Innanzitutto devo confessare un certo imbarazzo nel rispondere ad Antonio. Per lui non nutro solo stima ed affetto, ma anche un misto di ammirazione e “reverenza”. Antonio, tra i compagni della sezione italiana della IV internazionale, è quello che mi ha influenzato di più da quando, ormai 40 anni fa, decisi di aderire agli allora GCR, più dello stesso Livio Maitan. Probabilmente il mio amore per la Storia, o forse l’ammirazione per quell’enciclopedia vivente che è il suo cervello, mi hanno fatto leggere con avidità quasi tutti i suoi libri, e partecipare con vivo interesse ai dibattiti innumerevoli a cui era invitato. Magari ogni tanto trovavo il suo antistalinismo a prova di bomba un po’, troppo, come dire, “generoso” verso movimenti, gruppi, settori di massa che, a causa della nota identificazione comunismo=stalinismo, finivano per approdare a posizioni anticomuniste reazionarie tout court (l’ultima sensazione di questo tipo l’ho avuta proprio a Brescia, meno di due anni fa, in occasione di un dibattito sull’Ucraina).

Ecco, la stessa sensazione l’ho provata, rispetto all’antisionismo, leggendo il suo articolo pubblicato sul bellissimo sito “Movimento Operaio” (che invito i compagni a leggere con più assiduità, essendo una vera miniera d’oro in tempi di pressapochismo diffuso anche a sinistra).

Mi spiego meglio. Accetto volentieri la “tirata d’orecchie” da parte di quello che considero un po’ uno dei miei “maestri” dal punto di vista storico-politico. Mi verrebbe da rispondere semplicemente con UBI MAIOR, MINOR CESSAT! Conosco troppo poco le vicende della Brigata Palestinese (alias Ebraica) per poter contestare i fatti di cui parla Antonio (e che si trovano in parte anche nell’articolo apparso sul sito Palestina Rossa sotto il titolo “Contestare la presenza della Brigata Ebraica nella festa della liberazione non è un diritto, è un dovere!”).

Però non credo di meritare l’accusa di essere caduto nella mistificazione della propaganda sionista che cerca di confondere la partecipazione degli ebrei alla resistenza antifascista con la vicenda dei combattenti della suddetta brigata. Certo, il mio articolo, scritto di getto, e a caldo, pochi minuti dopo aver visto i TG e aver letto i giornali on line, non era un articolo di approfondimento storico. Ma è chiarissimo (e se non lo è lo ribadisco qui) che non confondo assolutamente ebraismo (in senso lato, quindi a-religioso) e sionismo, e tanto meno resistenza “ebraica” e contributo di alcuni settori sionisti (vedi ghetto di Varsavia o Brigata Palestinese-Ebraica) alla lotta antifascista. Non solo e non tanto per le diverse motivazioni (su cui dirò qualcosa dopo) ma soprattutto per il diverso peso in termini di contributo di combattenti, di caduti, di feriti. Sarebbe come considerare alla stessa stregua il contributo sovietico (oltre 20 milioni di morti) e nordamericano (400.000) alla vittoria contro il nazifascismo in Europa. E, per quanto riguarda le motivazioni, sarebbe come mettere sullo stesso piano quelle di un marxista rivoluzionario come Abraham Leòn e quelle di un insorto sionista del ghetto di Varsavia. Ciò nonostante credo sia corretto un atteggiamento di rispetto (e, in un certo senso, anche di gratitudine) ANCHE verso i 400.000 giovani nordamericani (che sono morti, al di là dei loro convincimenti personali, soprattutto per impedire che l’imperialismo tedesco e quello giapponese “facessero le scarpe” a quello USA). Analogamente, non metto sullo stesso piano (politicamente parlando) gli oltre 1000 antifascisti d’origine ebraica morti nelle varie formazioni partigiane italiane con i 45 caduti della cosiddetta Brigata Ebraica, probabilmente sionisti, durante la liberazione di Ravenna. Ma anche per questi 45 vale il discorso fatto sopra. Capisco benissimo che dietro questo revival della Brigata “Ebraica” (iniziato solo nel 2004, a quanto pare) ci stia il tentativo di cui parla Antonio. Ma, appunto per questo bisognava evitare di cadere nella trappola, facendosi schiacciare dagli apparati (a partire dai mass media “onnipotenti”) in una dimensione sicuramente scomoda e poco difendibile.

