Sono appena passati sotto casa mia. Come tutti gli anni, i pachistani in corteo festeggiano la nascita del Profeta. Sono una marea umana tutta al maschile, davanti hanno messo i bambini, tutti maschietti. E’ un corteo ordinatissimo, quasi militare. Cerco le donne, non ce ne sono, mi accontenterei anche di una bambina, magari portata orgogliosamente in braccio dal padre, non ne vedo, spero però di sbagliarmi. Invano.
Non trovo in questo muro fatto di maschi, maschi che pensano che per essere uomini si debba essere forti, solidi, fieri e aggressivi, una breccia. Il muro è compatto, e mi racconta l’angoscia profonda dell’uomo per ciò che è diverso, insolito, dissimile, a questo punto anche anormale: la donna. Questo muro sancisce la diversità delle sorti, già segnate alla nascita, probabilmente ora con le ecografie anche prima: quanta più felicità ci sarà negli occhi dei genitori, se ascolteranno le parole “è maschio”? La madre sentirà l’approvazione, la sollecitudine, l’attenzione se nel grembo porta un futuro uomo. La felicità per una madre è partorire un figlio maschio!
Nelle società in cui c’è un sopra e un sotto, sotto ci stiamo noi marchiate dalla nostra subalternità sociale. E a chi pensa che non sia subalternità ma differenza ricordo che le donne stanno in casa: oltre il sopra e il sotto, c’è il dentro e il fuori.
E così immagino la bambina assente dal corteo che in casa assiste alla preparazione del padre e dei fratelli. Loro si fanno belli per andare in manifestazione.
Le sorelle, le figlie se grandicelle non chiedono niente, accettano, obbediscono, ma la più piccola non si rassegna, non capisce, vuole seguire il padre, si aggrappa alla sua veste per uscire, per andare alla festa, per andare in corteo.
Ma perché il papà non mi porta? chiede la bambina alla madre, la dolce mamma succube, passiva, rassegnata lascia al padre l’ultima parola, lui le dice, guardando la moglie … voi state a casa ... e pensa come posso portarti? cosa penserebbero di me i miei amici? La moglie per un attimo ha un pensiero già stanco … sempre a casa … ma nulla traspare del suo sguardo, ha imparato fin da piccola che il cielo e le strade le sono proibite, brulicano di pericoli e guardando la sua bimba pensa tu stessa sei un pericolo, magari non ha le parole per descrivere che ciò che conviene alla piccola cara è il monotono tempo della casa, della verginità sorvegliata, della crescita corporea amministrata e oculata.
Lo spazio esterno è lo spazio dei maschi, quello interno delle femmine, il nostro di donne è il tempo della segregazione, dell’esclusione… e la madre pensa alle parole di sua madre … come sei fortunata, tuo marito pensa a tutto, tu non devi pensare ad altro che a farlo felice, a non disonorarlo mai, pena la tua morte … la madre non osa andare oltre col pensiero, è stata educata ad una corretta passività, all’ipocrisia. Lei sa che i suoi genitali non sono suoi, una volta si diceva che appartenevano allo Stato, ma dove non c’è lo Stato appartengono alla famiglia, al clan, alla comunità … comunque non a lei, il suo destino è l’utero, la sua funzione, la riproduzione.
Il padre guarda la sua bambina più piccola, si commuove, le vuole molto bene ed è proprio per il suo bene che il suo cuore si indurisce e le dice devi stare con la mamma, la devi aiutare, come le tue sorelle, insieme preparerete da mangiare un buon piatto, oggi è festa … fai la brava… piccola cara … e la bambina si sente tradita: né la mamma, né le sorelle, né i fratelli, nessuno mette in dubbio la parola del padre … nel momento della sconfitta, quando è sicura che non uscirà, prova un’invidia colpevole nei confronti dei fratelli, un disagio, un qualcosa di torbido … le hanno detto non sei che una bambina e si chiede: ma che cosa c’è in me che non va? Cosa posso fare per farmi amare più dei miei fratelli? La bimbetta capisce che se vuole l’amore del padre deve essere come la madre. La madre è cauta, la madre per salvarla da una lotta perdente prende la bambina per mano e la porta dentro il solco dell’infermità sacra, della vergogna. Lei non si ribella alla sua inferiorità congenita, alla sua passività tradizionale. Una donna, pensa la madre, appartiene all’uomo. Genesi (2,23) “Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo”.
Mi vengono i brividi, un senso di rivolta impotente, io questa società patriarcale, gerarchicamente organizzata non voglio che ritorni … prendiamo almeno coscienza del problema!!! Non chiudiamo gli occhi per pigrizia o per paura rispetto a tutte le ingiustizie che vengono perpetrate sulla pelle delle donne … manteniamo alto il vessillo delle conquiste che abbiamo raggiunto col sacrificio di tante donne coraggiose… non diamo nessun credito a chi ci parla di “cultura”, a questi rispondiamo con la parola giusta, e la parola giusta è “potere” … e abbasso il potere degli uomini sulle donne … diamo solidarietà al terzo mondo femminile di questa Europa. Stiamo, almeno noi, dalla parte delle bambine!

Eugenia Foddai

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