L’attuale fase neoliberista del capitalismo europeo e mondiale ha prodotto la più grave crisi economica e sociale del dopoguerra.
I suoi tratti caratteristici sono: la compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, la distruzione dello stato sociale e dei servizi pubblici, il saccheggio e la devastazione dell’ambiente, responsabile anche di quel cambiamento del clima che sta già causando disastri, siccità e morti, l’annientamento o la mercificazione dei viventi, la privatizzazione dei beni comuni e di tutto ciò che può produrre profitto.

Per gestire queste politiche, tese a trasferire immense risorse dalle popolazioni al capitale finanziario e multinazionale, vengono attaccate e stravolte le stesse costituzioni nate nel Dopoguerra in Europa.

Si vanno costruendo istituzioni europee e internazionali, a-democratiche e private, che espropriano dalle decisioni reali i parlamenti e i governi democraticamente eletti, quando questi non siano fedeli esecutori dei loro progetti.

Il neoliberismo ha accresciuto la povertà e la miseria in ogni parte del mondo, ha provocato guerre e incrementato migrazioni ed esodi forzati, che coinvolgono decine di milioni di esseri umani, ha aumentato le diseguaglianze di cui i più deboli sono le principali vittime.
Le donne che subiscono una differenza salariale del 30% a parità di mansioni e costrette ad un lavoro domestico e di cura sempre più pesante per la distruzione dei servizi sociali, i giovani sempre più precari o disoccupati, gli anziani con pensioni da fame e spesso derubati dei risparmi di una vita da banche sempre più “libere”.
L’infame persecuzione che l’Ue e i paesi membri stanno infliggendo alle popolazioni migranti rischia di trasformarsi in una condanna senza appello, in un segno di irreversibile decadenza sociale politica e morale dell’Europa.

Lungi dal risolvere la crisi economica e sociale, queste politiche la perpetuano e la aggravano, producendo reazioni opposte.
Da una parte, si profila la reazione conservatrice che punta alla chiusura delle frontiere, a politiche autoritarie e sicuritarie, sorretta da pulsioni nazionaliste impregnate di razzismo e xenofobia che, nel corso della storia contemporanea, hanno prodotto dittature, guerre, stermini.
Trasformare l’Europa in una fortezza chiusa all’esterno, significa trasformarla in una caserma e in una prigione all’interno.
Ma in tutta Europa stanno prendendo nuova forza anche movimenti e forze politico-sociali, che cercano di costruire un’alternativa di società, basata su principi e regole che non siano quelli del profitto e dello sfruttamento selvaggio degli esseri viventi e dell’ambiente.

La Grecia, la Spagna, la Francia e altri paesi europei conoscono oggi lo sviluppo di movimenti sociali e forze politiche che pongono al centro la solidarietà, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, la gestione razionale ed equa dei rapporti con l’ambiente e tra gli esseri viventi.

L’esperienza della Grecia ha mostrato quanto sia rovinosa l’illusione di poter trattare con la Troika, per strappare migliori condizioni, rinunciando alla dimensione del conflitto, nell’illusione di poter governare l’uscita dalla drammatica crisi economica all’interno delle attuali politiche economiche e di queste istituzioni europee.
In questo senso occorre prendere atto della irriformabilità della UE e delle istituzioni finanziarie antidemocratiche e non elette (come la BCE) che ne dettano le linee.
E’ dunque necessaria un’alternativa complessiva, europea e internazionale a queste politiche e istituzioni, un’alternativa che deve essere capace di articolarsi in ogni paese.
E’ necessario ricostruire rapporti di forza favorevoli alla classe lavoratrice, coinvolgendola nella costruzione di un progetto radicalmente diverso di società, è necessario elaborare una politica che si proponga di rovesciare l’architettura monetarista forgiata dall’oligarchia capitalistica dominante.

Un piano B che imponga una fase costituente europea capace di ridisegnare totalmente in senso democratico l’assetto istituzionale ed economico.

E’ quanto è stato proposto dall’incontro internazionale di Madrid.
L’avvio di un progetto di connessione tra movimenti, forze sociali e politiche, che sappia elaborare proposte generali e articolate, attorno ai cardini della giustizia sociale, la difesa e lo sviluppo dei diritti dei lavoratori sui posti di lavoro, delle relazioni solidali, della conversione ecologica, del femminismo, del rispetto dei viventi; coordinare le azioni di mobilitazione e accumulare forze per il rovesciamento dell’attuale disordine europeo.

Abbiamo partecipato alla grande manifestazione contro il TTIP: è una lotta che possiamo vincere, cominciando ad invertire la tendenza alla privatizzazione di tutta la vita.

Dobbiamo cogliere l’occasione della mobilitazione per i referendum istituzionali e sociali per reagire alla modifica autoritaria delle costituzioni e all’imbarbarimento delle condizioni di lavoro e dello stato sociale.

L’assemblea per il Plan B di Roma dell’8 maggio assume questo compito, partecipa e promuove la scadenza di mobilitazione Global-Debout del 15 maggio.
Per il 28 maggio organizzerà, con tutte le soggettività disponibili incontri e iniziative diffuse nelle città e territori, coordinati nazionalmente e a livello europeo.
Per articolare il Piano B in Italia a ottobre organizzeremo un convegno internazionale di più giorni.

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