A cura di Enrico Semprini (dal blog “La Bottega del Barbieri”)

Nel dossier sono pubblicati articoli di Gavin Blackburn e Cecilia Attanasio Ghezzi, Alessia de Luca e un workshop cui hanno contribuito Valentina Kelsa Nyeke, Nicoleta Turetta Stratulat, Lucrezia Testa, Elisa Gelonese ed un rapporto di Amnesty International

Di Gavin Blackburn & Cecilia Attanasio Ghezzi

Sudan, come l’economia alimenta la guerra civile e cosa c’entra la gomma arabica

Sudan, come l’economia alimenta la guerra civile e cosa c’entra la gomma arabica

L’Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha sollecitato le parti in guerra e le aziende coinvolte nella filiera delle materie prime sudanesi a rispettare il diritto internazionale. La guerra civile scoppiata nel 2023 ha prodotto 200 mila morti, 11 milioni di sfollati e una grave crisi alimentare (1)

Le fazioni in guerra in Sudan traggono profitto dal controllo delle risorse del Paese. Secondo le Nazioni Unite, l’economia bellica contribuisce ad alimentare il conflitto e mina i diritti umani.

Per finanziare i costi crescenti delle operazioni militari, le parti in conflitto fanno affidamento sul controllo e lo sfruttamento del territorio, delle rotte commerciali e delle materie prime.

Questo alimenta un conflitto che è diventato “sempre più auto-alimentato”, ha affermato l’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr).

La guerra tra l’esercito sudanese e le forze paramilitari Rapid Support Forces (Rsf) è scoppiata ad aprile 2023.

Secondo alcune stime avrebbe già causato 200 mila vittime e 11 milioni di sfollati, spingendo diverse aree del Sudan verso la fame e la carestia.

L’Ohchr ha chiesto alle parti in guerra e alle aziende coinvolte nella filiera delle materie prime sudanesi di garantire il rispetto del diritto internazionale.

“La vasta ricchezza di risorse naturali del Sudan dovrebbe andare a beneficio della sua popolazione”, ha dichiarato l’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk.

“È inquietante constatare che oggi sta accadendo l’esatto contrario. Di fatto, questa ricchezza finisce per minare i diritti umani e alimentare il conflitto, causando dolore e sofferenze su scala enorme.

Questa economia di guerra deve essere smantellata e la comunità internazionale deve prestare molta più attenzione alle materie prime e alle rotte commerciali che contribuiscono a mantenerla in vita”.

Cosa dice il rapporto dell’Ohchr sul commercio della gomma arabica in Sudan

Il documento pubblicato dall’Ohchr analizza come il conflitto tra Forze Armate Sudanesi (SAF) e Rapid Support Forces (RSF), in corso dal 2023, abbia trasformato la gomma arabica — di cui il Sudan produceva il 70-80% dell’export mondiale prima della guerra — in un elemento dell’economia bellica.

Pur avendo un valore economico modesto rispetto all’oro, la gomma arabica resta cruciale per milioni di sudanesi e per settori globali (alimentare, farmaceutico, cosmetico).

Quali sono le principali evidenze:

  • Saccheggi di magazzini e mercati (in particolare a Khartoum e El-Nuhud) da parte di attori legati alle RSF, con almeno 3.700 tonnellate saccheggiate solo nella prima metà del 2024
  • Checkpoint informali, “tasse” e pagamenti estorsivi lungo le rotte commerciali, che riducono i margini dei produttori
  • Nuove rotte di contrabbando verso Ciad, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, con il rischio che la gomma arabica venga “rietichettata” come prodotto locale in quei paesi
  • Indebolimento dei sistemi di tracciabilità e verifica dell’origine, con documenti falsificati o riutilizzati

Cosa raccomanda l’Alto commissario ONU per i diritti umani:

L’Alto Commissario chiede alle parti in conflitto di rispettare il diritto umanitario, alle autorità sudanesi di rafforzare i controlli, agli Stati confinanti di migliorare la verifica doganale, e alle aziende della filiera di adottare una due diligence sui diritti umani rafforzata e sensibile al conflitto, senza necessariamente interrompere gli approvvigionamenti ma agendo con maggiore vigilanza e trasparenza.

Türk ha esortato i Paesi a rafforzare i meccanismi di responsabilità, la tracciabilità e la vigilanza normativa, e a rispettare i diritti umani.

“Le aziende non possono continuare a operare come se nulla fosse quando si approvvigionano da filiere interessate da un conflitto“, ha affermato.

Sudan: rapporto sulle atrocità a El Fasher

In evidenza:

  • le Forze di supporto rapido (Fsr) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica
  • bambine e bambini presi intenzionalmente di mira durante gli attacchi delle Fsr
  • l’urgente bisogno di un cessate il fuoco e di protezione internazionale

Il rapporto

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la conquista di El Fasher, nello stato sudanese del Darfur settentrionale. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto un immediato cessate il fuoco e l’urgente dispiegamento di una forza internazionale per proteggere la popolazione civile.

