di Antonio Moscato

Flavio Guidi  ha risposto al mio Un’insidiosa campagna utilizza la “brigata ebraica” con una lettera che pubblico in appendice. Mi dispiace che abbia una tale ammirazione e perfino “riverenza” nei miei confronti da non cogliere la sostanza della mia critica: non si può accettare la pretesa del sionismo, una corrente politica estremamente minoritaria nelle stesse comunità ebraiche dell’Europa orientale in cui era nato, di rappresentare un intero “popolo ebraico”. Ne avevo parlato ampiamente in un documentatissimo saggio apparso sulla rivista “Il Ponte” nel lontano 1986 (anno XLII, marzo aprile 1986) e poi ripreso nel volume Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria-Bari-Roma,1988, col titolo Sionismo e antisionismo nell’Yiddishland. Ma ne avevo fatto anche una sintesi efficace, che era stata pubblicata sul sito col titolo Ebrei e palestinesi nella storia: miti e realtà, che è stata ristampata da varie organizzazioni anche sindacali, che l’hanno diffuso con tirature altissime, e ha avuto comunque sul sito un numero record di visite: 6651.

Ne riprendo un piccolo stralcio, e mi riprometto di inserire presto nel sito anche l’articolo de “Il Ponte”, ricco di dati che confermano che il sionismo era una tendenza ultraminoritaria anche tra gli ebrei della Polonia tra le due guerre mondiale; la grande maggioranza di essi votava per il Bund (alleato del partito socialista) o per il PCP quando questo partito poteva partecipare alle elezioni, e non per liste sioniste.

Non entro nel merito della vicenda di questo 25 aprile a Milano e Roma, e neppure mi va di chiarire gli equivoci che può suscitare il riferimento di Flavio all’Ucraina: mi preme solo che non si accetti a sinistra la mistificazione di fondo del sionismo (non a caso ripresa dai pennivendoli di regime), che pretende di coprire la vastissima partecipazione di militanti di origine ebraica alla resistenza con la bandiera della marginalissime “Brigata ebraica”, annettendosene arbitrariamente tutto il merito. E nascondendo la differenza sostanziale tra gli uni e gli altri: come ha osservato giustamente Pietro Aquilino, «per il sionismo la priorità era l’emigrazione in Palestina e non la lotta in Europa contro il nazismo. In Polonia gli ebrei antinazisti erano organizzati soprattutto dal Bund, come ben racconta Marek Edelman in “Il guardiano”».

Ed ecco lo stralcio da “Ebrei e palestinesi…” per rinfrescare le idee e chiudere, spero, la polemica.

Come, dove e perché nasce il sionismo? Il sionismo nasce negli ultimi decenni del XIX secolo nelle grandi comunità ebraiche annesse all’impero russo dopo la spartizione della Polonia. La funzione tradizionale (e scomoda) di mercanti e intermediari tra proprietari terrieri e contadini si era esaurita con l’abolizione della servitù della gleba e l’introduzione accelerata del capitalismo. Il sionismo nasce come risposta alle persecuzioni e ai massacri (i pogrom) organizzati dalla polizia zarista, che considera gli ebrei in blocco rivoluzionari e al tempo stesso li addita ai sottoproletari incolti come sfruttatori e nemici. In realtà, rivoluzionari sono diventati alcuni giovani, che hanno rotto con il loro ambiente, la famiglia, la religione, diventando gli “ebrei non ebrei”, come Marx, Rosa Luxemburg, Trotskij. Il sionismo inizia come progetto culturale e diventa poi politico quando l’antisemitismo promosso da settori reazionari del potere si estende dalla Russia alla Germania, all’Austria e perfino alla Francia con il famoso processo Dreyfus. Il fondatore del “sionismo politico”, Theodor Herzl, propone di cercare una “terra senza un popolo” in cui costruire uno Stato ebraico e in cui rifugiarsi per sfuggire alle persecuzioni. Pensa dapprima all’Uganda, all’Argentina o all’Uruguay, ma alla fine il progetto si trasforma e viene motivato con il “ritorno” in Palestina, la “Terra d’Israele” promessa da Dio al suo popolo. Come gli altri paesi prescelti, non si tratta di “una terra senza un popolo”; ma questo non conta, anzi. Herzl offre il suo progetto a diversi sovrani (dall’imperatore di Germania allo zar, allo stesso Vittorio Emanuele III), ma alla fine trova un punto di intesa con la Gran Bretagna: “saremo un baluardo dell’Europa contro la barbarie asiatica, dichiara, cioè contro i popoli coloniali. Herzl inoltre chiede appoggio per il proprio progetto, specialmente ai ministri antisemiti dello zar, come Witte e von Plehve, mettendo in evidenza che loro avrebbero il vantaggio di liberarsi degli odiati ebrei, aiutandoli a farsi una patria ben lontano. È evidente che il sionismo non era un movimento di liberazione, ma era anzi strettamente collegato al progetto coloniale che si affermava in tutta l’Europa negli ultimi decenni del secolo XIX e alla vigilia della Grande Guerra. Herzl discusse il suo progetto col grande razzista britannico Cecil Rhodes, di cui fu amico ed estimatore, e il suo successore Weizman lo concretizzò, smettendo di cercare aiuto indistintamente presso tutti i sovrani, compreso il sultano di Costantinopoli, e puntando decisamente su una stretta alleanza con l’imperialismo britannico.

