di Gianni Sartori
il prigioniero Mehmet Sait Yildirim (75 anni, di cui 31 trascorsi dietro le sbarre) venne condannato all’ergastolo nel 1995 per la sua militanza nel PKK. Qualche giorno fa, il 24 agosto, era stato portato all’ospedale di Izmir a causa di una crisi cardiaca.
Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza n° 1 di Buca Kiriklar (praticamente in isolamento) è da tempo gravemente malato. Inoltre – stando alle dichiarazioni del suo avvocato Fatma Demirer – i suoi rari contatti telefonici con la famiglia sarebbero stati utilizzati per giustificare il prolungamento della detenzione.
Dopo l’intervento (inserimento di uno stent per le coronarie) veniva immediatamente rispedito in prigione. Nonostante la sua liberazione condizionale fosse prevista ancora nel dicembre 2025, resta detenuto in quanto la detenzione viene ripetutamente prolungata per ragioni politiche.
Con una decisione che l’avvocato ha definito “arbitraria” il Comitato di sorveglianza ha stabilito che “Mehmet Sait non mostra una buona condotta e non mostra segni di pentimento”. Avrebbe infatti dichiarato di voler ritrovare la sua libertà, ma “senza perdere l’onore”.
Nonostante le dure condizioni, nelle prigioni turche non mancano momenti di mobilitazione. Per il 31 agosto è previsto uno sciopero della fame di 24 ore in solidarietà con le proteste e lo sciopero della fame dei prigionieri appartenenti a organizzazioni turche di sinistra. In particolare per Cem Dursum, esponente del gruppo musicale antimperialista Grup Yorum e per Tacettin Erol Şahin, militante di Devrimci Gençlik. Entrambi in sciopero della fame ormai da più di 125 giorni.
Ma non solo solo i prigionieri politici a subire la repressione del governo di Erdogan.
Alla fine di agosto, a seguito di numerose manifestazioni dei minatori che da oltre quindici giorni reclamavano il pagamento del salario e delle indennità, due dirigenti sindacali di Bağımsız Maden-İş (Gökay Çakır e Başaran Aksu) venivano arrestati. Con l’accusa di aver “incitato la popolazione all’odio e all’ostilità” attraverso i social.
Come denunciano i loro avvocati “una procedura con cui in realtà si vuole reprimere la mobilitazione dei minatori”. Nonostante le trattative per i salari e le indennità non pagate si avviassero a conclusione.
Di segno opposto la notizia che il rifugiato curdo Barış Helvaci (in passato esponente del Partito dei lavoratori di Turchia) ha sospeso lo sciopero della fame (durato più di 80 giorni dal 4 giugno). Avendo ottenuto il riesame della sua richiesta d’asilo che era stata rigettata il 28 maggio dall’Immigratie en Naturalisatiedienst (IND). L’espulsione in Turchia lo avrebbe esposto al pericolo di persecuzioni e maltrattamenti per ragioni politiche.
Come era già accaduto in passato. Sia in Turchia (nel settembre 2023 la sua abitazione a Izmir era stata attaccata da fascisti turchi) che nei Paesi Bassi. Durante il lungo sciopero della fame Barış Helvaci aveva ottenuto il permesso di installare una tenda di protesta davanti alla sede dell’IND dell’Aja. Ma il 19 giugno la tenda veniva assaltata da militanti di destra turchi e il giovane curdo ripetutamente minacciato.
La polizia olandese, dichiarando di non poter garantirne la sicurezza, imponeva la rimozione della tenda (nonostante fosse stata regolarmente autorizzata).
Gianni Sartori
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