Ecco di seguito alcuni appunti della relazione svolta all’incontro di Passirano per il Centro Studi “Livio Maitan – Camillo Berneri”.

La “Libia” è un’entità molto recente: solo nel 1934 l’allora governatore Italo Balbo decretò l’unificazione delle due storiche province di Tripolitania e Cirenaica.

La divisione tra le due province risale a molti secoli fa: la Tripolitania, colonizzata dai fenici, appartenente all’impero romano d’Occidente, con forte influenza berbera, non aveva molto a che fare con la Cirenaica (co­lonizzata dai greci, appartenente all’impero d’Oriente, arabizzata, a partire dal VII secolo, molto più profon­damente). Le rivolte berbere continue contro gli arabi, soprattutto nei primi secoli dell’invasione arabo-isla­mica, caratterizzano la Tripolitania, legata alle dinastie berbere tunisine, mentre la Cirenaica si lega sempre più all’Egitto, profondamente arabizzato.

Nel XVI secolo gli Ottomani conquistano la Cirenaica e a fine secolo anche la Tripolitania. Ma di fatto il po­tere resta in mano a tribù locali (o a vere e proprie dinastie barbaresche, come i Caramanli, che dominano in­contrastati dal 1711 al 1835) dedicandosi, tra l’altro, alla pirateria e alla tratta degli schiavi. Solo nel 1835 i turchi riconquistano il paese (ma lo “pacificano” definitivamente solo nel 1858).

In questo periodo (1837 ) arriva l’algerino Mohamed ben Alì es- Senussi, fuggito dalla Mecca, fondatore della setta rigorista e reazionaria che da lui prenderà il nome (Senussiti). La presenza senussita si estende ra­pidamente in Cirenaica, e porta di fatto al controllo del “potere” turco nella provincia.

In questo periodo si hanno i primi interventi europei d’epoca contemporanea, con il pretesto di combattere la tratta degli schiavi e la pirateria. Intervento di una flotta USA (1801-05), inglese (1816), anglo-francese (1818), del Regno di Sardegna (1825). Dopo l’occupazione francese della Tunisia (1881) cresce la penetra­zione italiana (commercianti, missionari, “esploratori”, Banco di Roma). Riconoscimento degli interessi ita­liani da parte della Triplice Alleanza (1887) e dell’Intesa (1902), nonostante l’opposizione turca.

Nel 1911, sfruttando la crisi marocchina, che portò l’Europa sull’orlo di una guerra generale, gli italiani (go­verno Giolitti) colgono l’occasione (prendendo a pretesto alcuni incidenti a danno di “connazionali”) per in­vadere Tripolitania e Cirenaica. Scoppia la guerra italo-turca, che si concluderà l’anno dopo con la conquista delle due province e delle isole del Dodecaneso (Egeo). L’occupazione italiana effettiva in realtà si limita alla costa e poco più, in presenza di una resistenza arabo-turca che non cesserà nemmeno dopo la resa degli otto­mani, soprattutto in Cirenaica. Nel 1914 italiani si ritirano a Tripoli e Homs. Tra il 1917 e il 1920 il coloniali­smo italiano (anche perché assorbito dalla Prima Guerra Mondiale e dalle sue conseguenze) prende accordi con i Senussiti (concedendo l’autogoverno alle oasi della Cirenaica feudo della setta) e offre garanzie ai libici (cittadinanza, partecipazione al governo, ecc). Coronamento di questa politica “liberale” è la visita ufficiale in Italia (fine 1920) di Mohamed Idris el Senussi, capo della setta (e futuro re). A partire dal 1921 però inizia una svolta repressiva (generale Volpi), aggravatasi dopo l’ascesa di Mussolini a capo del governo. L’occupa­zione dell’intera Tripolitania (1921-24) e dell’intera Cirenaica (1923-31) sarà accompagnata dai massacri del famigerato maresciallo Graziani, agli ordini dell’infame Pietro Badoglio (proprio lui, il voltagabbana del 25 luglio, “ingrassato dal fascio littorio”, come cantavano gli antifascisti torinesi nel 1943), governatore genera­le dal 1929. C’è da notare che spesso i berberi lottano a fianco degli italiani, contro gli arabi. Della serie “il nemico del mio nemico (secolare) è mio amico”.

Nel 1934, come si diceva, nasce la Libia “unificata”, sotto il nuovo governatore, Balbo). Nel ’39 viene tolta la “cittadinanza metropolitana” ai libici, mentre i coloni italiani (il 13% della popolazione) si accaparrano le terre migliori, i commerci, l’amministrazione, ecc.). A Tripoli gli italiani sono addirittura il 40% della popola­zione.

