Diventa sempre più complicato analizzare i dati delle elezioni in quest’Italia decadente e confusa. I “partiti” liquidi si liquefanno ulteriormente, si ristrutturanno, si scindono, si rifondono, rinascono e ri-muoiono tra un’elezione e l’altra, e questo rende sempre più difficile tentare di fare dei paragoni azzeccati. Comunque ho dato un’occhiata rapida ai dati delle principali città (in particolare alle cinque aree metropolitane), cercando di capirci qualcosa. Innanzitutto l’unico dato assodato ed accettato da tutti gli osservatori (e vorrei anche vedere!): il calo generalizzato, esclusa Roma e qualche area del Sud (il che dovrebbe già spingere a una riflessione, vista la tendenza opposta da sempre presente in Italia) del numero dei votanti. In genere si è perso un altro 10-12% di elettori (dalle punte massime di Milano, Torino e Bologna a quelle minori di Napoli ed in genere del Sud, fino all’eccezione romana). Ormai quasi la metà dell’elettorato non si reca più a votare, persino nelle comunali. Sicuramente Renzi l’aveva voluto, fissando la data proprio alla fine del lungo fine settimana del 2 giugno. Ma non gli è andata troppo bene. Il centro-sinistra perde voti ovunque. Detto en passant, questo svuotamento progressivo del suffragio universale e della democrazia rappresentativa borghese, tutt’altro che foriero di sviluppi rivoluzionari (come alcuni compagni ingenuamente “astensionisti” si ostinano a voler credere), sembra portare sempre più acqua al mulino della reazione e del qualunquismo (o per lo meno della delega totale, se non dell’indifferenza più rassegnata).

A Roma il centro-sinistra passa dai 513 mila voti di Marino nel 2013 ai 320 mila di oggi (nonostante l’aumento degli elettori). Il PD perde in tre anni un terzo dei suoi elettori romani (da 268 mila a 201 mila).

A Milano passa dai 316 mila di Pisapia di cinque anni fa agli attuali 224 mila. Vero che il PD perde meno rispetto a Roma (da 171 mila a 146 mila, un elettore su sette), ma c’è poco da stare allegri per i pasdaran dell’Expo.

A Napoli la situazione era già disastrosa nel 2011. Il centrosinistra di allora (PD, SEL e qualche “civico”) era già al terzo posto, con 89 mila voti, che scendono a 85 mila oggi (ma il PD perde un elettore su tre, passando da 68 mila a 44 mila!)

Torino “operaia” bastona Fassino, che passa dai 255 mila voti di cinque anni fa ai 160 mila di oggi (il 40% di voti in meno!), col PD che scende da 138 a 107 mila (un elettore su 4 l’ha mollato).

Ed anche la “rossa” (?) Bologna non è certo tenera con Merola, che passa dai 106 mila voti del 2011 ai 69 mila di oggi (col PD che regge meglio -la ginnastica d’obbedienza stalino-togliattiana funziona ancora un po’- perdendo “solo” un elettore su sei, da 72 a 60 mila).

Se Atene piange, Sparta non ride, anzi! A Roma la destra berlusco-fascio-leghista, divisa, passa dai 514 mila voti di tre anni fa (Alemanno più Marchini) ai 407 mila di oggi (nonostante, ripetiamolo, l’anomalo aumento dei votanti): un elettore su 5 ha detto addio al carrozzone reazionario e forcaiolo che simboleggia il “ventre molle” della capitale.

A Milano la coalizione reazionaria passa dai 273 mila voti del 2011 ai 219 mila di oggi (uno su 5 se n’è andato), mentre a Napoli lo stesso candidato (Lettieri) che aveva raccolto 5 anni fa 180 mila voti (arrivando in testa, salvo perdere al ballottaggio con De Magistris) oggi ne ottiene poco più della metà (97 mila).

A Torino va ancor peggio: i 123 mila elettori del 2011 si sono più che dimezzati! Solo 52 mila hanno avuto l’ardire di votare ancora la destra. Una debacle che fa impallidire l’indebolimento del PD. Ed ovviamente anche Bologna, da sempre avara con i reazionari, dà una sberla notevole: dai 64 mila di 5 anni fa ai 39 mila di oggi, dimezzando quasi le falangi berlusco-leghiste. Entrando nel merito dei singoli partiti, possiamo notare il fallimento del tentativo salviniano di uscire dalla roccaforte lombardo-veneta. A Torino la Lega scende da 27 a 21 mila voti (ed è una magra consolazione diventare il 1° partito della destra, con meno del 6% dei voti). Anche a Bologna i salviniani arretrano (da 20 a 17 mila). Solo a Milano “salvano i mobili” (da 57 a 59 mila voti) ma vengono doppiati dai concorrenti berlusconidi. Fare i paragoni con gli altri partiti reazionari è complicato dal fatto che nel 2011 esisteva ancora il PdL, che univa berlusconidi e neo-fascisti. In generale comunque vale il discorso fatto sopra per l’insieme della destra, che arretra ovunque (anche se FI, a Milano, conferma di avere ancora un seguito elettorale ben superiore a quello leghista). Quest’ultimo fatto, unito all’inesistenza della Lega in metà del paese ed all’indebolimento dei salviniani persino rispetto al 2011 (quindi prima del “pompaggio” mediatico degli ultimi due anni) fa presagire scontri accesi a destra, tanto più che il relativo rafforzamento dei neofascisti, a Roma, non sembra avere dimensioni tali da poter rimettere in discussione, per ora almeno, il “duopolio nordico”.