  1. Comunque la maggioranza degli ebrei europei e la quasi totalità di quelli del mondo arabo-islamico rimasero contrari o indifferenti al sionismo, fino a quando l’arrivo al potere di Hitler con un programma ferocemente antisemita cambiò la situazione, almeno in Europa. Ci sono molti elementi che lo confermano: ad esempio, nelle numerose elezioni tenutesi in Polonia tra il 1918 e il 1939 i voti della consistente comunità ebraica si divisero tra comunisti, socialisti e Bund (“Lega”, un’organizzazione legata alla socialdemocrazia e che difendeva i diritti culturali ed economici della popolazione di origine ebraica, ma era contraria al progetto di emigrazione dei sionisti), mentre i partiti sionisti restavano nettamente minoritari.
  2. Ancora più significativo è il dato delle correnti migratorie nei primi cinquanta anni dopo l’esplosione dell’antisemitismo: tra il 1881 e il 1929 (la prima data è quella dei primi pogrom, la seconda quella della crisi mondiale del capitalismo e quindi dell’inizio della “resistibile ascesa” di Hitler), 3.975.000 ebrei lasciarono le tradizionali zone di concentrazione tra Polonia, Russia, Romania, ecc. Di essi 2.885.000 hanno scelto gli Stati Uniti, 210.000 l’Inghilterra, 180.000 l’Argentina, 125.000 il Canada, e così via, ma solo 120.000 hanno accolto la proposta sionista andando in Palestina (e molti non hanno retto più di un anno in quella terra inospitale, che aveva già un popolo che vi risiedeva e non voleva esserne cacciato, e si sono quindi spostati verso altri paesi). Si trattava dunque di un’emigrazione non diversa da quella di italiani, spagnoli, irlandesi, e con forti motivazioni economiche, anche se era stata accelerata dall’intolleranza e dalle persecuzioni.
  3. Successivamente i rapporti privilegiati con il colonialismo britannico faciliteranno questa immigrazione in Palestina: durante la prima guerra mondiale lord Rotschild ottiene dal ministro degli Esteri britannico Balfour la famosa dichiarazione che promette un “focolare ebraico in Palestina”, sia pure con il “rispetto delle minoranze”. Ma i palestinesi non erano una minoranza bensì la stragrande maggioranza degli abitanti, e la Palestina promessa ai sionisti apparteneva ancora all’impero ottomano. Una promessa senza fondamento giuridico, quindi.
  4. Sarà l’ascesa e poi l’avvento del nazismo, che coincide non a caso con la grande crisi economica, a sospingere un maggior numero di ebrei verso la Palestina, sia perché più gravemente minacciati, sia perché l’enorme disoccupazione fa chiudere le porte dell’immigrazione negli Stati Uniti e in altri paesi. Questa nuova immigrazione comprende anche ebrei tedeschi ricchi (prima il loro sionismo consisteva nel pagare il viaggio in Palestina a quelli poveri), che acquistano terre e imprese di trasporti, allontanando i palestinesi che vi lavoravano. La rivolta araba del 1936-1939 protesta contro le autorità britanniche, ma anche contro questa conquista economica del paese, e chiede il blocco dell’immigrazione ebraica. Essa viene repressa congiuntamente dalla polizia britannica e dalle milizie sioniste. È questo che scava un solco definitivo tra le due comunità e innesca quello che stupidamente viene chiamato dai mass-media “l’odio millenario” tra arabi ed ebrei. In realtà, fino a quel momento, in Palestina e in tutto il mondo arabo, i rapporti erano in genere di amichevole convivenza.
  5. Dopo la rivolta palestinese, i britannici, che devono fare i conti con una forte componente araba o comunque islamica nelle loro colonie e protettorati, nel 1939 pongono limitazioni all’immigrazione sionista. Una parte del movimento sionista, guidato da Jabotinskij, Shamir, Begin e a cui si riallaccia poi Sharon, stringe rapporti con Mussolini, che ne ospita un congresso in Italia e addestra militarmente gli ufficiali della futura marina israeliana. Alcuni esponenti, durante la guerra, cercarono contatti persino con i nazisti (in Ungheria), proponendo uno scambio tra l’emigrazione in Palestina della locale comunità ebraica e una grossa fornitura di automezzi militari. La destra sionista comincia a combattere i britannici (anche in piena guerra), con un feroce terrorismo che fa molte vittime anche palestinesi ed ebree, ad esempio facendo saltare in aria nel 1946 l’hotel King David a Gerusalemme (anche l’ambasciata britannica a Roma viene demolita da un terribile attentato). La stessa maggioranza laburista è ormai in rottura con i britannici e punta sull’imperialismo USA, ma ha anche uno strano alleato: il Sudafrica razzista, sul cui territorio verrà allestita l’aviazione sionista, che interverrà con forze preponderanti nella guerra del 1948-1949. D’altra parte, anche i paesi del blocco sovietico forniscono armi all’esercito sionista, illudendosi di approfittare delle tensioni con la Gran Bretagna. (a.m)
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