di Majid Daoudagh

Sono arrivato a Carbonia nel 1988. Avevo vent’anni e venivo dal Marocco.

Abitavo in Via Cannas di Sotto 15. Una casa degli anni ’40, costruita sopra tombe fenicie di cinquemila anni. Muri spessi, odore di carbone.

Vivevo con due vecchi. Lei ogni mattina mi preparava pane e Nutella e cappuccino. Lui aveva una gamba sola e un bastone. Ogni mattina batteva il bastone a terra e mi diceva: “Hayo annamozo”. Io ripetevo senza capire. Dopo dieci anni ho capito che voleva dire “Andiamo, dai”.

Lavoravo con amici sardi. Tutta la settimana in miniera. Il venerdì era sacro.

Ci trovavamo da noi, in Cannas di Sotto 15. Birra Ichnusa, cinque uomini in una stanza. Accendevamo Videolina. C’era Pipino, cioè Pierino, Alvaro Vitali. Con gli occhiali, lo studente monello. Ridevamo fino a piangere. Il vecchio rideva più di tutti e batteva il bastone.

Poi, dopo Pierino, guardavamo Colpo Grosso con il vecchio. Era il nostro rito.

Nel 1998 hanno chiuso le miniere. Sono rimasto senza lavoro.

Così è finita la mia storia con i vecchietti di Via Cannas di Sotto 15. Non per litigio. Perché ero senza lavoro.

Ho baciato la testa alla vecchia. Ho stretto la mano al vecchio. Lui ha battuto il bastone un’ultima volta: “Hayo annamozo”. Questa volta voleva dire vai, cercati da vivere.

Ho fatto la seconda emigrazione. In Continente, a Lumezzane.

Lì ho ritrovato gli stessi sardi. E abbiamo ricreato tutto. Ogni venerdì: pizza, birre e film di Pierino di Alvaro Vitali. Stessa risata, solo che da Carbonia si era spostata in un garage della Val Trompia.

Dal 1988 al 1998 sono stato un marocchino in Sardegna. Dal 1998 a oggi sono un sardo in Lombardia.

Due emigrazioni. Una sola parola rimasta: Hayo annamozo.


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