Il rapporto, intitolato “Città sotto assedio, bambine e bambini sotto tiro”, descrive uccisioni, ferimenti, pestaggi, torture e arresti avvenuti dall’inizio del 2024 a ottobre del 2025 nella città di El Fasher e nei suoi dintorni, mentre le Fsr combattevano con le Forze armate sudanesi e le Forze congiunte, alleate dell’esercito, in una guerra che stava devastando il Darfur settentrionale. In quel periodo le Fsr si sono rese responsabili dei crimini di uccisione, trasferimento forzato, imprigionamento, stupro, schiavitù sessuale, ulteriori forme di violenza sessuale, schiavitù, sterminio e persecuzione.

Centinaia di migliaia di bambine e bambini sono stati sfollati, molti dei quali a ripetizione, rischiando di essere uccisi o di rimanere feriti durante gli attacchi o la fuga. Gli orfani non si contano. Persone con disabilità e anziane sono state vittime di attacchi mirati, abbandonate ed escluse da forme essenziali di assistenza.

La grave situazione umanitaria documentata

Durante i loro attacchi nel Darfur settentrionale, le Fsr hanno regolarmente usato l’espressione falangay, che indica servitù o schiavitù, riferendosi alle popolazioni civili di etnia non araba.

La guerra in Sudan è una guerra contro i civili. Il mondo era stato messo in guardia sugli orrori cui la popolazione civile di El Fasher sarebbe andata incontro durante l’assedio delle Fsr. Questa è una macchia sulla coscienza dell’umanità”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“I civili non sono stati un danno collaterale della violenza. Spesso sono stati presi di mira e hanno patito sofferenze immense, vittime di uccisioni, ferimenti, stupri, rapimenti e reclutamenti forzati su scala massiccia”, ha aggiunto Callamard.

“Occorrono urgentemente un cessate il fuoco a livello nazionale e il dispiegamento di una forza internazionale indipendente e dotata di risorse adeguate a proteggere la popolazione civile dai crimini di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Se la comunità internazionale non agirà con urgenza, gli attacchi contro i civili, l’immensa sofferenza e i traumi inferti alle bambine e ai bambini proseguiranno senza sosta, ha commentato Callamard.

Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 247 persone, 208 delle quali (169 adulte e 39 bambine e bambini) hanno subito le conseguenze del conflitto o ne sono state testimoni. Il rapporto inoltre analizza materiale tratto da fonti aperte, tra cui 89 video e molte immagini satellitari.

Il 10 giugno 2026 Amnesty International ha scritto al generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Fsr, presentandogli le conclusioni del suo rapporto. Al momento della pubblicazione non aveva ricevuto alcuna risposta.

L’analisi delle prove raccolte nello spazio geografico e temporale esaminato ha portato Amnesty International alla conclusione, senza alcuna riserva, che le Fsr abbiano commesso il crimine di persecuzione basata sull’identità etnica. Gli atti documentati in questo rapporto, così come ulteriori crimini oggetto di altre indagini, possono essere riferiti al crimine di genocidio, tema su cui l’organizzazione per i diritti umani sta attualmente indagando.

L’assedio come arma di guerra

Nel novembre 2023 le Fsr controllavano quattro delle cinque capitali del Darfur. Mancava quella del Darfur settentrionale, El Fasher. All’inizio del 2024 hanno avviato attacchi sistematici contro le città, i villaggi e i campi per sfollati intorno ad El Fasher, colpendo i civili, facendo razzie e dando alle fiamme infrastrutture civili.

Molte delle comunità attaccate erano prevalentemente di etnia zaghawa. Durante i loro attacchi, le Fsr hanno incendiato le abitazioni di persone fuggite da tempo, dando l’idea che il loro obiettivo fosse quello di rendere quelle zone inabitabili. Queste azioni, insieme al continuo controllo territoriale esercitato dalle Fsr e all’impedimento alle persone fuggite di tornare, costituiscono il crimine di pulizia etnica.

Nel dicembre 2024 Yagoub*, un ragazzo zaghawa di 17 anni, si trovava presso la fattoria della famiglia nei pressi di Abu Zerega, 35 chilometri a sud di El Fasher. Quando le Fsr hanno attaccato, ha tentato di fuggire ma è stato arrestato:

“Mi hanno legato e picchiato con un bastone e col calcio di un Ak-47. Poi è arrivato un tipo su un cammello e ha detto ‘Questo è il figlio di un falangay’ e mi ha sparato a una gamba”.

Yagoub ora ha bisogno delle stampelle per camminareOtto dei suoi cugini, quattro dei quali di età compresa tra 11 e 17 anni, sono stati uccisi nel corso dell’attacco.

A partire da maggio 2024, via via che i villaggi intorno a El Fasher venivano spopolati a forza, le Fsr hanno stretto brutalmente d’assedio la capitale, limitando l’ingresso di cibo e di forniture umanitarie e bombardandola quasi quotidianamente. Per far fronte alla fame, la popolazione è stata costretta a mangiare ambaz, un derivato dalla produzione di olio di arachidi usato normalmente come cibo per il bestiame. Tutta la popolazione civile, ma soprattutto le bambine e i bambini su cui le malattie e la malnutrizione possono avere effetti irreversibili, hanno subito le conseguenze di questa carestia provocata dall’uomo.

