazione in una casa Aler, e questo grazie all’intervento dei solidali che, entrando negli uffici dei servizi sociali del Comune di Mazzano, hanno chiesto un incontro con chi aveva il dovere di intervenire.
Reato di soccorso? Reato di solidarietà? Reato di umanità?
Questa sentenza dimostra l’aperta ostilità delle istituzioni per le lotte sul territorio che contrastano la crisi che ci attanaglia. Lo Stato si serve spesso delle risorse di mobilitazione spontanea quando si esplicano nel volontariato, evitando in tal modo di impiegare risorse proprie, ma quando le stesse sono messe al servizio dei più deboli, dei più poveri e degli ultimi, allora lo Stato si vendica. Questa vendetta ha dalla sua il silenzio di chi è rassegnato, di chi non capendo le responsabilità della crisi le imputa all’anello più debole della nostra società: gli immigrati e i profughi. Questa “maggioranza silenziosa” non è più una società, perché grazie alle politiche ultraliberiste dominanti la società non esiste più, ridotta ad un insieme di individui accomunati solo dall’avere un nemico comune e indifferenti a tutto ciò che li circonda in un’orgia di egoismo demenziale.
Se portare soccorso, dare solidarietà attiva, trovare soluzioni è un reato, allora noi tutti ci dichiariamo pubblicamente colpevoli. Ma a questo punto va ricordato che esistono nel diritto penale italiano anche i delitti di omessa solidarietà, come l’abbandono di persone minori o incapaci e l’omissione di soccorso. I loro principi ispiratori si fondano sul dovere di solidarietà che riflette il principio solidaristico della Costituzione, che si erge per promuovere i comportamenti encomiabili e per indirizzare il nostro agire verso una condotta doverosa. Il legislatore in questo caso si è preoccupato di suggerire un modello etico-culturale e di relazioni umane in contrasto con la società “liberistica”. Trattandosi di un dovere, il soccorso deve essere prestato anche nel caso che sia gravoso o pericoloso per chi deve adempierlo. In questo caso sono proprio la vita e l’incolumità personale a essere tutelati come beni di primissimo rango. A maggior ragione quando sono dei minori ad essere in pericolo. In questi casi, dice il codice penale, gli obbligati a prestare soccorso, cioè tutti i cittadini, devono rivolgersi “all’autorità”, come hanno fatto i solidali condannati !!!
Ci possiamo allora chiedere: chi è fuori legge? chi non ha prestato assistenza? I solidali condannati da una giustizia ingiusta, che con la loro azione hanno dato sostanza al dettato costituzionale, o chi, avendo giurato sulla nostra Costituzione, ha mancato una volta ancora al suo compito istituzionale?

– GIUSTIZIA, DEA BENDATA O TROPPO STRABICA?
(Segreteria della Federazione di Brescia del Partito della Rifondazione Comunista)
Il Partito della Rifondazione Comunista denuncia come abnorme la condanna che il tribunale penale di Brescia ha emesso nei confronti di tre attivisti della lotta contro gli sfratti, misura crudele che priva dei più elementari diritti umani, tanto sbandierati nei decenni scorsi per giustificare addirittura l’intervento militare contro stati sovrani, le persone e le famiglie gettate ai margini della scala sociale dalla crisi che imperversa in forme sempre più drammatiche ormai da un decennio.
Sembra di essere tornati ai tempi della prima esplosione del dominio della società borghese, quando un filosofo, forse suggestionato dalla realtà dei rapporti sociali che cominciavano a diventare dominanti, usò la formula homo homini lupus “l’uomo è un lupo verso l’altro ‘uomo”. Sembra che questa sia la società che si è imposta, cancellando la visione di un altro filosofo, suo contemporaneo, che, mirando alla solidarietà tra gli uomini, sosteneva che homo homini deus, cioè “l’uomo deve essere dio per l’altro uomo”.
Nell’esprimere il più completo sostegno a Claudio Taccioli, Giuseppe Corioni, Elena Nodalli, confessiamo di essere in qualche modo complici di questo che si potrebbe chiamare “reato di solidarietà”, visto che ospitiamo le riunioni del Comitato antisfratti/dirittoallacasa, una delle realtà di lotta che sono state colpite dalla sentenza nella persona di militanti significativi.
Oltre al chiaro significato di classe di una simile sentenza, che smentisce l’immagine della dea bendata con cui gli antichi molte volte raffiguravano la giustizia – immagine che in qualche modo rivive anche nella scultura posta nell’atrio del Palazzo di Giustizia bresciano – in quanto è una sentenza che porta con sé un chiaro significato intimidatorio contro i protagonisti di questo “reato di solidarietà”, essa sembra avere un acido sapore di discriminante all’interno del campo stesso di chi sta lottando per la difesa delle condizioni di vita dei più deboli, in particolare dei minori d’età e di chi si trova in condizione di non poter provvedere a se stesso ed alla sua famiglia.
A questo sembrava alludere la dichiarazione spontanea fornita al termine del processo da uno degli imputati assolti, il quale ha sottolineato il proprio disagio nel constatare il diverso trattamento riservato a se stesso rispetto ad altri compagni, pur avendo egli stesso commesso e rivendicato di aver compiuto le stesse azioni dei condannati.
Giustizia doppiamente occhiuta, invece che bendata, allora?
A questo si aggiunga che il dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale è uno dei cardini sui quali si basano i valori della Costituzione della Repubblica italiana, alla quale i cittadini italiani hanno recentemente e solennemente riconfermato la loro fedeltà.
Non sarebbe allora buona cosa che le istituzioni, che della Costituzione dovrebbero essere i garanti e gli esecutori, non fossero né cieche né strabiche, ma fossero davvero mirate ad affermare e consolidare questi valori?

