Da parte nostra una accurata ricerca in differenti pubblicazioni, in ricordi personali ed

elenchi pubblicati in Italia ci permette [di] calcolarlo –giudichiamo in non più di 300 gli
italiani combattenti ad Huesca in quei primi giorni. Il 13 settembre vi si aggiunse un grup- po di 108 uomini (italiani) al comando di Stanguellini (57) e tra i quali figurava Anacleto Sartori («Lombardi») che mesi più tardi doveva morire in Madrid alla Casa de Campo come incorporato nelle Brigate Internazionali.
I primi giorni di ottobre gli italiani eseguirono una infiltrazione al castello di Torresecca, (58) il 19, forze nazionali partite da Almudévar attaccarono in direzione di Tardienta, paese che non poterono occupare, mentre invece occuparono la importante posizione dell’eremo di Santa Quiteria, che dominava tutto il settore e che, fittamente fortificata ed armata, co- stituì una spina infissa nelle linee repubblicane. Gli italiani contrattaccarono in direzione di Almudévar, e in quell’azione caddero Bruno Gualandi, veterano anarchico bolognese esule in Francia ed il suo inseparabile Bruno Zanasi (59): entrambi avevano partecipato al tentativo di Macià (60) alla frontiera spagnola, durante la dittatura del generale Primo de Rivera. (61) Luigi Crisal, (62) anch’egli anarchico, risultò ferito e fatto prigioniero, igno- randosi quale ne sia stata in seguito la sorte. Tra gli altri feriti risultarono Raffaele Catti, Pio Turroni, Aldo Garosci ed il professor Jacchia.
La notizia delle disposizioni emanate dal governo per una militarizzazione delle milizie di
spiacque agli italiani della «Colonna» i quali, il 30 ottobre, redassero il seguente mani- festo dal loro ridotto di Monte Pelato: «I componenti la sezione italiana della Colonna Ascaso sono volontari venuti da differenti nazioni per portare un loro contributo alla causa della libertà spagnola ed universale. A conoscenza del decreto promulgato dalla Generalità relativo alla trasformazione delle milizie, confermano la loro devozione alla causa che li mantiene al fronte antifascista di combattimento, ma tengono a dichiarare quanto segue: 1° Il decreto in questione non può che riferirsi a coloro che si trovano nell’obbligo di una mobilitazione generale, proveniente dalle autorità che hanno stabilito, misura sulla quale ci asteniamo da qualsiasi considerazione di principio.
2° Questo conferma il nostro convincimento che il decreto in questione non ha applicazio- ne per noi. Ad ogni modo vogliamo affermare molto chiaramente che, nel caso le autorità ci considerino suscettibili di subirne l’applicazione, non ci rimarrebbe altra possibilità che considerarci sciolti da ogni impegno morale e riprendere la nostra libertà di azione. Il patto costitutivo della Colonna Italiana dovrebbe considerarsi nullo.» (63)
Le divergenze tra il Rosselli, già rientrato, ed alcuni membri della «colonna» crebbero in
quei giorni, non essendo estranea a questa tensione la infelice arringa pronunciata da Joa- quìn  Ascaso (64) in «Monte Pelato» il quale aveva attaccato duramente i comunisti.