Le donne intervistate da Amnesty International hanno raccontato cos’ha voluto dire partorire in condizioni di grave privazione e stress, in rifugi sotterranei, in ospedali sotto bombardamento o in fuga dalla violenza. Impossibilitate ad alimentarsi adeguatamente, non potevano produrre abbastanza latte per i neonati. Senza alcuna prospettiva di sicurezza, molte di loro hanno dovuto assistere all’agonia dei loro piccoli.

Rashida*, 39 anni, ha perso il figlio più piccolo di un anno nell’agosto 2025:

“Era diventato molto debole e non prendeva il latte. Si era fatto magrissimo”.

La conquista di El Fasher

Il 26 ottobre 2025 le Fsr hanno lanciato l’offensiva finale contro El Fasher. La popolazione civile che tentava di fuggire si è imbattuta in una barriera di sabbia ampia 57 chilometri. È iniziato il massacro: centinaia di persone sono state uccise, molte altre torturate o imprigionate. 

Quasi tutte le persone sopravvissute intervistate da Amnesty International sono state testimoni di uccisioni, stupri, altre forme di tortura e cattura di ostaggi. Una donna di 58 anni ha visto oltre 1000 corpi:

“Le persone uccise sono state buttate all’interno della barriera di sabbia. Le Fsr dicevano che l’avrebbero riempita di cadaveri”.

Tra questi, molti bambini e bambine. Taiseer*, una zaghawa di 68 anni fuggita coi suoi cinque nipoti, ha raccontato che le Fsr hanno sparato a morte contro un bambino di 12 anni che era con loro. Zubeida*, una bambina di 15 anni, è l’unica sopravvissuta al massacro di circa 25 persone solo perché ha detto due bugie: che era “mezza araba” e che suo padre era nelle Fsr. Ha assistito all’uccisione di adulti e bambini e di donne che avevano opposto resistenza allo stupro.

Chi è rimasto a El Fasher ha assistito a terribili violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha parlato con 18 tra pazienti, loro parenti e operatori sanitari che erano all’interno della Clinica materna saudita quando le Fsr hanno attaccato la struttura, uccidendo decine di civili. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e attaccarle costituisce un crimine di guerra.

Violenza sessuale

Le Fsr hanno commesso stupri e altre forme di violenza sessuale su scala massiccia. Amnesty International ha intervistato 26 persone sopravvissute alla violenza sessuale, tra le quali 20 donne e, di queste ultime, quattro minorenni. Tutte hanno descritto le gravi umiliazioni cui sono state sottoposte, con conseguenze fisiche e psicologiche di lungo periodo.

Tasneem*, una zaghawa di 13 anni, è stata rapita nell’aprile 2025 quando le Fsr hanno attaccato il suo villaggio a ovest di El Fasher. Al momento dell’attacco, stava pascolando le greggi insieme al padre. Suo padre è stato ucciso e lei catturata e portata a El Dain, a circa 350 chilometri di distanza:

“[La prima volta che mi hanno stuprata] erano in tre. Mi hanno bendata e mi hanno costretta a stare a terra. Mi hanno detto che era per colpa dei ragazzi del mio gruppo, dei falangayat, che combattevano contro di loro”.

Cattura di ostaggi

Le Fsr hanno inoltre arrestato illegalmente persone civili, trattenendole in molti casi a scopo di riscatto e spesso in condizioni terribili. Amnesty International ha intervistato 45 persone che avevano trascorso periodi di detenzione, tra le quali bambini anche di soli 13 anni, tra luglio 2024 e gennaio 2026, sottoposte a violenza e a trattamenti degradanti: pestaggi, offese di natura etnica, diniego di acqua e cibo, sovraffollamento e mancanza d’aria. Decine se non centinaia di persone sono morte di disidratazione o malattie.

Amnesty International ha intervistato nove uomini trattenuti nel centro di detenzione di Mina al-Bari, situato nella periferia orientale di El Fasher, per periodi anche di cinque mesi tra la metà del 2024 e l’inizio del 2026. Hanno riferito di essere stati confinati in container tenuti chiusi per la maggior parte del tempo, con un caldo asfissiante e con pochissima circolazione d’aria. Queste sono due testimonianze:

“Non potevamo allungare le gambe, non potevamo dormire sdraiati. Quelli delle Fsr dicevano che non gl’importava se saremmo morti”.

“Il mio corpo era completamente disidratato, io e molte altre persone svenivamo. Una volta le Fsr, pensando che fossimo morti, ci hanno gettato fuori dal container, poi si sono accorte che eravamo ancora vivi, ci hanno riportato nel container e ci hanno torturati”.

Arruolamento di bambini

Amnesty International ha anche documentato il massiccio ricorso, da parte delle Fsr, all’arruolamento e all’impiego di bambini appartenenti a gruppi arabi alleati o a gruppi non arabi, in questo caso rapiti durante gli attacchi ai villaggi e ai campi per sfollati. A loro veniva chiesto di combattere, raccogliere informazioni o badare al bestiame.

Rashid* è stato rapito dalle Fsr nel luglio 2024, quando aveva circa 17 anni. Per quasi nove mesi è stato costretto a occuparsi delle capre. Era sorvegliato da tre ragazzi armati, a loro volta arruolati dalle Fsr, che lo sottoponevano a umiliazioni e pestaggi e gli negavano acqua e cibo:

“Mi controllavano e quando cercavo di riposare mi puntavano le armi addosso. Mi hanno picchiato su ogni parte del corpo”.

