Un video muto in cui si vede il passaggio di una busta dall’ad della Levoni a un “consulente” in giacca e cravatta, è tutto quello che la questura di Modena mette a disposizione dei trascrittori di veline a proposito del clamoroso arresto del coordinatore nazionale del Si Cobas, Aldo Milani.

Apprendiamo dal presidio in corso a Modena, che l’uomo che ha ritirato la busta è estraneo al sindacato e sarebbe dirigente di una cooperativa che fornisce personale all’azienda.

L’arresto di Aldo Milani è avvenuto nella sua casa a Milano nella tarda serata di ieri. All’una di notte la prima reazione del Si Cobas per rispedire le accuse al mittente e interrogarsi sulla presenza e il ruolo del consulente.

Solo nella tarda mattinata è stato permesso all’avvocato del sindacato di incontrare Aldo Milani.

Fin dalla notizia dell’arresto del dirigente del Si Cobas, un presidio è in corso di fronte al carcere di Modena.

Domenica scorsa, a Milano, lo stesso Milani aveva raccontato a un’assemblea sindacale il tentativo di un’altra azienda di corrompere il Si Cobas nel corso di una trattativa. Un uomo di fiducia della ditta gli avrebbe consegnato una busta contenente “calendari aziendali” ma che in realtà conteneva duemila euro in contanti. Somma immediatamente riconsegnata al mittente.

Ora questa inchiesta clamorosa che, perfezionando la trappola, sembra puntare alla criminalizzazione dei settori più conflittuali di un settore dove il subappalto, la collusione tra padroni e mafie e la compressione dei diritti sono gli ingredienti più tossici dei salumi made in Italy. Nelle ultime settimane del 2016, intorno alla Levoni c’è stata una fortissima vertenza contro il licenziamento di 80 facchini della filiera del subappalto del noto salumificio. Ci sono state cariche della polizia e tentativi di sfondamento da parte di camionisti. Perfino al Cgil locale ha dovuto ammettere che il sistema degli appalti nel distretto agroalimentare modenese è al di fuori delle regole, insostenibile, produce sfruttamento del lavoro e crea terreno fertile per infiltrazioni illegali e malavitose. Quasi un terzo dei lavoratori è in appalto a cooperative che hanno una vita media di pochi anni, “moderno caporalato” che fa perno su un sistema di “false cooperative” per una provincia dove si fatturano 3 miliardi di euro l’anno nel comparto lavorazione carni. Si lavora 11 ore al giorno per 7-8 euro l’ora dentro la guerra tra i grandi nomi della salumeria che ha fatto precipitare del 40% il costo del lavoro.

La reazione alla notizia è stata forte già durante il turno di notte. Questa mattina s’è scioperato in una quarantina di hub, magazzini della logistica in diverse regioni, Piacenza, Modena, Milano, Parma, Brescia, l’interporto di Bologna, Roma… mentre comincia a delinearsi dalle testimonianze una strategia della tensione che da tempo inquietava gli attivisti bolognesi: minacce sotto casa e in sede al coordinatore felsineo del Si Cobas, lo strano ritrovamento di una bustina di droga, oltre alla “normale” durezza dello scontro nei momenti di conflittualità in una regione che ha visto, alla fine di ottobre, l’omicidio di un sindacalista (stavolta di Usb) durante uno sciopero in un hub piacentino.

Anche nel torinese, la vicenda della Safim di None, azienda della logistica, vede licenziati quattro lavoratori rappresentanti sindacali del Si Cobas.

Secondo Sinistra Anticapitalista, finora da sola nell’esprimere solidarietà al Si Cobas, sono storie che evidenziano la determinazione degli imprenditori del settore a non voler rinunciare allo sfruttamento senza limiti dei loro dipendenti.

Il sostegno ai lavoratori licenziati e al loro sindacato è tanto più doveroso nel momento in cui tutti gli imprenditori sentono di disporre di nuovo della libertà di licenziamento

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