Molto è stato detto e molto si dirà sulla situazione a Ceuta. Sul cinismo sfrontato dei principali attori: il regno marocchino, spalleggiato dagli USA (e accessoriamente da Israele), quello di Spagna che vede sgretolarsi l’immagine pazientemente costruita di stato di diritto rispettoso di quelli dei migranti, l’Unione Europea, sempre più arroccata sulle posizioni delle estreme destre dei vari paesi, con la loro feroce determinazione a difendere a oltranza un modello socio-economico di capitalismo accelerato, affamato di mano d’opera, e ad assicurare il disciplinamento orwelliano di queste masse di lavoratori/consumatori (migratorie e stanziali, con il ricorso a tattiche nuove ed antiche come il divide et impera).
Meno si è parlato dello smarrimento che caratterizza le varie tendenze dell’area sociale che si definisce ancora sinistra. Da una parte perché la pratica dell’autocritica è oramai un lontano ricordo e dall’altra perché nel complesso è dai più considerata un soggetto irrilevante, incapace di produrre analisi e quindi proposte alternative coerenti.
Uno smarrimento che si è tradotto e traduce in prese di posizione frivole, superficiali, in silenzi e nella ripetizione ossessiva di due leit-motiv: difesa (non meglio definita) dei diritti umani e fronte comune contro l’estrema destra. Che, nel caso italiano, si declina spesso in una specie di “salviamo il soldato Sánchez” nella sua chisciottesca tenzone con la Meloni.
L’infatuazione di quella che fu la sinistra più combattiva, organizzata e colta d’Europa, per prodotti di marketing elettorale confezionati nei laboratori occidentali durante la guerra fredda, come i socialisti del PSOE (ultimi in ordine d’apparizione Zapatero e Sánchez) sarebbe di per sé un interessante fenomeno da sviscerare, qui però limitiamoci a vedere cosa ha fatto e fa in realtà il governo che suscita ammirazione e invidia in tanti italiani pur perfettamente in grado d’intendere e di volere.
Chiunque si prenda la briga di confrontare leggi, normative, dati e fatti scoprirà che le politiche migratorie della Spagna (a governo popolare o socialista) sono praticamente identiche a quelle italiane. Anzi, a Madrid hanno spesso anticipato gli aspetti più truculenti, come le prigioni per persone in situazione di illecito amministrativo ( i CIE – Centros de Internamiento de Extranjeros) o quelle costruite in paesi extracomunitari (in Albania la Meloni, in Mauritania il Sánchez, che ne ha fatte due, pagate con fondi europei e destinate a migranti intercettati in transito https://www.elsaltodiario.com/fronteras/gobierno-espana-abre-dos-carceles-migrantes-mauritania) di pratiche e norme poi adottate nella fortezza Europa. Del resto lo stesso Sánchez si è premurato nei giorni scorsi di ricordare che gli immigrati illegali (cioè quelli che riescono a superare filtri, barriere, fili spinati e controlli armati) in Spagna sono molti meno che in Italia o in Grecia. Si è cioè vantato dei risultati ottenuti dal proprio ministro degli interni (il Marlaska, ex giudice complice di torture che ha coperto le decine di omicidi di africani perpetrati a Tarajal o a Melilla) o dalla polizia marocchina (è un segreto di pulcinella la deportazione di emigranti centroafricani nel deserto dove sono lasciati morire). Un governo, il suo, che l’anno scorso fece approvare in una riunione della NATO un documento che definiva l’immigrazione come “minaccia ibrida per la sicurezza nazionale e dell’UE” e che non ha vacillato