Dal volume “Italia” del Touring Club Norvegese, edizione agosto 2126

Autore: Olaf Johannson, nato nel 2101

“Parto dall’aeroporto di Oslo in perfetto orario, alle 13,45, col volo Nordair 1734 Oslo-Zurigo. Dopo 15 minuti arriva una gentilissima hostess, una bellissima afro-norvegese di nome Birgit Awa, che mi offre una coppa di ottimo “Bergen rosso doc” d’annata con mozzarella di bufala lappone, come aperitivo. Sorseggiando uno dei migliori vini norvegesi (anche se l’Islanda recentemente sta producendo degli ottimi bianchi che sicuramente ci faranno concorrenza) non posso non considerare che non tutto il male vien per nuocere: il fiordo di Bergen ricoperto dai vigneti è uno spettacolo emozionante. Atterriamo dopo poco più d’un’ora all’aeroporto di Zurigo, una cittadina di 30 mila abitanti che sorge vicino ad uno stagno di colore verde intenso. Fino a meno d’un secolo fa qui sorgeva la principale metropoli svizzera, con oltre mezzo milione di abitanti, sulle rive di un lago dalle acque azzurre che riflettevano le Alpi, coi loro picchi innevati. Ora le Alpi si vedono ancora, ovviamente. Ed è ancora una bellissima esperienza attraversarle con l’auto che ho appena noleggiato nel piccolo aeroporto. Attraversarle in auto è stata, più che una scelta, una necessità, visto che gli aeroporti a sud delle Alpi sono o chiusi o in perenne riparazione. Ma non me ne pento. Mentre attraverso i boschi di quella che un tempo era chiamata “macchia mediterranea”, che cede il posto ai querceti verso i 1500 mt e alle conifere sopra i 3000 mt, aspiro con piacere i profumi della vegetazione circostante, e guardo gli ulivi (l’olio d’oliva extravergine svizzero è il migliore del mondo, si sa) e i fichi che crescono rigogliosi fino al passo del San Gottardo. Da quando il tunnel è stato chiuso, circa 70 anni fa, per mancanza di fondi per la manutenzione (e per lo scarso traffico, ça va sans dire) i relativamente pochi turisti (quasi tutti scandinavi o russi, pochissimi britannici e irlandesi) che scendono in Italia sono costretti a fare, come due secoli fa, il passo. Che comunque è uno spettacolo bellissimo. Scendendo nella valle del torrente Ticino (che ora ovviamente è asciutto, essendo piena estate) si cominciano a vedere, a partire dai 2000 mt, i primi cactus, le tamerici ed altre piante grasse o comunque resistenti alla siccità. Dopo il villaggio di Bellinzona si arriva al paesino di Lugano, dove si possono ammirare i resti, in particolare vicino a quello che era il “lungolago”, delle ville, degli hotel, quasi tutti ormai chiusi e in rovina, che rendevano questa zona una delle mete del turismo nei secoli scorsi. Poco più a sud inizia la Steppa Padana, un’enorme estensione di erbe, cespugli, con qualche piccolo albero qua e là, attraversato da gruppi di nomadi lombardi, veneti ed emiliano-romagnoli dediti alla pastorizia. In alcune oasi (come in quella di Gemona, nella parte nord-est della grande steppa) si pratica ancora un’agricoltura di sussistenza (miglio, orzo, sorgo, ecc.), grazie alla maggiore umidità della steppa pre-carnica). Superata la palude di Como mi dirigo verso il villaggio di Milano, dove potrò ammirare le rovine del famoso Duomo e di altri monumenti di quella che, fino a 80 anni fa, era la principale metropoli dell’Italia Settentrionale”

[continua]

Feicnius


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.