Per quanto riguarda poi la questione del sionismo come ideologia “nazionalista ebraica”, nel mio breve articolo non affermavo assolutamente che fosse maggioritaria tra gli ebrei prima della II guerra mondiale. Può darsi che non lo sia nemmeno oggi, anche se probabilmente la maggioranza dei 20 milioni di ebrei sparsi per il mondo, se non è sionista, è per lo meno, filo-sionista. Ma credo di non sbagliare quando affermo che gli ebrei dell’Europa centro-orientale erano una minoranza “nazionale” oppressa (con diversi gradi d’oppressione, maxime sotto l’impero zarista). E il sionismo, per quanto minoritario, era un’ideologia nazionalista, paragonabile, mutatis mutandis, al catalanismo (che fu di destra fino alla dittatura di Primo De Rivera) o all’indipendentismo irlandese (che aveva James Connolly, ma anche il filo-franchista O’Duffy, entrambi dell’IRA). Certo, il fatto che gli “ebrei” non avessero una “terra” da rivendicare (si parlò persino di Patagonia o di Uganda, se non sbaglio, prima di approdare alla Palestina) e che dovessero puntare alla terra di qualcun altro preparava il sionismo ad un futuro imperialista certo. Ma, appunto, il futuro, con avvisaglie preoccupanti solo a partire dagli anni ’30. Questo non per giustificare assolutamente nessun atteggiamento più o meno assolutorio nei confronti del sionismo (né quello degli anni ’30, né, tanto meno, quello al potere dopo il 1948) che ha mostrato via via che passavano gli anni quanto OSCURO fosse quel nucleo di cui parlavo, e riferito a TUTTI I NAZIONALISMI (compreso quello palestinese, come le vicende prima dell’OLP, e poi di Hamas e degli altri movimenti islamo-reazionari dimostrano).

In realtà la mia preoccupazione viene dal timore che, in tutte queste vicende, ci sia il rischio di vedere la famosa profezia auto-avverantesi. I sionisti da decenni ci hanno abituato alla litania rituale antisionismo=antisemitismo. Finché l’estrema sinistra (ma anche la sinistra tout court) era forte e radicata (e più o meno seria ed internazionalista), finché tra i palestinesi era maggioritaria un’ideologia, diciamo così, genericamente laica e progressista, questa litania lasciava il tempo che trovava. Negli ultimi 15-20 anni le cose sono peggiorate notevolmente, da tutti i punti di vista. La società israeliana si sposta sempre più a destra, così come quella italiana. Ed anche quella palestinese (ed araba in generale, pur con contraddizioni e controtendenze). Se gli slogan antisionisti che lanciavamo negli anni ’70 e ’80 erano tali, e la malafede di chi sperava dideviare questa protesta verso lidi antisemiti cadeva nel vuoto, oggi non è più così. Anche grazie a questo spostamento a destra d’Israele, e ai più o meno nuovi “amici d’Israele” ex, o post, o tuttora fascisti, molti “compagni”, nei cortei, non si scandalizzano più se si sentono gli “Allah-u-akhbar” o insulti verso gli ebrei. Ho partecipato alle manifestazioni di massa a Marsiglia contro l’operazione “Piombo fuso” e posso garantire che non è stato piacevole. Ed anche qui a Brescia, nel nostro piccolo, non è raro sentire espressioni orribili in molti “compagni di strada” d’origine islamica che partecipano a questa o a quell’altra manifestazione. Per non parlare della vulgata che gira tra gli immigrati di cultura islamica con cui ho a che fare quotidianamente nel mio lavoro sul ruolo degli “ebrei” in tutte le malefatte di questo mondo. Se andiamo avanti di questo passo non mi stupirei che andasse a ruba una ristampa del Protocollo dei Savi di Sion.

Ecco, caro Antonio, il fatto che gli insorti ucraini, quando distruggono una statua di Lenin o brucino una falce e martello, lo facciano perché identificano questi simboli con l’oppressione della dittatura stalinista, mi fa correre comunque un brivido lungo la schiena. E il fatto che dei manifestanti, italiani o arabi (magari donne col velo) portino un cartello con la stella di David sovrastata da una minacciosa bomba nucleare mi fa rabbrividire ancora di più.

Con affetto

Flavio

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