Tra il 1940 e il 1943 la Libia è terra di guerra: italo-tedeschi contro inglesi, con i Senussiti comprensibil­mente a fianco degli inglesi già dall’inizio del conflitto. Nel gennaio ’43, dopo la sconfitta degli italo-tede­schi, si stabilisce l’amministrazione inglese di Tripolitania e Cirenaica, francese del Fezzan (ai confini con il Ciad francese). Si assiste ad una certa liberalizzazione politica. Nascono nuovi partiti: nazionalisti, repubbli­cani, filo-egiziani e liberali (Tripolitania), islamisti-senussiti (Cirenaica). Come c’era d’aspettarsi, si assiste ad incidenti anti-italiani (e purtroppo anche anti-ebraici) tra il 1945 e il 1948). Nel ’48 comunque, ancora il 5% della popolazione è costituito da italiani, mentre gli ebrei emigrano quasi tutti (33.000) prevalentemente in Israele (1948-53).

Nel 1947, col trattato di Parigi, l’Italia rinuncia alla Libia. Nel 1949 Idris es Senussi proclama l’indipendenza della Cirenaica (mentre l’ONU propone l’indipendenza entro il 1952). Finalmente, il 24 dicembre 1951, nasce ufficialmente il Regno federale di Libia, con Idris re. Il nuovo regno è caratterizzato da una pronunciata ege­monia senussita e in genere della Cirenaica (scioglimento del Consiglio della Tripolitania nel ’54). Vengono stipulati trattati con la Gran Bretagna (1953), gli USA (1954) e la Francia (1955): basi militari, controllo ri­sorse. Il Trattato italo-libico (1956) riconosce le proprietà italiane (4% popolazione). La scoperta del petrolio (1957-59) non fa che approfondire le caratteristiche neo-coloniali del regime senussita, che, a partire dal 1963, abbandona le concessioni semi-liberali: viene abolita la struttura federale, indurimento della repressione, ecc.

