di Lorsi Brioschi, da milano-anticapitalista.org

“Gli operai sono stati uccisi due volte dai padroni e dai giudici”, questa frase scritta su uno striscione dai famigliari delle vittime dell’amianto in Pirelli, sintetizza bene quanto è successo nel tribunale di Milano, lunedì 19 dicembre 2016 al processo bis contro dirigenti della società, chiamati in causa per la morte di 28 operai per mesotelioma.

Per il tribunale di Milano nessuno è colpevole della morte e delle lesioni gravissime degli operai morti o ammalatisi a causa dell’amianto, che hanno lavorato negli stabilimenti milanesi della Pirelli tra gli anni ’70 e ’80.

Lo ha deciso il giudice della V sezione penale Annamaria Gatto che ha assolto i nove manager Pirelli accusati di omicidio colposo “perché il fatto non sussiste” e per “non aver commesso il fatto”. Una decisione antioperaia gravissima perché, andando anche contro la perizia del consulente da lei stessa nominato, ha sancito così l’impunità per i responsabili della morte dei lavoratori.

Analizziamo in breve i fatti, punto per punto:

Il perito, la dottoressa Alessandra Ungaro, in precedenti udienze ha relazionato sugli organigrammi societari, rispetto, a poteri e responsabilità sugli stabilimenti, e sulla governance delle procedure sulla sicurezza dei lavoratori. Arrivando a scrivere nella conclusione “c’è la presenza degli attuali imputati nelle governance delle società di gestione dei siti e dei rami d’azienda”. E, in più, ci sono “elementi insufficienti riguardo a deleghe e procedure di controllo, pianificazione e gestione del rischio amianto e messa in sicurezza delle sostanze nocive”.

Dunque i dirigenti Pirelli imputati e assolti: Ludovico Grandi, Gianfranco Bellingeri, Guido Veronesi (deceduto), Pier Giorgio Sierra, Omar Liberati, Gavino Manca, Armando Moroni, Roberto Picco, Gabriele Battaglioli e Carlo Pedone potrebbero a buon diritto essere considerati moralmente responsabili delle morti e delle malattie dei lavoratori.

Nessuna prevenzione

“Nelle mie ricerche non ho trovato nulla che riguardasse l’amianto. Non una scheda, non un documento. Nemmeno nel periodo in cui ormai i rischi per la salute erano chiari”. Ha riferito sempre il perito, rispondendo alle domande delle parti.

E ancora: “Negli stabilimenti di via Ripamonti, come in Sarca e in Bovisa, la situazione era la medesima. Dai componenti auto al settore cavi, la condizione era ovunque la medesima”.

Dunque la politica aziendale Pirelli era quella di non spendere un centesimo per la salute dei suoi operai, che lavoravano con l’amianto.

L’ambiente di lavoro nocivo

Nei vari processi Pirelli è stato ampiamente accertato che l’amianto in fabbrica era mescolato alle gomme, respirato con il talco usato per la miscela degli pneumatici. Veniva usato per coibentare i circa 120 chilometri di tubature dello stabilimento Bicocca, accatastato in big bags nei sotterranei della fabbrica. Le fibre cancerogene disperse nei reparti, senza sistemi di aspirazione e di bagnatura, rimosso dagli operai con il coltello o il taglierino, spazzato con la scopa e gettato nel bidone della spazzatura.

Allora perché questa inspiegabile assoluzione?

Quello che è arrivato a sentenza lunedì 19 è il processo bis frutto di un secondo filone dell’inchiesta. Il primo troncone del processo, dopo la condanna in primo grado degli imputati, si era concluso in appello con un’altra assoluzione per undici ex manager dell’azienda. Lo stesso è successo nei processi per le morti di operai di mesotelioma alla Fibronit di Broni, alla centrale termoelettrica Enel di Turbigo. Probabilmente succederà la stessa cosa per il processo Eternit che è stato spezzettato in vari tribunali.

E’ questa una linea “politica” assolutoria che viene perseguita nei vari processi.

Per questo siamo d’accordo con quanto scrive il Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio insieme a Medicina Democratica e all’Associazione Italiana Esposti Amianto, da sempre in prima fila nella lotta e parte civile nei processi per le morti di lavoratori per l’amianto.

“La verità giuridica, in un paese che conta più di 1.000 morti all’anno sul Lavoro (4000 provocate finora solo dall’amianto e altre decine di migliaia di malattie professionali) è un’altra: quello che non si può mettere in discussione è il profitto, il fatto che le aziende devono poter continuare a produrre senza lacci e laccioli. Le morti operaie non devono essere un costo, neppure giudiziario. Gli eventuali investitori stiano pure tranquilli.

Il segnale politico che sta dando il tribunale di Milano è chiaro: questi processi non si devono più fare. Ma noi non ci fermeremo. Non accettiamo che la legge sia sempre con i padroni; anche se sappiamo di vivere in un paese dove la legge è di classe, noi continueremo a lottare perché vogliamo giustizia, una giustizia vera che dica chi e perché ha ucciso questi operai e non fermeremo la nostra lotta finché i responsabili di questo genocidio non saranno fermati e puniti.

Questo non riporterà in vita i morti e non guarirà il dolore dei loro famigliari e dei malati ma senz’altro ne eviterà altri. E questa è una mancata responsabilità che il tribunale di Milano si è presa: non si può sancire l’impunità per padroni e dirigenti affermando nella pratica che uccidere i lavoratori non è reato.”

Queste morti ingiuste sono il “costo del capitalismo”, del “suo progresso” della centralità del profitto nel “suo modo di produzione”. Il capitale è sempre uguale a se stesso e non ci sono green economy che cambieranno la situazione. Per i padroni lo sfruttamento del lavoro e della vita dei lavoratori devono piegarsi alla logica del profitto.

Solo una modifica radicale della società in senso ecosocialista, che metta al centro l’uomo può invertire questa tendenza. Ma questa è un’altra storia, con un percorso lungo che non si può evitare e noi vogliamo fare.

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