al momento di schierare l’esercito a difesa della frontiera per bloccare le masse di giovani che periodicamente il regime marocchino lascia andare come misura di pressione o messaggio mafioso. Unica differenza rispetto alla bestialità dei recenti governi italiani: il linguaggio utilizzato o misure come la regolarizzazione massiccia degli ultimi mesi (d’altra parte fortemente voluta dal padronato spagnolo e necessaria per far quadrare i conti dello stato), il cui contrappunto è però dato da una serie di misure discriminatorie che rendono gli extracomunitari titolari di diritti ben diversi, con notevoli privilegi concessi a chiunque sia in possesso di proprietà o alti redditi, ma anche ai provenienti da paesi ispanoamericani e, in minor misura, a marocchini, rispetto ad asiatici e africani). Va detto che il merito della predetta differenza di linguaggio nel trattamento della problematica è attribuibile alla presenza nel governo di coalizione di Sumar, coalizione a sua volta delle varie formazioni che si sono nutrite del movimento degli “Indignados”, fra le quali i Comuns dell’Ada Colau che, come sindaca di Barcellona, si costituì parte civile in una causa contro Salvini, ministro degli interni italiano che impediva lo sbarco di migranti (ma non contro Marlaska per i respingimenti a caldo e le morti in mare e sulla “valla”). Insomma, grazie al governo più a sinistra della storia spagnola i migranti si trovano con le stesse difficoltà, o peggiori (i salari sono molto più bassi, il “caporalato” esiste, soprattutto in Andalusia, ecc.), che nel resto d’Europa ma “de buen rollo” e con linguaggio inclusivo.
Anche l’altro attore principale di questa tragica sceneggiata ha spìazzato questa sinistra europea ancorata all’idea roussoniana che chiunque non sia un malvagio eurobianco è un buon selvaggio. Magari, nel caso del dittatore marocchino o altri suoi congeneri, buono no, ma selvaggio di sicuro. Cioè incapace di elaborare, impegnato nella difesa della sua cultura fatta di riti nonché di usi e costumi immutabili oltre che dei propri interessi, strategie politiche raffinate, progetti di dominio interno e di espansione. Un soggetto sempre e comunque reattivo, marionetta dei potenti anglosionisti o vicino incazzoso di un monarca più forte, che non ha né può avere progetti ambiziosi e di lungo periodo all’altezza della perfida volontà di comando e sfruttamento di noi “occidentali”. Ne è la prova l’abbondanza di articoli e interviste a esperti focalizzati sulle cause immediate e comunque aneddotiche (dalla ripicca per l’avvicinamento della Spagna all’Algeria e al suo gas, alle cure mediche prestate in Galizia a un lider del Polisario) della manovra del re marocchino e la scarsità degli approfondimenti sulle realtà d’ingiustizia materiale e d’ineguaglianza strutturale (la frontiera di Ceuta e Melilla è considerata la più ingiusta del mondo, con il reddito medio di un lato che decuplica quello dell’altro) o addirittura l’assenza di analisi dell’articolato sistema di potere, costruito su oppressioni di classe ed etniche con ricorso a un ricco e assortito arsenale di tecniche repressive, impastate con il collante ideologico di una religione perfettamente funzionale ai fini di disciplinamento e sottomissione sociale. Un soggetto, lo stato marocchino, che aspira ad un ruolo di rilievo in quel mare di conflitti, di natura esogena e endogena, economica e politica, militare e culturale, religiosa e sociale che è il maghreb.
