Da Repubblica on-line

Il Fmi mette all’angolo Merkel sulla Grecia. Così riesplode la questione Atene

Di Maurizio Ricci

Tutte le strade d’Europa passano sempre per la Grecia. Lo si è visto quando si parlava di crisi dell’euro. Poi della crisi dei migranti. E si tornerà a dirlo quando si materializzerà nuovamente la crisi dell’euro che sta montando dietro le quinte. E’ questione di settimane, al massimo a giugno. Se ne è avuta la conferma con l’intercettazione dei colloqui fra i rappresentanti del Fmi nella Troika che sorveglia il salvataggio della Grecia. Ma quei colloqui vanno collocati nel contesto giusto, altrimenti, nella commedia degli equivoci che accompagna da sempre le vicende di Atene, non si capisce più chi sono i buoni e chi i cattivi, fra Commissione, Berlino, Fmi e governo Tsipras. Che non sono quelli che uno direbbe a prima vista.

L’accordo del luglio scorso prevede che la Grecia arrivi al 2018 con un avanzo primario dei conti pari al 3,5 per cento del Pil. Secondo la Commissione, ce la può fare, con le misure adottate e quelle promesse. Quindi i soldi del salvataggio possono essere sborsati. E’ quello che vuole Tsipras che, così, può andare avanti un altro po’. E anche Berlino, che vede premiato il principio: riforme uguale salvezza. A guastare la festa, arriva però il Fondo monetario, i cui conti sono diversi da quelli della Commissione. E anche l’analisi.

L’ultimo Economic Outlook che arriva da Washington contiene un capitolo in cui si dice che le riforme di struttura vanno benissimo, ma funzionano solo a medio termine. E, nel breve, hanno risultati
solo in un contesto economico di espansione, meglio ancora se alimentato da uno stimolo fiscale. Dal punto di vista di Berlino, che ha preteso il coinvolgimento del Fmi nella vicenda greca per avere un alleato sul fronte dell’austerità, è un autentico tradimento. E la Grecia è la prima occasione in cui il tradimento ha effetto. Perché il Fmi non crede affatto, viste le riforme da effettuare in piena recessione, ai conti della Commissione. Il Pil scende. A fine 2015 il fatturato industriale è crollato del 13,5 per cento. I consumi sono calati di quasi il 4 per cento, la disoccupazione è risalita oltre il 24 per cento. Nessun paese, tanto meno la Grecia di oggi, può pensare, in questa situazione, di centrare un avanzo di bilancio del 3,5 per cento.

E allora? E allora, secondo il Fmi, o si ammorbidiscono le riforme, dando la possibilità all’economia di riprendersi e di alleviare il peso del debito. Oppure si taglia drasticamente il debito, rendendo superfluo un aggiustamento pesante come quello previsto. E’ quello che chiedeva il governo Tsipras un anno fa. Perché ora Atene non salta sul carro del Fmi? Perché il premier greco è convinto che Berlino non accetterà mai queste due opzioni e teme che questo blocchi i soldi che la Ue dovrebbe sborsare a giugno. Ma, senza l’una o l’altra opzione, il Fmi si chiamerà fuori, convinto – come la gran parte degli economisti – che, se non si riducono i tagli al bilancio oppure il debito, il salvataggio di giugno fallirà e ce ne vorrà un altro a cui non intende partecipare. Però, senza il Fmi, Berlino è pronta a bloccare anche quello in corso.

E’ la spirale perversa in cui rischia di affondare la Grecia. Il nodo è la retorica con cui, a Berlino, la Merkel e, soprattutto, Schaeuble hanno aizzato politici e opinione pubblica contro i peccati della periferia d’Europa. Il risultato è che il governo tedesco non può accettare di perdere soldi riducendo il debito greco, ma neanche di ammorbidire le ricette dell’austerità, pena smentire se stesso. Il Bundestag boccerebbe l’una e l’altra ipotesi. Ma non può fare neanche a meno del Fmi, che condiziona il suo intervento all’una o all’altra opzione. Il Bundestag boccerebbe anche un salvataggio senza Fmi, che gli è sempre stato presentato come il garante dell’operazione. Per la Merkel una inversione a U in una direzione o nell’altra è, insomma, una operazione proibitiva. E la crisi greca rischia di esplodere nuovamente.
(09 aprile 2016)

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