Nel 1969 scoppia la cosiddetta “Rivoluzione di settembre”. In realtà si tratta di un golpe militare da parte dell’ala più nazionalista e “progressista” dell’esercito, golpe appoggiato in seguito anche dal principe eredita­rio e dal primo ministro del re. Da subito emerge tra i colonnelli golpisti Muammar Gheddafi, la cui somma­ria ideologia è un confuso misto di islamismo, nazionalismo “libico” (tripolino) e panarabismo, nemica di quelle che lui definisce “ideologie importate” (marxismo, liberalismo, ecc.). Una delle caratteristiche del nuovo regime è l’imposizione di un’egemonia “tripolina”, come dimostra, già pochi mesi dopo, l’epurazione (dicembre ’69) dei “bengasini”. Si acuiscono i conflitti con le “cabile” senussite della Cirenaica. La Carta di Tripoli” (dicembre ’69) tra Gheddafi, Nasser e Nimeiry, per un “unione” (che non avverrà mai) tra Libia, Egitto e Sudan, è una delle prime proposte panarabiste del colonnello “tripolitano”. Il nazionalismo “antim­perialista” del nuovo regime porta, nel giugno 1970, alla chiusura delle basi USA e britanniche, mentre per­mangono buoni rapporti con Francia gollista (consegna di 110 Mirage nel ’71). A partire dal 1970 ci sono tentativi, da parte dell’URSS, di rendersi amico il “rais” di Tripoli. Nell’estate del ’70, nuova mossa “antimpe­rialista e antisionista”: esproprio delle proprietà italiane e degli ebrei emigrati. Tra il ’70 e il ’71 si ha l’espul­sione degli ultimi civili dal governo, la nascita di Unione Repubbliche Arabe (con Egitto e Siria, rimasta sul­la carta, come al solito). In questo periodo avviene un grave episodio, rivelatore dell’ideologia “nazional-socialista” del rais: l’appoggio di Gheddafi al golpe anticomunista di Nimery in Sudan (esemplificato anche dalla consegna di due ufficiali comunisti sudanesi, trai quali il leader Abdel Khaled Mahjoub, poi impiccati a Khartoum). Continuano le politiche di nazionalizzazione “antimperialiste” e anticomuniste al tempo stesso. Viene proibito lo sciopero (aprile ’72), si intensificano gli attacchi all’URSS. Nel ’73 Gheddafi arriva a proporre di bruciare tutti i libri “capitalisti ed ebraico-comunisti” (e un brivido non può non percorrere la schiena dei pochi compagni all’epoca attenti a quanto succedeva sulla “quarta sponda”). Solo il Corano, sostiene il rais, è portatore della “giusta ideologia”. Nuovo progetto di fusione Libia-Egitto (con Sadat teoricamente d’accordo, ma che non si realizzerà mai). Continuano le nazionalizzazioni dei pozzi petroliferi (al 51%, con indennizzi alle multinazionali). Nel ’74, di fronte alle difficoltà e all’isolamento crescente, inizia un avvicina­mento all’ URSS, mentre continuano le politiche repressive (come nel gennaio ’76 con la repressione delle ri­volte studentesche, costate 15 morti a Bengasi). Alla fine del ’76 Gheddafi estrae dal suo cilindro nientepopo­dimeno che un progetto di “potere popolare”. Nel marzo ’77 viene decretata la nascita della Jamahiriya (ara­ba, popolare e “socialista”), basata sul Corano. Gheddafi, nonostante tutte le promesse di lasciare il potere, continua ad essere il capo dello stato. La crisi definitiva di ogni progetto panarabo (scontri armati con l’Egit­to) fanno emergere nuovi progetti “panafricanisti” e portano ad un ulteriore avvicinamento all’URSS. In que­sti anni assistiamo all’approfondimento di atteggiamenti “antimperialisti” (assalti alle ambasciate, partecipa­zione al Fronte del Rifiuto, richieste di danni a Italia, GB, RFT, incidenti con USA e GB). Un ultimo effime­ro rilancio a parole del panarabismo si ha con la Siria (1980-81) e il Ciad (misto di panarabismo e panafrica­nismo). Virulente polemiche con l’OLP e tutti i paesi arabi “moderati”. La crescita dell’islamismo radicale, in seguito alle vicende afghane e iraniane, preoccupa l’islamico Gheddafi. Ci sono scontri (con morti) tra stu­denti pro-Gheddafi ed islamisti a Tripoli, vengono giustiziati vari “Fratelli Musulmani” (1984). Il culmine di questa fase di confuso iperattivismo internazionale si ha nell’86, con la crisi USA-Libia, e il bombardamento dell’imperialismo USA di Tripoli, seguito da un’ulteriore crisi con l’Italia (dichiarata, nell’ottobre ’86, nemico numero 1). A partire dall’87-88, (in coincidenza con la crisi in URSS, guarda caso) nuova svolta, con un am­morbidimento delle posizioni, critiche all’islamizzazione “forzata”, ecc. Alla fine dell’88 assistiamo allo scio­glimento dei Comitati Rivoluzionari e alla reintroduzione del “libero mercato”. Ulteriori ammorbidimenti con Italia e GB si hanno nel ’90-91. Ma nuove tensioni nel 92 per la risoluzione ONU su Lockerbie e sanzio­ni. Nel febbraio ’94 la Libia adotta la Sharia come legge civile e penale e abolisce il calendario “cristiano”. Ciò non impedisce la crescita del pericolo islamista. Nel ’95 scontri a Bengasi con islamisti (30 morti). Nasce il Gruppo Islamico Combattente, terroristi jihadisti gemelli del FIS algerino, deciso a rovesciare il regime gheddafista. Nel ’96 nuovi scontri in Cirenaica con milizie islamiste. Nello stesso anno massacro di 1200 islamisti nella prigione di Abu-Slim. Nel giugno ’98 fallito attentato islamista contro Gheddafi. Per fare il punto sul “gheddafismo” prima della più o meno definitiva “resa” all’imperialismo “occidentale”, userò le parole di un comunista libico, Farid Adley (esiliato, ovviamente) che scrive alla fine degli anni ’90: Già nel 1973 non restava più nulla della rivoluzione degli Ufficiali liberi, a parte l’implacabile repressione contro ogni dissidenza. L’espulsione dei compagni di lotta, la soppressione di ogni tipo d’opposizione, la proibizio­ne dei sindacati, l’annullamento di qualsiasi azione indipendente della società civile, l’assassinio all’estero degli oppositori e le operazioni militari contro i civili che protestavano pacificamente contro la volontà del tiranno (negli anni 80 e 90 a Dema e a Bengasi), così come il massacro d’Abou Selim (26 giugno 1996): tutto ciò illustra la dominazione di questa nuova classe dirigente che, di fatto, s’è ridotta alla famiglia di Gheddafi e a un piccolo circolo dei suoi adeptiLa fine degli anni ’90 porta all’inizio del definitivo scongelamento dei rapporti Libia-Occidente. La consegna all’ONU dei due agenti incriminati per la strage di Lockerbie, la riapertura dei rapporti con gli USA, l’accordo con l’Italia (1998) portano, nel settembre ’99, alla revoca delle sanzioni UE, e in novembre alla visita di D’Alema in Libia. Nuovi investimenti italiani in Libia. Simbolo di questa nuova e definitiva fase pro-imperialista è l’appoggio di Gheddafi all’intervento USA in Afghanistan (definito dal rais “legittima difesa”). L’acquisto da parte libica del 2% della FIAT (2002) e l’accelerazione delle ri-privatizzazioni nel 2003, portano alla definizione della Libia come “nazione amica dell’occidente”. L’intensificazione dei rapporti Italia-Libia, di cui l’ostentata amicizia con Berlusconi è un po’ il simbolo, porta a nuove manifestazioni islamiste e anti-italiane nel 2006, represse dal regime, che però cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, tornando a chiedere risarcimenti all’Italia, ottenuti con gli incontri con D’Alema (2007) e Berlusconi (2009).