Motivo fondamentale di questo malessere era l’isolamento di una minoranza comunista
molto attiva in mezzo ad una maggioranza anarchica, nonché il contegno ed i sistemi degli
anarchici, considerati contrari ad ogni disciplina militare ed insistentemente criticati, senza voler tener conto delle indubbie virtù personali e della loro condotta nelle azioni fino allora effettuate. D’altra parte Camillo Berneri –di gran lunga più teorico che militare– s’era ritirato in Barcellona e, quasi contemporaneamente, Rosselli doveva ricorrere all’assistenza dell’autoambulanza svizzera, afflitto da una profonda ulcera varicosa in una gamba. La Colonna restò a carico di un abruzzese, Antonio Cieri da Vasto– ex tenente nella
grande guerra– sotto il cui comando prese parte nel novembre ad un attacco al fronte sud, su Almudévar ed Alcalà de Guerra (65), subendo in esso molte perdite, tra le quali quella di Corrado Silvestrini, ex falegname esule in Belgio, dove aveva dato vita ad una «Lega Antifascista del Belgio e del Lussemburgo»; e quella di Andrea Calderani,(66) studente italo-svizzero, dell’anarchico Natale Cozzucoli (67) e del veterano socialista torinese Filippo Pagani. (68) Ai primi di dicembre la Colonna entrò in crisi. Molti dei volontari erano abbagliati dalle notizie ch’essi leggevano sugli avvenimenti delle Brigate Internazio- nali ed in particolare del loro «Battaglione Garibaldi», che aveva avuto il battesimo del fuoco in Madrid. Alcuni di loro avrebbero voluto andarsene lì; e subivano inoltre pressioni a farlo. Alcuni, approfittando del passaggio da Barcellona dell’avvocato comunista Guido Picelli, si recarono a lui per con lui marciare ad incorporarsi nelle Brigate. Tra di essi era il professor Jacchia. Il fatto che il battaglione «Garibaldi» fosse comandato da Pacciardi (69) – del Partito Repubblicano Italiano– pareva fugare qualsiasi sospetto che potesse trattarsi di una unità controllata dai comunisti.
 In quei giorni giunse a Barcellona Libero Battistelli, avvocato bolognese ufficiale di arti-
glieria durante la grande guerra, il quale si era affiliato a «Giustizia e Libertà», proveniente dal gruppo di «Rivoluzione Liberale». Proveniva dal Brasile, dove possedeva una piantagione che aveva abbandonato per venire in Spagna assieme alla moglie Enrichetta (è curioso che tutti i capi italiani venissero accompagnati dalle proprie mogli, tra di essi il Rosselli, Berneri, Angeloni, Battistelli, Pacciardi). Benché socialista, sotto certi aspetti comunicava con l’anarchia ed era buon amico di Camillo Berneri; il che lo rendeva
in condizione di avere entrata favorevole tra i dirigenti della Colonna. Rosselli pareva incline ad incorporare i suoi uomini nelle Brigate Internazionali e si dibatteva tra l’idea di costituire una unità italiana unica o tenere in piedi la «Legione Italiana Federativa» con unità per combattenti non comunisti. Alla fine di quel mese Rosselli e Battistelli ebbero una riunione con García Oliver e Álvarez del Vayo (70) in Valenza nel corso della quale fu offerto a Rosselli un comando generale, tentando d’indurlo ad un accordo con le Brigate;
convennero per una risposta ai primi di gennaio. Battistelli, sebbene riconoscesse che il battaglione «Garibaldi» della XII Brigata costituiva «…la forza reale dell’aiuto italiano alla Repubblica», (71) era d’avviso che la Colonna dovesse continuare ad essere indipendente. Rosselli era pieno di dubbi. «Prima di entrare di nuovo in azione ‒(scriveva il 1° gennaio)‒ dobbiamo fare una profonda analisi; dobbiamo stabilire come, con chi ed in che forma dobbiamo operare. Il momento del volontariato puro sta per terminare; si va verso un esercito regolare. Battaglione?… Gruppo d’artiglieria?… Quadri per una nuova Divisione?… Sono queste le possibilità che dobbiamo studiare…» (72) Finalmente si giunse all’accordo di costituire un nuovo battaglione, che fu chiamato «Gruppo Mat- teotti» e che continuò a combattere sul fronte di Huesca. Dopo la battaglia di Guadalajara del marzo 1937, nelle Brigate Internazionali si procedette ad una riorganizzazione che prevedeva la trasformazione del battaglione «Garibaldi» in Brigata costituita da tre o quattro Battaglioni. Per indurre gli italiani che combattevano sul fronte dell’Aragona ad entrare in questa nuova Brigata, Garosci («Magrini») si recò a Barcellona offrendo a Bat- tistelli il comando di uno di quei nuovi battaglioni; ma la missione per il momento non ebbe risultato. Nel frattempo il battaglione «Matteotti» fu impiegato in una operazione al «Carrascal» il giorno 6 aprile, operazione nella quale trovarono la morte l’abruzzese An- tonio Cieri e Vittorio Ortone (73).

Gli avvenimenti del maggio 1937 e la morte di Rosselli

Il colpo più duro per gli italiani di Huesca fu senza alcun dubbio la rivolta del maggio 1937 in Barcellona; nel corso della quale gli anarchici risultarono vinti e, da quel momento, destinati ad una parte secondaria. Camillo Berneri ed il suo amico Francesco Barbieri furono arrestati dalla polizia governativa il 5 maggio, accusati nientemeno che di essere dei controrivoluzionari; e quella stessa notte furono rinvenuti uccisi con un colpo alla nuca, nei pressi della Generalità. Altri molti italiani apparvero morti in quei giorni, tra di essi Umberto Ferrari, Lorenzo Peretti, (74) Pietro Maccon,(75) e Barruti (76),  quest’ultimo ucciso in Tarragona. Queste lotte e le persecuzioni che ne seguirono segnarono la fine della «Colonna Italiana», molti dei cui componenti furono rinchiusi in campi di concentramento, o inviati in battaglioni disciplinari, o dovettero nuovamente esiliare in Francia. Battistelli alla fine scelse di unirsi alle Brigate Internazionali e, al comando di un battaglione, rimase ferito nell’assalto di Huesca il 16 giugno 1937, e morì all’Ospedale Generale di Barcellona.
 Tre giorni più tardi Indalecio Prieto, ministro della Difesa, ordinò che tutti gli stranieri che
prestavano servizio nell’Esercito Popolare entrassero nelle Brigate Internazionali.
Ai primi di giugno Carlo Rosselli partì per la Francia. Questo viaggio parve poco opportuno dopo lo scioglimento della sua unità e la sua incorporazione nelle Brigate Internazionali, al
punto da potersi interpretare come una vera fuga. Gli anarchici che avevano combattuto sotto di lui potevano supporre ch’egli era stato responsabile della loro resa; mentre i comunisti restavano poco soddisfatti della sua partenza, anziché entrare nelle unità internazionali. Era abbastanza logico supporre che qualsiasi di questi gruppi potesse prendere rappresaglie contro di lui.
Giunto in Francia con la moglie, prese in affitto un’abitazione all’Hotel Cordier, in Tesse-la-Madeleine, (77) località vicina alla stazione termale di Bagnoles de l’Orne (Normandia), col proposito, a quanto pare, di fare una cura di bagni. Due giorni dopo lo raggiungeva il fratello Nello, professore all’Università di Firenze, ma con minore vocazione di attivista politico. Ma il giorno 9 dello stesso mese partivano entrambi improvvisamente da quella località. La moglie di Carlo prese il treno e i due fratelli si avviarono per strada. I loro cadaveri crivellati furono rinvenuti nei pressi della strada 807 poche ore più tardi. Tutto pare indicare che gli assassini fossero membri della «Cagoule» di Deloncle (78) che avevano agito per conto dei servizi segreti italiani. Ma questa è un’altra storia, e poco chiara.

