di Flavio Guidi

Come sono cambiati i rapporti di forza tra le varie potenze capitalistiche nell’ultimo mezzo secolo. Alcuni dati.

Si sente spesso parlare, soprattutto in una certa sinistra, della necessità di un mondo “multipolare”, sottintendendo una presunta “unipolarità” (cioè una specie di “blocco” occidentale esteso al Giappone) politico-economico-culturale dell’attuale assetto mondiale. Senza voler sottovalutare la seppur declinante potenza (soprattutto militare) di questo presunto blocco, peraltro piuttosto diviso e pieno di contraddizioni, è poi così vero che, almeno dal punto di vista economico (“strutturale”, direbbe qualcuno) l’assetto planetario attuale non sia già ampiamente multipolare? Se poi questa “multipolarità” avvantaggi i proletari è poi tutto da dimostrare.

La tabella che presento qui sotto dà il Prodotto Interno Lordo in termini nominali (miliardi di $) tra il 1970 (durante i “Trenta gloriosi” seguiti al grande macello della Seconda Guerra Mondiale) e il 2024 (ultimi dati ONU). Se fosse espressa in PPA (dollari basati sul potere d’acquisto) sarebbe ancora più penalizzante per i paesi imperialisti “classici”, caratterizzati da un costo della vita molto elevato. Per fare solo un esempio, la Cina balzerebbe dal secondo al primo posto, con circa 40.000 miliardi di $ PPA, oltre il 50% in più degli USA.

La decadenza del cosiddetto “blocco occidentale” (che possiamo pure definire quello “imperialista classico” o a capitalismo “maturo”) è innegabile. Nel caso del Giappone (che possiamo ascrivere a questo gruppo, in spregio alla geografia, almeno dagli inizi del XX secolo) è un vero e proprio crollo: non solo rispetto agli inizi dell’attuale secolo (è l’unico ad avere un PIL nominale inferiore in termini assoluti) ma persino rispetto al 1970, quando aveva da poco iniziato il suo boom. In totale questo presunto “blocco” passa dal detenere oltre il 75% del PIL mondiale nel 1970 (ed erano ancora i due terzi nel 1980, dopo la grande crisi del 1974/75) all’attuale 50%. Un ridimensionamento particolarmente grave nel caso dell’Unione Europea (considerata nelle dimensioni attuali, più il Regno Unito) che perde un terzo del suo peso economico in poco più di mezzo secolo. Un altro attore “maturo”, anche se con caratteristiche peculiari, è la Russia (con l’avvertenza che nel 1970 e 1980 si tratta di stime approssimative), che crolla dal 5% di mezzo secolo fa al 2% di oggi, più che dimezzando il suo peso relativo. Da notare però che, dopo il disastro degli anni Novanta, è riuscita a più che raddoppiare la sua percentuale del PIL mondiale, avvicinandosi al peso economico di paesi imperialisti minori, come l’Italia o il Canada. Se dovessimo utilizzare un criterio caro ai nostri amici “terzomondisti”, potremmo dire che, complessivamente, il peso economico del “Nord” globale (Europa, Nordamerica, ex URSS, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) è sceso da quasi l’85% del 1970 a poco più del 53% di oggi.

E veniamo ai nuovi attori. Spettacolare è il balzo in avanti cinese, anche in termini nominali: è l’unico grande paese che quintuplica il suo peso economico rispetto al 1970. Anzi, rispetto al 1980, quando inizia il nuovo ciclo capitalistico dell’era Deng, la Cina moltiplica quasi per otto il suo peso nell’economia mondiale. L’altro grande attore neo-imperialista del “Sud globale”, l’India, pur migliorando, resta molto lontano da questo traguardo, non arrivando neppure a raddoppiare il suo peso (dal 2,1 al 3,5%). Ho scelto poi, molto discutibilmente, di creare un blocco molto contraddittorio, unito dalla comune “fede” islamica (religione di stato in quasi tutti questi paesi), ma diviso da profonde rivalità “micro-imperialiste”. Paesi come la Turchia, l’Iran, il Pakistan, l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Qatar o gli Emirati Arabi Uniti hanno poco in comune (anzi, quasi sempre si scontrano tra loro per affermare un’egemonia su scala regionale) al di fuori, appunto, dell’aspetto cultural-religioso (meno accentuato nel caso turco) e delle velleità micro-imperialiste. Un’area che, pur avendo quasi raddoppiato il suo peso nel PIL globale dopo il 1970 (ma rimasto uguale rispetto al 1980, dopo lo shock petrolifero), resta tutto sommato relativamente marginale negli equilibri economici mondiali, al di là della rendita petrolifera che ne costituisce il fragilissimo punto di forza. Le altre due aree prese in considerazione, l’America Latina e l’Africa Subsahariana, sono complessivamente stagnanti, con qualche piccolo passo avanti nei paesi più importanti, come il Brasile e il Messico. Un caso a parte è costituito dalla Corea del Sud, che ha avuto una performance simile a quella cinese (seppur su scala molto minore). Ma diversamente dalla Cina, che ha mantenuto il trend ascendente per oltre 40 anni (anzi, accelerando nel primo decennio del XXI secolo), la Corea ha avuto una dinamica quasi opposta: grande balzo in avanti nell’ultimo trentennio del XX secolo, crescita limitatissima negli ultimi 25 anni.

Riassumendo, e volendo usare i criteri geopolitici che non apprezzo per nulla, siamo ormai di fronte a vari “blocchi” imperialisti (pieni di contraddizioni anche al loro interno) con un peso analogo nell’economia (tra un quinto e un quarto del PIL): gli USA (26%), l’UE+UK (21%), i BRICS (25%), gli altri paesi imperialisti (o che hanno la velleità di esserlo) minori, quasi sempre legati ad uno o più dei tre “blocchi” principali (15%). Più multipolari di così…..

PAESIPIL 1970%PIL 1980%PIL 2000%PIL 2024%diff. In %
USA101534,9260723,5983731,92918526,4-8,5
UE89030,6365033,0823426,72305720,9-9,7
Giappone2047,010409,4484215,740263,6-3,4
Russia1505,24003,62510,821612,0-3,2
Cina983,42522,312434,01920517,414,0
Canada832,92602,36882,222412,0-0,8
Area islamica**772,75755,29303,056115,12,4
Resto Am. Latina662,33973,68252,730532,80,5
India602,11631,54571,539093,51,5
Africa subsahariana481,72562,33081,018571,70,0
Brasile441,52502,35961,921712,00,5
Australia381,31431,33901,317971,60,3
Messico361,21631,55751,918531,70,4
Corea del Sud90,3620,64571,518701,71,4
Altri**873,08577,711793,883827,64,6
totale29051107530.812110.378

*Turchia, Iran, Pakistan e paesi arabi, dal Maghreb ai paesi del Golfo

** Paesi a capitalismo “maturo” fuori da UE e G7 e Sud est asiatico (Taiwan, Singapore, Indonesia, Vietnam, ecc.)


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.