Nel 2011, mentre Strauss-Khan (allora presidente del FMI) si felicita per il buon esito delle “liberalizzazioni”( gennaio), crescono i sintomi di insofferenza tra gli strati più poveri della popolazione (che già da alcuni mesi aveva visto qua e là sporadiche manifestazioni).

A metà febbraio il contagio delle cosiddette “primavere arabe” tunisina ed egiziana arriva in Libia. Si hanno grandi rivolte in Cirenaica contro Gheddafi, che portano all’espulsione delle forze del regime da Bengasi (che dice “Entreremo a Bengasi come Franco entrò a Madrid” con buona pace dei nostri “campisti” impenitenti).

Mentre le rivolte dilagano (importanti anche le rivolte dei berberi del Gebel Nefus, che saranno determinanti nella conquista di Tripoli, grazie anche all’appoggio aereo NATO, a fine agosto), le forze imperialiste (fran­cesi, britanniche e USA) intervengono pesantemente, diversamente dalla Tunisia e dall’Egitto (e anche di vo­lontari islamisti pagati da sauditi e Qatar). Ovviamente gli imperialisti e gli islamisti temono che la situazio­ne diventi incontrollabile e possa nuocere ai loro interessi. Nasce il CNT, mescolanza di burocrati ex-ghedda­fisti (El Jalil, ex ministro esteri), esuli pro-occidentali, capi-tribù e islamisti. La situazione di guerra civile aperta, tra febbraio ed agosto, ed il quasi immediato intervento imperialista “umanitario”, crea sconcerto e divisioni non solo nella società libica, ma anche nella sinistra mondiale. Del resto questi sono i fatti, al di là delle divergenze più o meno giustificate:

1) Gheddafi era uno spietato dittatore anticomunista.

2) La rivolta libica era popolare e sostanzialmente spontanea.

3) La rivolta è stata rapidamente infiltrata da opportunisti, liberali filo-imperialisti e islamisti.

4) L’intervento della NATO non ha mai avuto una vocazione “umanitaria”.

5) Cionononstante, l’intervento della NATO ha salvato vite umane.

6) Lo stesso intervento ha causato vittime tra i civili.

7) E minaccia di trasformare la Libia in una specie di protettorato “occidentale”

2012. Elezioni costituenti il 7 luglio: 40 liberali (Jalil) 17 islamisti, 120 “indipendenti” (33 donne), in un quadro di scontri e di atomizzazione.

-2013. Legge d’esclusione (contro tutti i membri dell’apparato statale gheddafista). A Sirte (feudo del clan Gheddafi) particolarmente pesante, portando di fatto all’abbandono della città da parte dei “poteri di fatto”.

-2014. Gennaio. Nascita delle milizie del generale Haftar (uomo di Sissi e degli USA). Agosto: nascono il Congresso Generale Nazionale (Tripoli) a influenza islamista e che si richiama alla “rivoluzione”e il par­lamento libico (Tobruk), cosiddetto “laico”, legato all’Egitto e agli imperialisti occidentali. Si rafforzano anche Ansar-Sharija, a Bengasi, jihadisti anti Daesh. Sempre a Bengasi, nascono le milizie “Scudi di Ben­gasi”, guidate da un anti-islamista e “rivoluzionario” (Benhamid), combattute dal generale Haftar. In ottobre un gruppo jihadista di Derna giura fedeltà a Daesh.

-2015. Febbraio, Daesh conquista Sirte. Nel Fezzan guerra tra Tuareg e Tebu, con rischi d’infiltrazioni di Daesh, provenienti dal Mali. Per ora Daesh è solo a Sirte, in periferia di Derna (tolta a Daesh pochi mesi fa da altri islamisti “concorrenti”) e in qualche quartiere di Bengasi, con circa 1.500 uomini.

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