Chi sono i comandanti

Amnesty International ha identificato comandanti delle Fsr responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale.

Le Fsr hanno filmato esecuzioni di massa e poi condiviso le immagini. Amnesty International ha verificato 19 video di un grande massacro avvenuto nei pressi della barriera di sabbia, 12 chilometri a nordovest di El Fasher. In nove di essi si vede il comandante delle Fsr Al-Fateh Abdullah Idris, noto come ‘Abu Lulu’uccidere persone fatte prigioniere che indossavano abiti civili.

Tra gli alti comandanti delle Fsr nel centro di detenzione di Mina al-Bari figurano il maggiore Gedo Hamdan Ahmed Mohamed (“Abu Shoukh”), che ha diretto gli interrogatori e ha partecipato alle torture, e il colonnello Abbas Khater Bakhtir, che ordinava le torture e si occupava del pagamento dei riscatti.

Queste violazioni si sono verificate ripetutamente e su vasta scala e ciò porta alla conclusione che persone con ruolo di autorità conoscessero, o avrebbero dovuto conoscere, ciò che stava accadendo e non sono intervenute per fermarlo o per punire i responsabili.

Raccomandazioni

La comunità internazionale deve andare oltre le espressioni di preoccupazione e agire concretamente per proteggere i civili e spezzare il ciclo dell’impunità”, ha sottolineato Callamard.

“Il Sudan è stato colpito duramente dal taglio ai finanziamenti umanitari, che ha aggravato una già catastrofica crisi dei diritti umani ai danni di una comunità che ha perso ogni cosa. Tutti i partner internazionali del Sudan dovranno assicurare che aiuti adeguati raggiungano le persone rifugiate e sfollate e che siano messi a disposizione servizi specifici per le bambine e i bambini”, ha aggiunto Callamard.

“Occorrerà anche rafforzare i meccanismi di accertamento delle responsabilità dando il necessario sostegno a quelli esistenti, come la Corte penale internazionale e le Missioni di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I comandanti identificati in questo rapporto dovranno essere sottoposti a indagini e, nel caso emergano sufficienti prove ammissibili, processati”, ha proseguito Callamard.

“Tutti gli stati dovranno immediatamente cessare di fornire armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto del Sudan e anche agli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore delle Fsr, fino a quando non rispetteranno l’embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dovrà ampliare al resto del Sudan l’embargo attualmente vigente sull’invio di armi in Darfur”, ha concluso Callamard.

*I nomi sono stati modificati per ragioni di sicurezza.

di Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus

Relazioni Transatlantiche

Sudan: tre anni di guerra invisibile

Tra milizie rivali e potenze regionali, il conflitto diventa guerra per procura: milioni di sfollati, violenze sistematiche e un Paese che scivola verso la frammentazione nella totale indifferenza del mondo.

Più di 13 milioni di profughi su 42 milioni di abitanti, 200mila vittime e una grave crisi umanitaria e alimentare a cui si affiancano violenze sistematiche, stupri e riduzione in schiavitù. È il bilancio di tre anni di guerra in Sudan, un conflitto oscurato dalla guerra in Ucraina prima e in Medio Oriente poi, che continua a mietere vittime. Dal 15 aprile del 2023, la nazione africana è diventata il teatro di una lotta di potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan e il suo vice, generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemedti. I due alti ufficiali, un tempo alleati, hanno di fatto dirottato la faticosa transizione del Sudan, inaugurata dopo il rovesciamento del regime di Mohammed al-Bashir, verso la democrazia. A far detonare le violenze era stata la decisione di Burhan di integrarenell’esercito sudanese le Forze di Supporto Rapido (Rsf), una milizia paramilitare comandata da Hemedti. Il loro scioglimento, infatti, avrebbe privato quest’ultimo di ogni potere, il quale ha quindi deciso di prenderlo con le armi. All’alba del 15 aprile 2023 le Rsf hanno attaccato a sorpresa l’aeroporto e la sede della tv di stato sudanesi dando inizio ai combattimenti nella capitale Khartoum e nella città gemella che sorge dall’altra parte del Nilo: Omdurman. Da lì, le violenze si sono propagate a macchia olio finendo per coinvolgere l’intero territorio sudanese, mentre nessun tentativo di mediazione è finora riuscito a raggiungere un cessate il fuoco. Ormai il conflitto divampa in quasi tutte le regioni del Paese, in particolare il Darfur, area di origine delle Rsf, che nel maggio del 2024 hanno espugnato El-Fasher dopo oltre un anno di assedio. La cittadina – ultima ancora in mano ai governativi – è stata presa per fame e alla sua caduta i paramilitari hanno massacrato la popolazione civile, segnando una delle pagine più nere della storia di un conflitto brutale, che non mostra ancora alcuna via d’uscita.

Darfur: la storia si ripete?

