Qualcuno potrebbe chiedersi perché deve partecipare alla giornata per la libertà di Abdullah Ocalan e dei detenuti politici in Turchia, l’11 febbraio a Milano. Ecco la mia risposta. Dalla fine della Prima Guerra Mondiale è stato negato ogni diritto al popolo kurdo. Il Kurdistan è diventato una colonia internazionale, diviso tra quattro regimi dittatoriali in Iran, Irak, Siria e Turchia.

Dalla dissoluzione dell’impero Ottomano sono nati 27 stati, ma non uno stato kurdo, nonostante le promesse del trattato di Sèvres del 1923. Nei 4 stati in cui è diviso, il popolo kurdo è riuscito a resistere alle politiche di annientamento portate avanti con ogni mezzo: guerra, deportazioni, massacri, distruzione dell’ambiente, attacchi con armi chimiche. Soltanto in Irak, dopo la caduta di Saddam Hussein, esiste un governo autonomo kurdo – non uno stato indipendente – su una parte del territorio kurdo iracheno. Con l’invasione dell’Isis in Irak e in Siria il mondo ha imparato a conoscere il popolo kurdo.

I kurdi da quasi un secolo nel lottare per la sopravvivenza combattono per tutti i diritti democratici. Per questo sono stati gli unici, con mezzi poverissimi, a contrastare efficacemente la barbarie del Califfato, mentre l’esercito iracheno nel 2014 fuggiva lasciando sul terreno a disposizione del nemico armamenti di ogni genere e mentre l’esercito turco durante l’assedio di Kobane favoriva il flusso di rinforzi jihadisti dal confine. Oggi le donne e gli uomini del Kurdistan continuano a combattere contro l’Isis con l’appoggio della coalizione occidentale. I media si sono accorti dell’esistenza e dell’eroismo del popolo kurdo, e molti militanti internazionalisti da ogni paese del mondo raggiungono il Rojava per unirsi alle unità combattenti kurde e per vivere la straordinaria esperienza di autogoverno democratico.

Nel Rojava, in Siria, nel caos della guerra, la popolazione kurda guidata dal Pyd, Partito Democratico Unito, autogestisce il proprio territorio applicando le tesi di Abdullah Ocalan: confederalismo democratico, centralità del ruolo della donna, autodifesa, redistribuzione della ricchezza. Il regime di Ankara, membro della Nato, importante partner commerciale e politico dell’Unione Europea, attacca da mesi il piccolo Rojava, che pure si trova oltre i confini della Turchia, in Siria, con carri armati e bombardamenti aerei e anche Assad e i suoi alleati colpiscono il Rojava, impegnato nella durissima guerra all’Isis. Le tesi di Ocalan applicate nel Rojava dimostrano che è possibile in questo Medio Oriente insanguinato l’affermazione della democrazia e di una cultura dei diritti che cambia i rapporti di genere, che consente la convivenza di diverse etnie e di differenti religioni, che pratica il rispetto della natura e dell’ambiente.

Per dire basta agli interessi economici e geopolitici che causano le devastazioni della guerre, i massacri, la tragedia dei profughi, bisogna scegliere tra la democratizzazione del Medio Oriente o l’attuale caos politico. Scegliere la democratizzazione vuol dire sostenere la lotta paradigmatica di chi si batte contro l’Isis e si difende dal fascismo di Erdogan, nella società civile, con migliaia e migliaia di attivisti, deputati, intellettuali, giornalisti, difensori dei diritti umani, con i partiti come HDP e DBP, e sul campo con le unità combattenti come YPG, YPJ, PKK… Scegliere la democratizzazione vuol dire arrivare al riconoscimento dell’identità kurda, che comporta un forte cambiamento nelle politiche repressive dei regimi di Turchia, Siria e Iran.

Vuol dire scegliere di fermare il commercio delle armi che coinvolge anche l’Italia e che contribuisce alla politica di distruzione e di morte di Erdogan contro le città e le campagne del Kurdistan. La democratizzazione del Medio Oriente con il pieno rispetto di tutte le diversità si è dimostrata realizzabile e si è concretizzata nel piccolo territorio del Rojava grazie all’opera di Ocalan. Ocalan, che si batte per la pace è per questo motivo considerato terrorista! Per questo chiediamo la liberazione di Ocalan, che rappresenta milioni di persone: nel 2005 tre milioni e mezzo di persone hanno sfidato sequestri, arresti, torture e hanno firmato la campagna. “Il mio rappresentante politico è Ocalan”.

La libertà di Ocalan non significa libertà di un singolo. Ocalan rappresenta il popolo kurdo. La tragedia storica del popolo kurdo deve finire. Non vogliamo che tra una secolo venga riconosciuto il genocidio kurdo, come è accaduto con il genocidio degli Armeni, o che ci si accorga troppo tardi dello sterminio, come è accaduto per gli Ebrei. Come tutti i popoli anche il popolo kurdo ha diritto alla propria identità, alla propria indipendenza, ad un riconoscimento politico, che passa attraverso il riconoscimento politico del suo leader, Abdullah Ocalan.

Come tutti i popoli anche il popolo kurdo ha diritto alla propria identità, alla propria indipendenza, ad un riconoscimento politico, che passa attraverso il riconoscimento politico del suo leader, Abdullah Ocalan. E gli altri popoli dell’area, insieme al popolo kurdo, hanno diritto alla democratizzazione, secondo i paradigmi del con federalismo democratico: anche per questo è necessario il riconoscimento politico della leadership di Ocalan. Per l’affermazione dei diritti umani, della parità di genere, dell’ecologia in Medio Oriente Contro le guerra e le occupazioni militari Per l’avvento della democrazia Per il riconoscimento dell’ autonomia del Rojava Libertà per Ocalan, che significa libertà e democrazia in Medio Oriente. Non mancate a questo evento per la libertà! Non dimenticate che i militanti del confederalismo democratico del Rojava, ragazzi e ragazze sotto la guida di Ocalan, hanno liberato Kobane dall’Isis, il nemico dell’umanità e continuano a combattere e a liberare altri territori dai nemici della democrazia e della pace in Medio Oriente.

di Ferat AK e Laura Schrade

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