– AL FIANCO DEI COMPAGNI COLPITI DALLA REPRESSIONE
(Rete Antifascista di Brescia)
Un sistema sociale per gran parte fondato sull’inumana ottusità di un apparato legale ideato per soddisfare il tornaconto di un potere che calpesta e umilia i più deboli, non può che produrre miserie e violenze.
E in un simile sistema sociale, chi si batte per i diritti di tutti e tutte, chi ancora si ostina a percorrere “in direzione ostinata e contraria” la strada della solidarietà, non può che apparire come un fuorilegge. Lo scorso 14 febbraio il tribunale di Brescia ce ne ha data l’ennesima conferma, infliggendo tre pesanti condanne ad altrettanti militanti della lotta antisfratti che agisce a Brescia e provincia; tutto questo per aver tentato di difendere strenuamente una famiglia costretta a vivere in condizioni disumane. Chi sono i criminali? I compagni e le compagne che si battono affinché chiunque possa avere il diritto di vivere degnamente, o i banditi dai mille volti che per i loro sudici interessi producono tutti i giorni soprusi e brutalità?
Non si può non pensare all’orrendo controsenso di un sistema impregnato di violenza e repressione, e che tuttavia esige dalle proprie vittime obbedienza, silenzio e disciplina. Come Rete Antifascista non possiamo che essere al fianco dei compagni colpiti dalla repressione di una legalità che contrasta con le leggi della coscienza, del cuore, della solidarietà, dell’umanità; e siamo contro una società che qualcuno vorrebbe soltanto improntata al disprezzo, una società per la quale è normale che il tragico spettro fascista possa godere di spazi in cui organizzare e pianificare il proprio odio; in definitiva, non possiamo che schierarci contro un sistema assurdo che punisce i solidali, che penalizza gli oppressi e sovente gratifica gli oppressori.

-(14.02.17) BRESCIA. UNA COMPAGNA E DUE COMPAGNI CONDANNATI PER REATO DI SOLIDARIETA’
(UNIONE inquilini DI Bergamo e provincia)
Questa mattina un GIUDICE ha condannato i compagni Claudio, Beppe ed Elena del movimento di lotta per la casa di Brescia rispettivamente a 1 anno, 10 mesi, 6 mesi. L’accusa è quella di aver promosso la protesta avvenuta il 30 settembre 2013, dentro la sede dei Servizi sociali del comune di Mazzano (bs). In quell’occasione la mobilitazione salvò una famiglia sfrattata che era stata abbandonata su un furgone, in mezzo ad una strada. In seguito alla protesta, la famiglia (madre, padre e due bambini, uno dei quali invalido al 100%) fu finalmente collocata in una situazione abitativa dignitosa e successivamente – seguendo regolarmente la graduatoria – in un appartamento ALER. Una protesta cioè che aveva evitato che le istituzioni continuassero a commettere una ingiustizia pesante e palese nei confronti di una famiglia che aveva perso la casa. A quasi quattro anni di distanza, non vengono sanzionate le istituzioni inadempienti, ma coloro che, attraverso le pratiche di mutuo soccorso e di resistenza, hanno dato una risposta concreta alla solitudine e alla disperazione generate dalla crisi economica e dalle politiche di austerità. Ciò significa che la strada è ancora lunga. Noi siamo solidali con i compagni Claudio, Beppe ed Elena: siamo anche sicuri che a percorrere la strada della lotta ci saranno sempre più donne e uomini tanto che non ci saranno più giudici a sufficienza per condannarci tutte e tutti per il reato di solidarietà.

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