Dopo la caduta di El-Fasher tutto il Darfur è passato saldamente nelle mani delle Rsf, che hanno nominato un governo parallelo a quello di Khartoum. Seppur non riconosciuto a livello internazionale, il governo ribelle – che riceve armi e finanziamenti dal vicino Ciad  – minaccia la secessione dal resto del paese. Un’eventualità che precipiterebbe il Sudan in una situazione simile a quella della Libia, con governi rivali che si fanno la guerra, sostenuti da attori diversi. Nel mentre, la violenza infuria in una regione che già all’inizio degli anni 2000 era stato l’epicentro di un genocidio perpetrato dai Janjaweed (diavoli a cavallo) al soldo del governo di Al-Bashir. Hemedti e gran parte dei suoi uomini provengono proprio dalle fila di quelle milizie armate, composte perlopiù da esponenti delle tribù arabe beduine, il cui scopo allora come oggi è quello di sradicare le popolazioni africane come i Fur, da cui prende il nome la regione, gli Zaghawa e i Masalit dalla regione, ricca di miniere d’oro e altri materiali preziosi. Nei campi in Ciad, donne e bambini sono quasi il 90% e vengono rapiti e resi schiavi dai miliziani delle Forze di Supporto Rapido e dai gruppi collegati.

Un conflitto per procura?

Tuttavia, non è possibile comprendere la natura del conflitto e la sua pervicacia se non se ne osservano le componenti regionali. Da tempo ormai la guerra in Sudan è diventata un conflitto per procura, con attori esterni in competizione per le risorse del Paese. Il generale Al-Burhan ha un legame solido con il presidente dell’Egitto Abdel-Fattah al Sisi, con cui ha condiviso alcuni momenti della carriera militare. L’Egitto, inoltre, ha sempre avuto una forte influenza sul Sudan e dall’inizio del conflitto Il Cairo rifornisce di armi e istruttori le Forze di Difesa Sudanesi. Le Nazioni Unite hanno più volte denunciato nei loro rapporti che le forze di Hemedti agiscano con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti, che li hanno utilizzati anche come mercenari per combattere contro gli Houthi in Yemen e li rifornirebbero di armi e droni attraverso il Ciad. Accuse che hanno portato le organizzazioni non governative a chiedere a più riprese alla comunità internazionale di intervenire per frenare il sostegno degli sponsor di un conflitto che sta devastando il Sudan. Secondo l’Unicef i droni sono stati “responsabili di quasi l’80%” degli almeno 245 bambini che, secondo le segnalazioni, sono stati uccisi o feriti durante i primi tre mesi dell’anno.

Il mondo guarda altrove?

Dal Darfur, negli ultimi mesi, il conflitto si è spostato nella regione meridionale del Kordofan, ora principale teatro di guerra. Una situazione pericolosamente aggravata dalla guerra in Medio Oriente, che ha interrotto le catene di approvvigionamento delle organizzazioni umanitarie, costringendole a utilizzare percorsi più costosi e che richiedono più tempo. Dall’inizio degli attacchi israelo-americani all’Iran, infatti, vie di transito fondamentali come lo Stretto di Hormuz sono state di fatto chiuse, e anche le rotte provenienti da snodi strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi hanno subito ripercussioni, facendo aumentare il costo di cibo, carburante e fertilizzanti. “Questo avrà un effetto a catena sul prezzo di tutti i beni di prima necessità e dei prodotti alimentari, spingendo un numero ancora maggiore di persone verso la fame”, ha dichiarato Ross Smith, responsabile della risposta alle emergenze umanitarie del Programma Alimentare Mondiale (Pam). “L’attenzione dei media, la volontà politica e i finanziamenti non sono stati al passo con la realtà sul campo”, ammonisce il responsabile dell’Onu. “Quindi oggi, in questo triste anniversario, il nostro messaggio è semplice e urgente: non permettiamo che il Sudan diventi un’emergenza dimenticata. Non permettiamo che le crisi globali in altri Paesi oscurino la sofferenza di milioni di famiglie sudanesi”.

Il commento

Di Giovanni Carbone, Head, ISPI Africa Programme

“Come per una persona ormai distante, solo un anniversario riporta brevemente all’attenzione la guerra del Sudan. Non certo a richiamare bei ricordi, ma a distogliere per un momento il nostro sguardo da altri drammi e scenari. L’immane dimensione delle sofferenze sudanesi e la relativa prossimità del conflitto all’area mediorientale non bastano: uno spazio internazionale sempre più saturo di preoccupazioni ci rende ancora meno permeabili ai richiami che provengono da regioni ritenute più marginali. Il Sudan, e con esso altre parti dell’Africa subsahariana, si confermano tali”.

Redatto con il contributo delle studentesse della triennale in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani: Valentina Kelsa Nyeke, Nicoleta Turetta Stratulat, Lucrezia Testa, Elisa Gelonese

Workshop con Medici senza Frontiere: esperienze e lezioni apprese dall’azione umanitaria in Sudan, marzo 2026

Il 25 marzo 2026, un gruppo di studentesse del corso di laurea in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani dell’Università di Padova ha partecipato a un workshop intensivo offerto da Medici Senza Frontiere (MSF) Italia, dedicato all’azione umanitaria in Sudan.

Dal 1971, Medici Senza Frontiere si impegna a portare soccorso medico-umanitario ovunque l’accesso alle cure sia negato. La genesi dell’organizzazione risale alla guerra di secessione del Biafra, in Nigeria: qui, un gruppo di medici francesi della Croce Rossa, profondamente scossi dalle atrocità del genocidio e frustrati dall’obbligo di riservatezza, decise di rompere il silenzio.

