di Élisée Reclus
Il grande geografo anarchico Eliseo Reclus (1830-1905) scrisse la sua “Nouvelle Géographie Universelle”, in venti volumi, tra il 1876 e il 1894. In un periodo in cui la stragrande maggioranza dei geografi europei infarcivano le loro opere con stereotipi nazionalisti, se non apertamente razzisti (era il periodo del debutto del capitalismo imperialista), Reclus dà vita ad un’opera non solo monumentale e preziosissima, ma inaugura una geografia in un certo senso internazionalista, scevra dalle mitizzazioni eurocentriche di molti suoi colleghi. Certo, si tratta di un uomo del XIX secolo, che usa il linguaggio del suo tempo (per esempio l’uso del termine “razza” dove più tardi si sarebbe usato il termine “popolo” o “etnia”). E anche la distinzione tra popoli “civili” (europei, cinesi, giapponesi, indiani, ecc.) e “barbari” e “selvaggi” (quelli cosiddetti “primitivi” o comunque privi di società urbanizzate) mostra i limiti della cultura ottocentesca. Ciononostante la sua opera resta uno dei primi pilastri della geografia antirazzista e democratica, con una capacità di comprensione (e di previsione quasi profetica dei futuri sviluppi della geografia e della storia dell’umanità) di singolare profondità. Riportiamo qui la sua breve riflessione sui “contrasti dell’Oriente e dell’Occidente”, scritta ad introduzione del volume VII (Asia Orientale), pubblicato a Parigi nel 1882. [Flavio Guidi]
[…] Già la potenza degli Europei in Cina s’è rivelata con l’occupazione temporanea della capitale ed il saccheggio dei palazzi imperiali; s’è rivelata ancor più nell’appoggio che gli alleati francesi ed inglesi hanno prestato al governo cinese per debellare la rivoluzione interna (1); […] nello stesso tempo i Russi tenevano guarnigione in Urga (2) […] Così la dinastia dei Tsing dovè forse la propria salvezza all’appoggio delle potenze dell’Occidente. L’unità dell’impero è stata mantenuta perché gli Europei vi trovavano il proprio interesse; […]
In seguito Reclus fa riferimento alla minaccia che grava sulla Cina da parte dell’impero russo zarista, e sulle conquiste di quest’ultimo negli ultimi decenni in Siberia e nella Manciuria settentrionale [ndr]. Poi continua:
[…] Comunque si maturino i destini politici e militari della Cina e del Giappone […] è certo che le nazioni dell’Oriente e dell’Occidente sono ormai solidali. Cogli scambi delle derrate e delle merci, coi viaggi […] con le emigrazioni e immigrazioni permanenti, le civiltà si penetrano mutuamente: quello che non ha fatto il cannone, comincia a fare la libertà degli scambi ed in modo ben altrimenti efficace […] Il mondo è diventato troppo ristretto perché le civiltà possano svilupparsi isolatamente, entro bacini geografici distinti, senza confondersi in una civiltà superiore […] Il periodo storico nel quale è entrata l’umanità per la congiunzione definitiva dell’Asia orientale al mondo europeo è gravido d’avvenimenti […] Considerato semplicemente come possessore delle sue braccia, l’uomo è per sè stesso una merce, nè più e nè meno come i prodotti del suo lavoro. Le industrie di tutti i paesi […] vogliono produrre a buon mercato comperando al prezzo più basso la materia prima e le “braccia” che la trasformeranno. […] La popolazione operaia della Cina e del Giappone fa stupire gli stranieri per la sua attività, la sua destrezza, pel pronto ingegno, pel suo spirito d’ordine ed economia. […]
Del resto, la lotta fra il lavoro dei Gialli e quello dei Bianchi […] è già cominciato su alcuni punti della Terra […] Del resto, non è necessario che gli emigranti cinesi lavorino nelle manifatture dell’Europa e dell’America per far abbassare la remunerazione degli operai bianchi: basta che industrie simili a quelle del mondo europeo […] si fondino in tutto l’Estremo Oriente, e i prodotti cinesi o giapponesi si vendano nell’Europa stessa a miglior mercato degli oggetti di produzione locale […]. Non v’ha dubbio, l’equilibrio si stabilirà presto o tardi, e l’umanità saprà adattarsi ai nuovi destini che le assicura la comune signoria su tutto il pianeta; ma durante il periodo della lotta è facile prevedere grandi disastri […] Per numero di combattenti, il mondo civile dell’Europa e dell’America e quello dell’Asia orientale sono pressochè eguali: dall’una e dall’altra parte si levano di fronte gli uni agli altri, spinti da interessi opposti e ben lontani ancora dal comprendere i vantaggi superiori della solidarietà comune.
Vero è che l’opposizione dell’Oriente e dell’Occidente non ha la sua unica ragione d’essere nell’antagonismo degl’interessi immediati; proviene anche dal contrasto delle idee e dei costumi […] E’ stato detto sovente che gli Occidentali guardano innanzi, mentre i Cinesi guardano indietro. E’ un’affermazione troppo generale, perché in tutti i paesi del mondo la società si divide in due gruppi, l’uno che si rinnova incessantemente lavorando per migliorare il suo destino, l’altro che per paura dell’avvenire si rifugia nella tradizione. Le numerose guerre civili della Cina, e segnatamente la recente insurrezione dei Taiping […] provano che sotto il mondo ufficiale, fedele osservatore delle pratiche antiche […] si muove una società ardente, che non teme di lanciarsi nelle avventure dell’ignoto. Se il governo cinese è riuscito da secoli a mantenere le forme tradizionali […], non è meno vero però che per le masse profonde dei popoli orientali si tratta ora d’imparare dalla civiltà europea non solo formule e pratiche industriali, ma specialmente un concetto nuovo della coltura umana […]. Il contatto delle due civiltà darà forse per risultato l’elevazione degli uni e il decadimento degli altri? Vi sarà progresso in Oriente e regresso in Occidente? Le generazioni future sono forse destinate a subire un periodo simile a quello del medioevo, che vide oscurarsi la civiltà del mondo romano, mentre i barbari nascevano ad una luce nuova? Già i profeti di sventura hanno gettato il grido d’allarme. […]. V’hanno persino scrittori i quali, temendo che nella “lotta per l’esistenza” i Cinesi possano diventare facilmente i nostri padroni, chiedono seriamente che le potenze europee […] chiudano i porti aperti e cerchino di respingere i Cinesi nell’antico loro isolamento […]. Sarebbe troppo tardi cercare di separare di nuovo l’Oriente e l’Occidente […] Non sarà adunque mai troppa importanza accordata allo studio dell’Oriente asiatico e di questi popoli “gialli” che rappresenteranno una parte così considerevole nello sviluppo della civiltà futura.
- Si tratta della rivolta dei Taiping (1850-1864), una rivolta a sfondo “comunistico” ed ugualitario, stroncata con milioni di morti. [ndr]
- Attuale Ulan Bator, capitale della Mongolia [ndr]
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