57) Si tratta forse dell’anarchico Emilio Strafelini (1897-1964)[N.d.r.].
58) Si tratta della località di Torres Secas, situata nei pressi di Huesca [N.d.r.].
59) Si tratta dell’anarchico Gelindo Zanasi (1892-1973) [N.d.r.].
60) Francesc Macià i Lussà (1859-1933), “padre” dell’indipendentismo catalano, che tentò un colpo di mano dal territorio francese contro la dittatura di Primo de Rivera (1923-30).

61) Miguel Primo de Rivera (1870-1930). Generale, padre del fondatore della Falange, principale gruppo fascista spagnolo.

62) Si tratta dell’anarchico di origine croata Luigi Crisai [Križaj] (1902-1936) [N.d.r.].
63) Cfr. l’«Ordine del giorno della Sezione Italiana della Colonna Ascaso», datato 30 ottobre 1936, in C. Berneri, Epistolario inedito, vol. II, cit., pp. 275-276. Il testo venne originariamente pubblicato a Barcellona sulle pagine del giornale Guerra di Classe del 2 dicembre 1936, e successivamente ripreso a New York da L’Adunata dei Refrattari del 9 gennaio 1937 [N.d.r.].
64) Joaquìn Ascaso Budría (1906-1977), cugino di Francisco Ascaso, dirigente del Consiglio d’Ara- gona.

65) Si tratta del villaggio aragonese di Alcalá de Gurrea [N.d.r.].

66) Non siamo riusciti a trovare alcun dato su questo combattente [N.d.r.].
67) Si tratta dell’anarchico Natale Cuzzucoli (1908-1936) [N.d.r.].
68) In realtà Pagani era originario di Mantova [N.d.r.].
69) Si tratta del repubblicano Randolfo Pacciardi (1899-1991) [N.d.r.].
70) Julio Álvarez del Vayo (1891-1975), dirigente del PSOE, vicino politicamente al PCE.
71) Non siamo riusciti a localizzare il testo da cui è tratta questa breve citazione [N.d.r.].
72) Cfr. la lettera «Ad Alberto Cianca», datata: Barcellona, 1 gennaio 1937, in Carlo Rosselli, op. cit., p. 98.

73) Si tratta dell’anarchico Vittorio Ortore (1904-1937) [N.d.r.].
 
74) Si tratta dell’anarchico Renzo De Peretti (1915-1937) [N.d.r.].
75) Si tratta dell’anarchico Pietro Marcon (1903-1937) [N.d.r.].
76) Si tratta dell’anarchico Mario Beruti [o Berruti, Berutti, Barutti] (1894-1937)[N.d.r.].
77) Recte: Tessé-la-Madeleine[N.d.r.].
Un piccolo post-scriptum: lo scritto di Bifolchi è della metà degli anni ’70, e non entra nel merito di molte vicende (come sui fatti di maggio del ’37, che segnarono la fine della rivoluzione spagnola e, quindi, della stessa repubblica nel giro di meno di due anni). Come si nota, non viene mai citato il POUM, e il termine “comunisti” viene usato solo per i membri del PCE (o del PCdI). Questo è abbastanza tipico della tradizione anarchica che, salvo alcune eccezioni (come Camillo Berneri) non attribuiva soverchia importanza al conflitto che contrapponeva, tra i “comunisti”, l’ala sinistra del movimento (che molti definivano impropriamente “trotskista”) e l’ala destra, legata alla burocrazia staliniana.
Questa incomprensione-sottovalutazione sarà, a mio modesto avviso, una delle concause della sconfitta della rivoluzione spagnola, di cui il gruppo dirigente della CNT-FAI porta una parte delle responsabilità.
Flavio Guidi
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