Parallelamente, alcuni giornalisti reduci da un’emergenza in Bangladesh condividevano la medesima urgenza di testimonianza. Fu così che Raymond Borel e Philippe Bernina, giornalisti della rivista Tonus, lanciarono l’appello per creare una squadra di soccorritori pronti a intervenire nelle catastrofi più gravi. MSF nacque ufficialmente il 22 dicembre 1971 con 300 volontari. Il successo delle prime missioni — come quelle in Nicaragua e a Managua — e la coerenza della sua missione hanno portato l’organizzazione a ricevere il Premio Nobel per la Pace nel 1999.

L’incontro è cominciato con l’intervento della dottoressa  Sara Lina Kamoun sul diritto internazionale umanitario (DIU). Quest’ultimo regola la condotta nelle ostilità, protegge coloro che non partecipano direttamente ai combattimenti e limita i mezzi e i metodi di guerra. Le fonti su cui si basa il DIU sono la Convenzione di Ginevra del 1949, i protocolli aggiuntivi e il diritto internazionale consuetudinario. Lo scopo principale di questo corpo di norme è proteggere i civili, il personale medico e le operazioni di assistenza, vincolando sia gli attori statali che quelli non statali. Il DIU si applica rigorosamente nei casi di conflitti armati internazionali e non internazionali, ma non si estende alle situazioni di sole tensioni interne. La dottoressa Kamoun ha proseguito spiegando i Core Humanitarian Principles: umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza. Il principio di umanità afferma che la sofferenza deve essere affrontata ovunque si manifesti per proteggere la vita e garantire il rispetto degli esseri umani. La neutralità impone agli attori umanitari di non prendere parte alle ostilità né essere coinvolti in controversie politiche, razziali o religiose. L’imparzialità stabilisce che l’azione sia svolta esclusivamente sulla base del bisogno, dando priorità ai casi più urgenti senza distinzioni di nazionalità o credo. Infine, l’indipendenza garantisce che l’azione sia autonoma rispetto a obiettivi politici, economici o militari.

Successivamente è stato affrontato il tema dell’applicazione di questi principi nelle emergenze complesse, dove la realtà sul campo impone dilemmi operativi costanti. Uno dei principali problemi è bilanciare la sicurezza del personale con il principio di umanità, negoziando l’accesso senza compromettere la neutralità, specialmente quando gli attori neutrali rischiano di essere percepiti come schierati a causa di linguaggio, comportamenti o simboli. In contesti critici, l’imparzialità è messa alla prova dai limiti fisici di accesso, la neutralità dalle condizioni dei donatori e l’indipendenza dalle regolamentazioni dello Stato ospitante. In questo contesto, i principi umanitari emergono non come formule retoriche, bensì come strumenti strategici per consolidare credibilità e legittimità nelle negoziazioni. L’operato di Medici Senza Frontiere è dunque guidato da questi valori, ai quali si affianca il cardine della testimonianza: il dovere di denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani, mantenendo al contempo elevati standard di trasparenza e responsabilità verso pazienti e donatori.

Il passaggio dalla teoria normativa alla realtà operativa rappresenta il cuore pulsante dell’azione umanitaria. Non si tratta solo di conoscere le regole, ma di capire come queste diventino strumenti vivi. Il legame tra obblighi normativi e negoziazione si manifesta nel concetto di status protetto: sapere che il personale medico gode di tutela speciale non serve se non viene tradotto in una tattica di negoziazione credibile. La strategia suggerisce di custodire le Convenzioni di Ginevra come fondamento etico, senza imporle, privilegiando invece la via della negoziazione sul campo. Questa capacità di manovra si scontra con i determinanti dell’ecosistema umanitario: l’accesso e la sicurezza dipendono dalla mappatura degli attori e dalla capacità di adattare il linguaggio all’interlocutore, dai leader nazionali alle autorità locali. In questo scenario, l’efficacia dipende anche dal coordinamento tramite il sistema dei cluster e dalla partecipazione locale, seguendo l’approccio “Do No Harm” per evitare che l’aiuto crei nuove tensioni.

Un ulteriore elemento discusso riguarda le sfide moderne, come la presenza di compagnie militari e di sicurezza private a cui gli Stati delegano attività armate, creando zone grigie giuridiche. Anche il tema della neutralità è stato analizzato tramite le sfide di MSF nel conflitto Russia-Ucraina, dove l’impossibilità di operare simmetricamente è spesso dettata dai blocchi all’accesso imposti dalle autorità, più che da una scelta politica. Il caso del Sudan è stato centrale come esempio di crisi gravissima ma invisibile mediaticamente. Nonostante l’adesione alle Convenzioni di Ginevra, in Sudan il diritto umanitario viene violato sistematicamente: ospedali e strutture sanitarie sono distrutti intenzionalmente da entrambe le parti, e la malnutrizione grave colpisce milioni di persone. La scarsa attenzione internazionale causa tagli ai finanziamenti e rende l’aiuto sanitario oggetto di negoziazione politica, dove le autorità bloccano gli interventi per timore di rafforzare il nemico. In tali contesti, negoziare un passaggio sicuro richiede competenze specifiche, conoscenza locale e la capacità di bilanciare costantemente l’accesso agli aiuti con la sicurezza dello staff.