La sinistra (con lodevoli e poche eccezioni) ha perso poi un’altra opportunità di riconoscere, anche se pudicamente come limite, il proprio povero e superficiale, per non dire ipocrita, approccio alla tematica. Incapace, anche in questo caso, di affrontare con un minimo di spirito critico, per dignità e coerenza, le contraddizioni di un governo che si è fatto paladino della retorica antifascista in Europa (ironia della storia, governo dell’unico paese in cui il fascismo non è mai stato sconfitto né ripudiato e ha potuto anzi pilotare – mantenendo intatti tutti i privilegi accumulati in 40 anni di dittatura – una trasformazione in “democrazia”), insiste invece nel ridurre l’analisi del fenomeno migratorio all’aspetto umanitario – facendo in qualche modo del caso marocchino l’eccezione che conferma la regola – ignorandone volutamente l’enorme complessità di cause, di soggetti, d’interessi. Una ignoranza che la fa scadere spesso nel più becero e al contempo candido neocolonialismo, con i ritornelli sui migranti di cui abbiamo bisogno per le pensioni, per i lavori più ingrati, per far funzionare l’economia, per i servizi. È la sinistra che, incapace e per nulla intenzionata ad articolare un vero internazionalismo diretto a interrompere lo sfruttamento di risorse da parte dei vecchi e nuovi imperialismi, ha ripiegato sulla promozione – a fin di bene, per “solidarietà” – del drenaggio delle ultime ricchezze dei paesi colonizzati. E così, in nome di una “libertà di movimento” (che ricorda sempre più la libertà di bere birre al bar dell’Ayuso, presidentessa della regione di Madrid), utile en passant per giustificare il nostro consumismo di turisti gentrificatori, si è messo il marchio di “diritto umano” sull’immane commercio di corpi, menti e speranze, un fiume in cui scorrono “in piena libertà” forza lavoro, progetti di sfruttamento, carne da prostituzione, proletari, lumpen, “cervelli” formati a spese dei rispettivi paesi. Un fiume parallelo a quello dei beni rapinati nelle stesse terre e che di quella rapina sarà partecipe. Masse umane usate come ricatto, come fonte di rimesse utili a mantenere regimi corrotti. Masse d’individui attratti in gran parte da miraggi d’opulenza, lusso, spreco, privilegio.
Sotto l’etichetta “diritto umano” la sinistra ha messo nello stesso sacco vittime di regimi intolleranti e totalitari, popolazioni che cercano riparo da guerre, carestie, che lottano per la sopravvivenza e commercianti che sfruttano in catene di negozi individui di caste inferiori. Oppressi da oscurantismi religiosi e clerici che predicano la morte per i miscredenti. Minoranze perseguitate per razza o credo e i loro persecutori.
Rispetto ai protagonisti dei fatti di Ceuta, cioè le decine di migliaia di giovani e la società marocchina in genere, il discorso è improntato invece a uno stucchevole paternalismo intriso d’ipocrisia: misurate espressioni di cordoglio per le 140 vittime, figli di una società povera, vittima a sua volta del nostro egoismo. In realtà la società marocchina non è peggiore, ma non certo migliore – e no, il fatto d’essere più povero non ti rende migliore – della nostra: una maggioranza conformista, insolidale con chi lotta, nel Sahara, nel Riff o nei quartieri, razzista contro i negri subsahariani accampati nei pressi della Valla, periodicamente vittime di veri e propri pogroms, sottomessa a monarchia e religione, segnata dal suprematismo arabo ai danni degli amazigh. Una maggioranza sociale che dell’Occidente ammira e desidera la capacità di spreco e di rapina. In Spagna l’emigrazione marocchina configura una comunità ben disciplinata e controllata da una moltitudine di associazioni – legate spesso a doppio filo al Makhzen (stato parallelo)- e di moschee in cui gli elementi critici sono costretti a una specie di semiclandestinità, grazie anche all’indifferenza di quelli che dovrebbero essere i loro alleati locali, le sinistre, che spesso – anzi quasi sempre – preferiscono l’interlocuzione con oscurantisti o leader religiosi a quella con uomini e donne atee, agnostiche, anticapitaliste, repubblicane, ribelli, con gli spiriti liberi. Che ce en sono, in percentuali identiche alle nostre ma con infinitamente più coraggio.
E forse questo è il segno più stridente della decadenza del pensiero di sinistra, intriso di relativismo: un approccio all’”altro” – speculare a quello adottato dalle estreme destre che lo presentano come massa omogenea di nemici, non vittima – che prescinde dai conflitti interni, di classe, ideologici, culturali. Che infantilizza e subordina.
A Ceuta la sinistra si è vista nuda.
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