Gli unici che possono cantare vittoria sono i “grillini”. A Roma passano dai 150 mila voti di tre anni fa ai 454 mila di oggi. A Milano e Napoli, dove il risultato è piuttosto deludente in termini assoluti, crescono dai 21 mila del 2011 ai 54 mila di oggi (MI) e dai 6 ai 39 mila (NA). A Torino le cose vanno molto meglio per il confuso movimento 5 stelle: moltiplicano per 5 i loro voti (da 22 a 118 mila). Solo a Bologna il “grillismo” sembra segnare il passo (dai 20 mila del 2011 ai 29 mila di oggi). Il modesto incremento è forse dovuto all’effetto Pizzarotti? O al fatto che l’Emilia è stata la prima regione italiana ad essere generosa con Grillo e i suoi e mostra già i primi segni di stanchezza di fronte alla scarsa capacità di reale cambiamento di un “movimento” tutto istituzionale, legalitario e piccolo-borghese? Difficile dare una risposta senza poter approfondire “in loco” le cause di questa sfasatura col trend nazionale.

Ed ora veniamo, ahimé, alla “sinistra”. Quasi ovunque il dato delle diverse aree di quella che i giornalisti chiamano ancora la “sinistra radicale” (in realtà piuttosto moderata e riformista, se escludiamo i compagni del PCL e qualche spezzone qua e là) ottiene magri risultati, che quasi mai vanno oltre quello, quasi “unirario”, ottenuto dalla Lista Tsipras alle europee. A Roma Fassina, nonostante l’assenza di concorrenti a sinistra, ottiene solo 58 mila voti, contro i 64 mila ottenuti da SEL più i 27 mila ottenuti da Medici nel 2013. Si tratta di una perdita secca notevole (oltre un terzo dei voti), nonostante il discreto battage pubblicitario ottenuto dall’ex ministro PD. A Milano le cose vanno ancor peggio. Rizzo (Basilio, non l’impresentabile stalinista nordcoreano!) ottiene solo 19 mila voti, rispetto ai 46 mila ottenuti nel 2011 (somma tra i 28 mila di SEL e i 18 mila della Federazione PRC-PdCI). A Torino si va un po’ meno peggio, ma sempre in calo: 18 mila oggi (compresi i 4 mila del Rizzo stalinista e dei compagni del PCL) rispetto ai 30 mila (23 mila SEL, 7 mila PRC più Sinistra Critica) di 5 anni fa. A Napoli è impossibile fare il confronto, vista la miriade di liste più o meno di sinistra che hanno appoggiato De Magistris, anche se ho l’impressione che l’insieme dei risultati di lista non sia entusiasmante. Infine Bologna, da sempre “pcista” e poco amante dei “dissidenti” di sinistra. I 22 mila voti raccolti nel 2011 (19 mila SEL, 3 mila il PRC) sono irrintracciabili, probabilmente finiti in gran parte nei 5 stelle (oppure a Merola?), se escludiamo i 5 mila raccolti dai Verdi e dal PCL. A proposito di quest’ultimo, bisogna dire che la Dotta Bologna è stata relativamente generosa con i nostri “cugini”, con oltre 2 mila voti (1,25%, il doppio di 5 anni fa), ben al di sopra dei magri risultati collezionati purtroppo altrove.

Un ultimissimo appunto sull’estrema destra ultrafascista: nonostante l’allarme creato da dati un po’ troppo esaltati (tipo Bolzano), i gruppuscoli neofascisti non sfondano, anche se Casa Pound sembra diventare sempre più il punto di riferimento di quest’area demenziale e delirante. A Roma gli “ultrafascisti” raccolgono 15 mila voti (superando l’1%), rispetto ai 12 mila raccolti (divisi) tre anni fa. Nel resto delle metropoli restano inchiodati a percentuali da prefisso telefonico. Ma non bisogna sottovalutare (viste anche le esperienze di altri paesi) la possibilità che, raccogliendosi intorno ad un gruppo “catalizzatore”, i seguaci degli assassini nazi-fascisti possano accrescere la loro nefasta influenza.

Flavio Guidi

Annunci