Durante il workshop è stata sottolineata la preoccupante fragilità del regime di tutela umanitaria, con civili e ospedali che assumono la natura di obiettivi intenzionali delle parti in conflitto. Nonostante ciò, per MSF il DIU resta l’unico strumento per proteggere i vulnerabili, e anche quando gli attacchi agli ospedali vengono giustificati dalla presenza di combattenti, deve prevalere il principio di proporzionalità. In vista della simulazione, ogni membro del team — dal capo missione al responsabile sanitario, della sicurezza e della comunicazione — deve assumere la propria responsabilità consapevolmente. Decidere sotto pressione significa integrare conformità legale, fattibilità logistica e coerenza etica. La negoziazione umanitaria richiede resilienza e il coraggio morale di sapere quando scendere a compromessi e quando mantenere la propria posizione. È questo passaggio dalla comprensione della norma al giudizio operativo che trasforma un operatore in un leader capace di agire con efficacia nelle crisi più complesse.

La parte conclusiva del workshop è stata dedicata all’analisi di quattro dilemmi operativi realistici, tratti dal contesto del Sudan, che mostrano le difficoltà concrete del lavoro umanitario sul campo e la costante tensione tra principi, sicurezza e accesso. Per ogni caso, il compito era decidere cosa dovrebbe fare MSF, scegliendo tra diverse opzioni operative e riflettendo sui principi del diritto umanitario (imparzialità, neutralità, accesso, sicurezza, advocacy).

Il primo caso analizzato riguarda il dilemma della chirurgia di guerra ad Al-Fashir. In uno scenario di assedio da parte delle RSF con un numero elevatissimo di feriti, lo Stato nega l’autorizzazione a programmi chirurgici per timore che i combattenti nemici, una volta curati, tornino al fronte. In questo contesto, il nodo centrale è l’accesso umanitario inteso come risposta a un bisogno medico urgente che deve prevalere sulla condizione politica. La linea strategica suggerita indica di:

  • Non fermarsi davanti al rifiuto iniziale delle autorità.
  • Iniziare a operare, se tecnicamente possibile, anche in assenza di un quadro normativo perfetto.
  • Avviare contemporaneamente una negoziazione per ottenere una legittimazione successiva dell’operato.

Questa prassi riflette l’esperienza storica di organizzazioni come Medici Senza Frontiere, che spesso hanno legalizzato la propria presenza sul campo solo dopo aver dimostrato l’impatto vitale delle proprie attività.

Il secondo dilemma affronta il tema dell’accesso agli aiuti dal Ciad attraverso il valico di Adré, bloccato dal governo sudanese per motivi di sicurezza, nonostante l’alto rischio di carestia in Darfur. Di fronte allo stallo delle Nazioni Unite, che privilegiano il rispetto della sovranità nazionale, la strategia umanitaria non deve risolversi nella violazione dei confini o nell’accettazione passiva del blocco. La soluzione risiede piuttosto nel:

  • Proseguire con un’attività di advocacy e pressione politica costante.
  • Utilizzare il Diritto Internazionale Umanitario come base giuridica imprescindibile per esigere l’accesso.
  • Costruire una comunicazione mirata a interlocutori specifici (singoli Stati influenti) piuttosto che a un generico sistema ONU.

Il terzo scenario si focalizza sulla denuncia delle violenze sistematiche contro i pazienti Masalit a Geneina. Qui emerge la tensione profonda tra la missione di testimonianza e la necessità di mantenere l’accesso alle cure. La denuncia pubblica immediata potrebbe infatti causare l’espulsione del personale, lasciando la popolazione priva di assistenza. La progressione suggerita prevede di:

  • Adottare un approccio graduale, partendo da comunicazioni riservate e bilaterali con le parti coinvolte.
  • Fondare ogni denuncia su una documentazione medica solida, verificata e archiviata con rigore.
  • Proteggere prioritariamente la presenza operativa, valutando strategicamente tempi e modi della comunicazione per minimizzare i rischi di ritorsione.

Infine, il caso del campo profughi di Zamzam mette in luce la drammatica gestione della sicurezza sotto assedio. Con mezzo milione di persone colpite da malnutrizione e flussi costanti di feriti, l’organizzazione deve decidere se restare nonostante i rischi crescenti per lo staff. Il bilanciamento tra rischio e continuità dell’assistenza non permette risposte statiche, ma richiede di:

  • Effettuare una valutazione del rischio continua e dinamica, poiché il contesto muta repentinamente.
  • Mantenere la presenza finché possibile, adattando le attività alle reali capacità della struttura.
  • Esercitare una pressione costante sul rispetto del Diritto Internazionale Umanitario da parte dei belligeranti.

Ogni dilemma analizzato conferma che l’azione umanitaria non è solo un atto medico, ma un esercizio di giudizio operativo dove la legittimità legale e la capacità di negoziazione sono gli unici strumenti per proteggere i più vulnerabili.

Nel workshop sui dilemmi umanitari di MSF, ogni scenario proposto non richiedeva solo di scegliere una soluzione generica, ma di immedesimarsi concretamente in tre figure operative diverse dell’organizzazione, ognuna con un ruolo specifico e una prospettiva distinta. L’obiettivo era capire come, all’interno dello stesso problema, queste tre figure avrebbero agito in modo complementare ma anche potenzialmente diverso.

La prima figura è il Project Coordinator, responsabile generale delle attività di MSF sul campo. Il suo compito principale è garantire il funzionamento del progetto nel rispetto dei principi umanitari e della sicurezza. Si occupa di analizzare il contesto politico e umanitario, mantenere i rapporti con autorità locali, ONU e altri attori, e soprattutto condurre le negoziazioni per l’accesso umanitario. Inoltre definisce le strategie operative e le misure di sicurezza. Nei dilemmi, questa figura ragiona quindi in termini di fattibilità dell’intervento, accesso e gestione del rischio operativo.

La seconda figura è l’Humanitarian Affairs Manager, responsabile dell’advocacy e dell’analisi umanitaria. Il suo ruolo è raccogliere dati, testimonianze e informazioni dal campo per trasformarle in analisi e strategie di advocacy. Si occupa anche della protezione dei pazienti e del posizionamento umanitario dell’organizzazione, mantenendo i rapporti con autorità e società civile. Nei dilemmi, questa figura si concentra soprattutto su bisogni delle popolazioni, documentazione delle violazioni e strategie di pressione politica e istituzionale, cercando di dare visibilità alle crisi senza compromettere i principi umanitari.

La terza figura è il Field Communications Manager, responsabile della comunicazione pubblica di MSF nel paese. Gestisce i rapporti con i media, produce contenuti informativi, coordina comunicati e strategie digitali, e può anche fungere da portavoce. Inoltre monitora la copertura mediatica e interviene in caso di crisi reputazionali o disinformazione. Nei dilemmi, questa figura valuta come, quando e con quale linguaggio comunicare all’esterno, bilanciando trasparenza, impatto mediatico e sicurezza operativa. Per ogni dilemma affrontato durante il workshop, quindi, il compito non era trovare una sola risposta, ma mettersi nei panni di queste tre figure e capire come ciascuna avrebbe reagito alla stessa situazione. Il Project Coordinator avrebbe privilegiato l’accesso e la sicurezza operativa, l’Humanitarian Affairs Manager avrebbe focalizzato l’attenzione su bisogni, dati e advocacy, mentre il Field Communications Manager avrebbe valutato le conseguenze comunicative e mediatiche delle decisioni. In questo modo è emersa la complessità del lavoro umanitario, dove ogni scelta è il risultato di un equilibrio tra prospettive diverse ma interconnesse.

La tabella seguente mette a confronto due delle organizzazioni umanitarie più influenti al mondo: Medici Senza Frontiere e la Croce Rossa. Pur condividendo la missione fondamentale di proteggere le vite umane, queste due realtà si distinguono per struttura, metodo e ruolo nell’ecosistema umanitario internazionale. La prima differenza riguarda la natura istituzionale.

Medici Senza Frontiere è un’organizzazione non governativa pienamente indipendente, il che le consente di intervenire con rapidità e senza condizionamenti politici. In Sudan, ad esempio, le autorità bloccano sistematicamente gli aiuti umanitari per timore di rafforzare il nemico — e solo un’organizzazione svincolata da logiche statali può continuare ad operare in un simile contesto.

La Croce Rossa, riconosciuta formalmente dagli Stati, ha una posizione istituzionale più vincolata, ma proprio per questo gode di una legittimità negoziale che le apre porte altrimenti chiuse.

Questa distinzione si riflette nell’approccio operativo. MSF affianca all’azione medica il principio della testimonianza: denuncia pubblicamente le violazioni dei diritti umani di cui è spettatrice diretta — come avvenuto in Sudan, dove ha documentato attacchi sistematici alle strutture sanitarie. La Croce Rossa adotta invece una neutralità strategica, rinunciando alla parola pubblica per mantenere canali di dialogo aperti con tutte le parti.

Sul piano del ruolo nei conflitti armati, MSF opera direttamente sul terreno fornendo cure d’emergenza. La Croce Rossa agisce anche su un piano giuridico e diplomatico: media tra le parti e vigila sull’applicazione del diritto internazionale umanitario, in qualità di custode delle Convenzioni di Ginevra. Un esempio concreto è la gestione dei prigionieri di guerra: visitarli e verificarne le condizioni è un mandato esclusivo della Croce Rossa, riconosciuto anche dai belligeranti.

Diversa è infine la dimensione temporale. MSF privilegia la risposta rapida alle emergenze acute. La Croce Rossa integra l’azione immediata con un impegno di lungo periodo, come nella ricostruzione delle infrastrutture sanitarie nel dopoguerra.

In sostanza, queste due organizzazioni non sono alternative, ma complementari. MSF incarna la prontezza dell’azione e il coraggio della denuncia; la Croce Rossa garantisce continuità, dialogo e legittimità istituzionale. È proprio dall’interazione tra questi due modelli che si struttura l’architettura dell’azione umanitaria globale.

  1. Cioè più del doppio dei morti a Gaza e oltre cinque volte il numero di sfollati. Eppure l’attenzione dei media e di conseguenza della cosiddetta opinione pubblica, è almeno mille volte inferiore. E anche a sinistra l’impegno è molto scarso: non sarà perché in questo caso la narrazione terzomondista non funziona? [FG]

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